La sovranità oggi

Era il 1893, la Grecia era un paese indipendente, sovrano nell’accezione che molti danno a questa espressione, aveva confini presidiati, aveva una sua valuta, non c’era nessuno che gli chiedesse di adeguarsi a normative sulla produzione dei formaggi o sulla gestione dei piani telefonici. Non c’era l’UE, non c’era l’Euro, non c’era Schengen. In quell’anno però la Grecia andò in default e la situazione fu risolta da una commissione insediata dalla potenze europee per gestire i debiti del paese ellenico: la cosa non si risolse con una bella emissione di carta moneta come qualcuno oggi suggerisce a Tsipras. E’ successo molte altre volte a paesi sovrani, fuori da ogni vincolo monetario o politico, doversi dichiarare incapace di rimborsare i debiti e mettersi a trattare con i creditori. E allora? A cosa serve la “sovranità” di cui molti parlano oggi con nostalgia?
derubati-di-sovranita.jpgPartiamo col chiederci cos’è questa famosa sovranità. La sovranità è il perimetro all’interno del quale un “soggetto di diritto pubblico” ha potere. Si badi: il soggetto può essere un governo ma anche una singola persona. La singola persona, ove non ricopra incarichi politici, ha sovranità grazie ai meccanismi democratici che gli permettono di influire su chi lo governa. Ma se chi sono in grado di influenzare non ha potere non ne ho neanche io.
Quando qualcuno si lamenta della perdita di sovranità a cosa si riferisce allora? Immagino si riferisca al fatto che il governo nazionale ha oggi meno potere di ieri e questo perché c’è la percezione che una fetta del suo potere sia stata trasferita altrove. Siccome la percezione di molti è che i governi nazionali sono quelli sui quali abbiamo la possibilità di influire, i teorici della sovranità nazionale sostengono che ridando ai governi nazionali quello che è stato tolto saremo, come cittadini, di nuovo sovrani. E’ così? Proviamo a cercare di capirlo con una serie di esempi.
Poniamo il caso della moneta, è vero che se l’Italia avesse di nuovo una moneta tutta sua, avremmo di nuovo come cittadini la cosiddetta sovranità monetaria? (farò finta di seguito che la moneta sia amministrata dal governo come vorrebbero molti teorici del ritorno alla lira e non in autonomia dalla Banca Centrale come in molti paesi che hanno una propria valuta) Questo presupporrebbe che una volta ripreso il controllo della moneta possiamo svalutarla quanto vogliamo e battere carta moneta quando vogliamo, ovvero che un governo oggi possa giocare con la proprio moneta in libertà. E’ proprio così? O meglio, lo è quanto lo era negli anni ‘70 e ‘80 quando l’Italia cercò a colpi di svalutazione (a dire la verità con risultati deludenti) di mantenere la sua economia competitiva? Non entro nel merito di tutti gli effetti nefasti che una svalutazione può avere nel breve/medio (inflazione) o nel lungo periodo (spostamento della produzione industriale verso attività a bassa intensità di capitale), e l’Italia non è certo proprio un paziente che uscito bene dalla cura della svalutazione, ma c’è ampia letteratura sul tema in rete ben più autorevole del sottoscritto. Vorrei qui solo sottolineare cosa mi induce a pensare che oggi sia diverso da ieri. Un tempo gli scambi commerciali tra Stati avevano un impatto molto minore sull’economia nel suo complesso rispetto ad oggi: quando quindi le banche centrali decidevano di pilotare una svalutazione della moneta giocando su tassi di interesse o aumentando la base monetaria, la rigidità con cui i mercati reagivano era tale da riuscire a tenere sotto controllo la situazione. Negli ultimi trent’anni invece l’impatto sull’economia di importazioni e esportazioni è, molto approssimativamente, raddoppiato: questo significa che una fluttuazione della valuta ha ripercussioni e quindi effetti di instabilità molto maggiore di un tempo. Negli ultimi anni non sono mancati casi di svalutazione andata fuori controllo: il caso della crisi asiatica della fine anni ‘90 è molto interessante. L’instabilità della lira turca è considerata da molti un pesante macigno sull’economia di quel paese, pur in forte sviluppo. Ma anche l’incredibile fluttuazione che il rublo ha avuto negli ultimi mesi (ha dimezzato il proprio valore per poi ritornare al valore originale) indica che è molto più difficile giocare oggi su certi fattori, senza avere rimbalzi di difficile gestione. Non è un caso se il governo russo ha reagito alla tempesta valutaria sul rublo imponendo una serie di restrizioni alle operazioni bancarie, restrizioni che in un paese semidittatoriale come la Russia sono plausibili, in un paese come l’Italia molto meno. lira.jpgSe oggi