Insegnanti nella storia

Vi segnalo e riporto un interessante articolo sulla condizione degli insegnanti in Italia apparso recentemente su “Diario”. La cosa interessante è che l’articolo, scritto da Gaetano Salvemini nel 1903, è ancora attuale oggi. Purtroppo la realtà è che nella storia i governi italiani hanno ripetuto lo stesso tragico errore, ovvero ogni volta che c’era bisogno di denaro hanno messo le mani nelle tasche degli insegnanti e della scuola, esattamente come fa la Gelmini oggi. Il risultato è stato: da un lato trasformare quella di insegnante in una professione semi-volontaristica con ovvia riduzione della sua qualità, dall’altro aver progressivamente ridotto il prestigio sociale della scuola, ridimensionandola come agenzia di socializzazione agli occhi delle famiglie e quindi svalutandone il ruolo nella formazione di una coscienza civile del paese.
Buona Lettura

G. SALVEMINI

Per la Scuola e per gl’Insegnanti

Discorsi * Relazioni * Documenti *

Un insegnante, che non si sprofondi in temi letterali, artistici o filosofici, ma si occupi di stipendi, di pensioni, di sessenni, urta — sarebbe vano dissimularcelo — contro le abitudini intellettuali di molte, di troppe persone. Per il grosso pubblico, che non vive nella scuola l’insegnante non è un uomo, che mangia, dorme e veste panni: è un essere astratto, indipendente dalle leggi fisiologiche della nutrizione, collocato in un mondo ideale, dove non ha bisogni, non ha preoccupazioni, non ha dolori e si nutre solo di bacche d’alloro e di cipresso. E quando quest’essere convenzionale scende dai cicli azzurri, dove non avrebbe da far altro che disputar lo spazio agli angeli e ai passerotti, e rivela le miserie e le ingiustizie di cui è vittima, ed afferma che prima di essere insegnante, egli è uomo, i più si scandalizzano e gli gridano in tono di rimprovero: «Pensate all’ideale, non di solo pane vive l’uomo». Certo l’ideale è un buon viatico per le lotte della vita, e noi ne abbiamo: ne abbiamo anche troppo. Ma questo non vuol dire che il giusto, il necessario miglioramento delle nostre condizioni materiali non debba essere oggetto delle nostre preoccupazioni e delle nostre cure! Non di solo pane vive l’uomo; ma prima di tutto vive di pane!

Un professore, dopo aver fatto otto anni di studi secondari e quattro, di studi universitari, che coi nuovi regolamenti diventeranno cinque, deve aspettare ancora non pochi anni prima di essere ammesso all’insegnamento. Salvo rare eccezioni privilegiate, la massima parte comincia la dolorosa via crucis della carriera nelle scuole inferiori, con lo stipen­dio iniziale di L. 1800 e col grado di reggen­te, per non parlare degl’incaricati che stanno anche peggio e dei quali parleremo in segui­to. Io, che pur sono stato fra i più fortunati, ho cominciato il mio insegnamento in Paler­mo nel 1895, con lo stipendio di L. 1800 e insegnando per 18 ore settimanali nella se­conda classe del ginnasio. Durante il primo anno dovevo rilasciare sullo stipendio il 25 di ritenuta straordinaria, e cosi la mia remunerazione mensile si riduceva a L. 116. Ne spendevo 30 per la stanza, non essendo­mi lecito andare a dormire in una stalla co­me il divin redentore; 75 lire erano assorbite da una pensione — ahimè — troppo infe­riore al formidabile appetito dei miei 22 an­ni; dieci centesimi di latte per la colazione mattutina, prima delle 3 ore di lezione, mi portavano via tré lire al mese; il giornale (L. 1,50 al mese) e la lavandaia mi ipotecavano altre 5 lire mensili. Mi rimanevano dunque tré lire mensili per acquistar carta da scrive­re, francobolli, libri, per vestirmi, calzarmi, curarmi in caso di malattia, ritornare a ca­sa per le vacanze. Ed io, che avevo lavorato accanitamente negli anni più belli della mia vita per conquistarmi questa terra promessa dell’insegnamento, e speravo di compensa­re la mia famiglia di tutti i sacrifizi che ave­va fatti per me, io — il signor professore! — dovetti scrivere ancora ai miei per essere soccorso; e feci anche dei debiti!

Quando si è giovani, questi malanni non sembrano mai pesanti abbastanza; ma trascorrono gli anni con rapidità vertiginosa e si portano via le illusioni e le speranze; e so­pravviene invece la famiglia, sopravvengono i figli. Già, sopravvengono la famiglia e i figli; perché i professori non possono certo, in no­me della pedagogia e del bilancio dello Sta­to, essere condannati al celibato perpetuo o assoggettati alla operazione di Origene! Cre­scono dunque gli anni e i figli; ma gli stipendi son sempre, più o meno, gli stipendi miserabi­li di prima. Un professore di ginnasio inferiore e di scuola tecnica dalle 1800 lire annue sale alle 2000, alle 2200, alle 2400, alle 2700: e qui si ferma; ma per arrivare a questa invidia­bile cuccagna, ha dovuto consumare 38 anni, dico 38 anni di servizio… almeno. Un profes­sore di ginnasio superiore sale da L. 2000 a L. 2800 dopo 36 anni di lavoro. Il professore di liceo deve veder trascorrere sulle sue mise­re spalle 38 anni per salire penosamente da L. 2200 al massimo di 3000 lire!

MESSINA VINCENZO MUGLIA - Editore

 

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17 Settembre 2008

Un solo commento. a 'Insegnanti nella storia'

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  1. cri afferma:

    Negli ultimi tempi la scuola sta diventando sempre più azienda privata. Si dà molta importanza alle carte burocratiche e poca attenzione alla didattica. Per questo si taglia con facilità.
    Certamente chi vive nella scuola, per la scuola, sa bene che la missione a cui si è chiamati quotidianamente non è proporzionale allo stipendio, alle ore extracurricolari, ma tant’è.
    (Meglio non approfondire il discorso economico: l’ha già fatto Salvemini ed è davvero attualissimo). C’é la passione.
    E’ evidente che i continui tagli, che portano inevitabilmente alla regressione del sistema scolastico, vedi, ad esempio,
    la reintroduzione del maestro unico nella primaria, la riduzione drastica sui posti di sostegno, non favoriscono la meritocrazia intesa come valorizzazione dell’insegnante meritevole.
    Piuttosto creano un’élite di persone che riescono a sopravvivere sulla testa degli altri. Tuttavia, c’è chi sa già come rimpiazzare le suddette teste: inviarle in massa a far da guide turistiche. A questo punto la domanda mi sorge spontanea: dove sta, o meglio, dove va a finire la passione per l’insegnamento?
    Qualcuno, in questi giorni, ha detto che il Ministro della Pubblica Istruzione dovrebbe avere le mani sporche di gesso: mi sa che la Mariastella ha le mani sporche e basta.

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