Responsabilità soggettiva

bomba-carta.jpgAd Aprile il mondo del calcio torinese fu scosso dalle polemiche per gli incidenti avutisi durante il derby: prima la sassaiola dei tifosi granata contro il pullman della Juventus, poi il lancio di una bomba carta dal settore bianconero verso la curva del Toro, quest’ultimo con conseguenze pesanti per alcuni malcapitati torinisti finiti in ospedale. Il lancio della bomba ha dato origine ad un’inchiesta, durata alcune settimane, al termine della quale la magistratura ha dato un nome al responsabile del fatto, tale Giorgio Saurgnani di Romano Lombardo. Ho notato con curiosità il silenzio calato sulla vicenda, eppure ce ne sarebbe stato da dire su questo personaggio, incastrato dalla sua idiozia che lo ha spinto a preannunciare con gli amici su Whatsapp e via SMS la sua “impresa”, protagonista in passato di altri atti di violenza e pronto a compierne altri in futuro. Sembrerebbe però che per il tifoso medio attribuire una fatto delittuoso al popolo indistinto dei propri nemici sia molto più appassionante che ad un singolo individuo con tanto di nome e cognome, forse perché mette in moto quel meccanismo di “noi e loro” così stupido ma così capace di solleticare i nostri istinti più primordiali. Una strana perversione a cui i media ovviamente si allineano subito e al profilo del Saurgnani non è stato dedicato più di qualche trafiletto. La vicenda non è però finita qui, perché il problema è che il personaggio in questione non era nella lista degli acquirenti dei biglietti per quella partita, non era possessore di una Tessera del Tifoso ed era stato addirittura in passato sotto DASPO, a causa di precedenti atti di violenza. Che ci faceva allora allo stadio? Era entrato senza biglietto, scavalcando i tornelli ed aggredendo lo steward che gli aveva intimato di fermarsi, senza che l’episodio avesse alcuna ripercussione, denuncia o altro. Gli steward non hanno potere coercitivo, ma mi rimane l’impressione che la macchina della sicurezza può fare di più rispetto ad un tizio che entra senza biglietto, che appuntarsi l’episodio per poi riferirlo alla polizia nel caso l’interessato si macchi di qualche colpa. Riassumendo quindi, al di là delle ovvie responsabilità penali per il responsabile materiale dell’atto violento, ci sono delle possibili responsabilità per la falla nella sicurezza grazie alla quale l’atto violento è stato perpetrato. Siccome la responsabilità della sicurezza è attribuita alla squadra ospitante, nella fattispecie il Torino, a chi non conosce il mondo del calcio potrebbe suonare strano che la squadra punita più pesantemente dalla giustizia sportiva sia stata invece la Juventus, ancor di più per la ragione, l’unica che ricollega il reo alla Juventus, ovvero il fatto che ne sia un sostenitore. Esiste sì in diritto il concetto di responsabilità oggettiva, a cui il calcio vagamente si ispira, in cui la responsabilità è sganciata da un dolo o comunque una colpa del soggetto, ma in nessun caso, che mi risulti, questo concetto può valere al di fuori di una responsabilità di mancata vigilanza. alemao.jpgNon mi risulta quindi che ci sia nessun caso, nell’ambito del diritto, in cui un ente di qualunque genere risulti responsabile per gli atti compiuti autonomamente da un suo aderente, anche quando questa adesione è formale, mentre ovviamente l’adesione ad una squadra di calcio è e rimane del tutto informale.La responsabilità oggettiva del calcio invece funziona un po’ come se io andassi a vedere un film con Scarlett Johannson, picchiassi qualcuno, e la popolare attrice fosse chiamata a risponderne in quanto mi riconosco sensibile al suo fascino. Eppure il calcio italiano obbedisce da decenni a questa legge tribale per cui le persone sono suddivise in clan, a cui non è richiesto nemmeno di aderire ufficialmente, basta che l’interessato “risulti vicino al tifo”, come dice il dispositivo del giudice