tornassimo alla lira, il governo si troverebbe verosimilmente costretto ad impedire agli italiani di aprire un conto in Euro in una banca straniera, nel quale tenere i propri risparmi al riparo da svalutazioni della lira, altrimenti anche la lira rischierebbe di entrare in una corsa al ribasso senza fine. Non dimentichiamoci poi che nel tempo le importazioni sono diventate un elemento importante del nostro paniere di consumi, quindi una svalutazione avrebbe un impatto negativo decisamente maggiore rispetto al passato sul potere d’acquisto dei nostri salari. Non illudiamoci nemmeno che i vantaggi sulle esportazioni siano così rilevanti come in passato, sia perché molti generi in cui l’Italia è forte, come l’alta moda, ha una scarsa elasticità al prezzo, sia perché molte aziende italiane hanno linee produttive all’estero e quindi la riduzione del costo del lavoro conseguente ad una svalutazione di una valuta solo italiana sarebbe modesta. Ma se comunque le aziende che vendono nella grande distribuzione potrebbero avere giovamento, in termini di competitività sul prezzo, da una svalutazione, pensiamo ad aziende che vendano invece a listino (listino ovviamente in Euro o comunque in valuta diversa da quella italiana) che si troverebbero a dover fissare un listino, indovinando quale saranno nel periodo di validità del listino le fluttuazioni del cambio e assumendosi quindi un margine di rischio ulteriore. Non dimentichiamoci poi del disagio e dei costi per i tanti turisti europei che ogni anno si riversano in Italia nel trovarsi di nuovo a dover cambiare valuta. In definitiva se spesso negli ultimi cinquant’anni ci si è posti il problema di fissare il tasso di cambio non è forse per una cospirazione internazionale, ma perché l’instabilità del tasso di cambio è un problema per i mercati e sicuramente oggi lo è più di quanto non lo fosse vent’anni fa. Se una nazione come la Macedonia che non fa nemmeno parte dell’UE ha adottato l’Euro, e si sforza di mantenere una discreta stabilità finanziaria, pur non avendo obblighi in questo senso, vuol dire che forse la sovranità monetaria non è poi un boccone così prelibato oggi, o lo è comunque molto meno di ieri, tanto che alcuni considerano preferibile far parte di un sistema monetario relativamente stabile, anche se se ne devono accettare le regole, che far parte di un sistema monetario che offre maggiore libertà ma instabile e difficilmente controllabile. Se nella teoria delle aree valutarie ottimali la forte integrazione economica è considerata come un fattore che rende appunto un’area valutaria ottimale, mi viene da dire che l’Europa sia un’area valutaria ottimale oggi più di vent’anni fa.
Parliamo adesso di normative, supponiamo di uscire dall’Unione Europea (ricordo che non è previsto dai trattati un’uscita dall’Euro senza uscita dall’UE). Non dovremo allora più piegarci a quanto imposto in termini di modalità di produzione del formaggio, o di energia dissipata da un tostapane, ma, attenzione, non potremo nemmeno imporlo agli altri. Oggi che più del 30% dei prodotti che compriamo arrivano dall’estero come facciamo ad avere un controllo, a governare quel flusso, se non ci sediamo più ad un tavolo comune con chi li produce? Oggi siamo in grado di difendere il Parmigiano dal “Parmisan” in tutta Europa, perché ci sediamo a Bruxelles e a Strasburgo. Se usciamo potremo anche proibire la commercializzazione del “Parmisan” in Italia, ma chi tutelerà il Parmigiano negli altri 32 paesi dell’Unione? Consideriamo che oggi più di un terzo della produzione di parmigiano è diretta all’estero (e di questa fetta il 65% verso l’Unione Europea) ed è una quantità che è raddoppiata negli ultimi 10 anni. Come cittadini poi non dimentichiamoci che la gran parte delle misure che sono state introdotte in Italia per andare incontro alle esigenze dei consumatori nascono da direttive europee, siamo così desiderosi di farne a meno?
fuga-di-cervelli.jpgParliamo poi di mobilità delle persone. Oggi già lamentiamo la fuga dei cervelli, cosa succederebbe domani se il salario in Euro di un impiegato in Francia divergesse ancor più di quello attuale rispetto al valore di quello italiano in Lire? Negli anni ‘70 lo scoglio linguistico era considerato insuperabile, ed era anche più difficile di oggi mantenere delle relazioni con i propri parenti e amici trasferendosi all’estero: oggi non è più così, i vincoli sono molti di meno ed in questo scenario le persone migliori verosimilmente fuggirebbero all’istante verso l’estero. Pensiamo a quello che è successo e sta succedendo in Ungheria, dove la classe media sta da tempo lasciando il paese in massa.
Per sintetizzare, il mondo è cambiato rispetto a certi modelli di riferimento che ancora oggi molti hanno in mente. Oggi la nostra società in tutti i campi (sociale, economico, lavorativo, finanziario) ha superato i confini tra nazioni, e non solo quelli tra le nazioni europee. In questo scenario svincolarsi dall’Europa e tornare ad avere solo competenze nazionali è un bottino assai misero, perché la maggior parte di quello che riguarda la nostra vita quotidiana ne rimarrebbe fuori. ritorno-alla-lira.jpgPer non voler condividere con altri la nostra influenza su un comune governo europeo, ci ritroveremmo tra le mani quella esclusiva su un governo nazionale debole e giocoforza subalterno, rinunciando a qualunque influenza su flussi commerciali, economici, sociali, nei quali siamo e rimarremo comunque coinvolti fino in fondo. Ma allora: se non vogliamo mandare indietro le lancette della storia, se non vogliamo chiuderci in un’autarchia anacronistica, che cosa possiamo fare per recuperare la nostra percezione di sovranità? Perché chi fa riferimento alla ripresa di sovranità raccoglie facili consensi? Perché manca la percezione di influenzare il livello superiore, quello europeo, quello sovranazionale, così come influenziamo gli altri livelli, quello nazionale, quello regionale, quello locale? Manca un po’ per ignoranza, certamente. Se chiedete in giro: pochi si dimostreranno al corrente di quali fossero i candidati al soglio di Presidente della Commissione Europea e che, con il nostro voto alle europee, abbiamo eletto Juncker. Ma in parte è comunque una percezione corretta, perché, a dispetto di qualche passetto avanti, come appunto quello di avere oggi un Presidente di Commissione Europea eletto dai cittadini europei, continuiamo a vedere che alla fine sono i governi nazionali a decidere e, ovviamente, decidono sulla base dei propri rispettivi interessi. Il caso della Grecia dimostra che oggi, quando ci sono decisioni fondamentali per il futuro dell’Unione, sono Germania, Francia e poche altre a decidere e il ruolo delle istituzioni europee è ancora marginale. Manca una vera democrazia europea che governi tutti i processi, che vanno dall’immigrazione, alla politica estera, dal commercio al controllo sui bilanci nazionali.
Che cosa ci dice allora davvero la vicenda greca? Che finché l’Europa sarà la somma delle voci dei vari governi nazionali, le cose rispetto al 1893 non cambieranno molto, né in un senso né nell’altro. Le cose cambieranno quando l’Europa avrà la voce di un singolo governo democratico europeo. Allora sì che avremo di nuovo la nostra “sovranità”, allora sì che chi si siede con Tsipras per trovare soluzioni per il debito greco avrà un mandato dai cittadini dell’Unione e non solo da quelli tedeschi.
statiunitideuropa.pngChi, cavalcando un anacronistico, e anche un po’ patetico, nazionalismo di ritorno, ci parla di sovranità indicando la direzione opposta, forse lo fa per marketing politico o forse perché non ha proprio capito che alcune cosette sono cambiate nel mondo negli ultimi trent’anni. Chi invece si muove in quella direzione, come forse sta facendo Hollande in questi giorni, potrebbe scrivere una parola fondamentale per il recupero dell’autentica sovranità dei cittadini e quindi, sperabilmente, anche di un’Europa più solidale. E’ una soluzione che prospetta scenari ignoti ancora inesplorati, difficili da immaginare, ed è certamente molto più semplice proporre un “indietro tutta” verso un affascinante mondo di ieri, che però, purtroppo o per fortuna, non esiste più. Purtroppo la scarsissima copertura mediatica che la svolta di Hollande ha avuto sui sempre provincialissimi media italiani ci ricorda che la resistenza passiva che i gruppi di interesse di casa nostra dimostrano sempre verso queste proposte è parte del problema.

24 Luglio 2015

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