sportivo. La tua squadra di “appartenenza” è responsabile di quello che fai e questa responsabilità, definita “oggettiva” ma in realtà molto soggettiva, vale anche laddove non ci sia nessuna modalità sostanziale e lecita di controllo del tuo operato (in questo caso quando si trova in trasferta). E’ un principio che obbedisce appunto alla cultura atavica dei clan, per cui se un componente di un clan si macchia di una colpa ne è responsabile tutto il clan: una cultura che oggi giustifica la sua sopravvivenza tra i tifosi calcistici, dipingendo la squadre di calcio come istituzioni dotate di una propria struttura valoriale che si estende ai propri tifosi. Se quindi un tifoso si comporta male è colpa della struttura valoriale della sua squadra e di qui la punizione per la squadra: sembra un modo farneticante di vedere il calcio, eppure la maggior parte dei commenti sui forum specializzati ricalca questo modo di pensare. E’ anche una logica di un anacronismo eclatante, eppure quel bisogno di Medioevo che a vari livelli il calcio esprime la tiene in piedi senza che troppe istanze di rinnovamento la mettano in discussione.
cocorico.jpgPassiamo dagli stadi alle discoteche ed in particolare alla discoteca Cocoricò di Riccione, chiusa dal Questore di Rimini in seguito alla morte di un ragazzo che aveva fatto uso di ecstasy. Qui il discorso potrebbe essere anche diverso, perché i gestori della discoteca una responsabilità ovviamente ce l’hanno ma il problema è che, almeno leggendo il dispositivo del Questore, non pare che ci siano degli obblighi di legge che i medesimi avrebbero violato. Semplicemente il Questore ha applicato l’articolo 100 del Testo Unico sulle Leggi di Pubblica Sicurezza (per la cronaca risalente al 1931) che permette tuttora all’autorità di sospendere la licenza ad un esercizio laddove “siano avvenuti tumulti o gravi disordini, o che sia abituale ritrovo di persone pregiudicate o pericolose o che, comunque, costituisca un pericolo per l’ordine pubblico, per la moralità pubblica e il buon costume o per la sicurezza dei cittadini”. Il sopracitato testo sembra rispecchiare il modo di pensare di una società nella quale si riteneva che ci fosse un modo certo per tenere lontani dal proprio esercizio commerciale dei “malintenzionati”, come se chi spaccia o chi fa uso di droghe ce l’avesse scritto lombrosianamente in faccia e potesse essere quindi facilmente bloccato all’ingresso. Se si ritiene che le discoteche debbano essere dei luoghi “protetti” si dispongano delle misure di sicurezza obbligatorie per tutti gli esercizi (non solo per quelli in cui qualcuno ci lascia la pelle): controlli all’ingresso, tornelli, identificazione, la “Tessera del Discotecaro”. Non che lo auspichi intendiamoci, personalmente sono sempre stato contrario ai proibizionismi, ma almeno una logica simile obbedirebbe ad idee non anacronistiche come quelle dell’attuale citata legislazione. Si dirà: “le discoteche dovrebbero farlo senza obblighi di legge”. Eh sì, ma poi chi ci va ancora nella discoteca che per prima mette i tornelli e in cui ti tocca fare due ore di coda per entrare? Altra cosa è che i sistemi di sicurezza ci siano ma siano gli stessi per tutti gli esercizi, perché prescritti dalla legge.
Calcio e discoteca sono certamente due forme di intrattenimento a cui non si attribuisce un contenuto culturale elevato. Tuttavia, in quanto fenomeni popolari, i modelli che li governano finiscono con l’avere una grossa influenza sullo sviluppo socioculturale del cittadino medio. Se continuiamo a governare fenomeni come questi con regole medievali non possiamo poi lamentarci che la nostra società fatichi a modernizzarsi. Far entrare la nostra società nel terzo millennio è un processo che deve investire tutto e tutti, incluse, a mio avviso, le curve degli stadi e le piste delle discoteche.

30 Agosto 2015

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