Non lasciare nessuno indietro

chierimastoindietro.jpgLo slogan “Non lasciare indietro nessuno” spesso risuona nella retorica dell’area politica a sinistra di Renzi. Ed in effetti trovo non ci sia modo più efficace per criticare le politiche di Renzi. Non è questione di essere democratico o meno, non è questione di essere troppo di destra o poco di sinistra, è questione di concezione del proprio ruolo di Governo di un paese. Alexis De Tocqueville già nel XIX secolo parlava del rischio che la democrazia si trasformasse nella dittatura della maggioranza e anche per questo le Costituzioni moderne enfatizzano il concetto per il quale il ruolo di chi governa un paese è governarlo nell’interesse di tutti i cittadini, non solo di una parte. Una visione più o meno sociale dà un’enfasi diversa all’idea di “tutti i cittadini” ma il concetto è che chi governa un paese non può solo occuparsi della massimizzazione del PIL o di un livello di benessere medio dei cittadini, ma deve essere in grado di offrire opportunità di una vita migliore a tutti, dai primi agli ultimi.
vignetta-scuolademocratica.jpgPrendiamo concretamente la riforma della scuola. Se ne è parlato molto, ho sentito molti pareri: quasi tutti i pareri critici che ho sentito facevano riferimento ad una ideologia della scuola assolutamente discutibile e rivedibile che portava immancabilmente ad alcuni mantra: “aumentare la responsabilità dei presidi in termine di gestione amministrativa o di assunzioni di insegnanti è un attacco alla democrazia scolastica”, “selezionare gli insegnanti in base al merito fa della scuola un’azienda” eccetera. Partiamo da un presupposto: chi manda i propri figli a scuola, chiede alla scuola di formare i suoi figli e chi ha figli o chi ha lavorato nella scuola sa che non è un lavoro facile e per farlo ci vogliono persone che lo sappiano fare ed un’organizzazione alle loro spalle che funzioni. Alla scuola si chiede quindi di selezionare e motivare queste persone e di spendere il poco denaro a disposizione nel modo migliore, in modo da consentire a queste persone di svolgere il proprio lavoro al meglio. Poi si chiede ovviamente anche di poter discutere determinate decisioni ed avere voce in capitolo nelle stesse, ma tra queste decisioni non trovo abbia senso esserci la scelta dei docenti, su cui non credo i genitori o gli altri docenti possano reclamare competenze. Anzi, io come genitore, se scopro che a mia figlia insegnano che l’omosessualità è una malattia o che Mussolini è stato un grande statista, voglio poter andare dal Preside e dirgli quello che penso dei docenti che sceglie, senza sentirmi dire “Eh, non dipende da me”. Pensare che quindi certe decisioni possano essere prese dal solo Preside non porta ad una minore democrazia ma solo ad una maggiore chiarezza di responsabilità. Ogni responsabilità comporta un controllo e qui mi pare che la riforma zoppichi parecchio, ma anche questo è un punto che sembra non interessare a molti.
La scuola non è un’azienda, si dice poi: certo, ma il fatto che un’azienda adotti certi processi per motivare le persone a dare il massimo non esclude che possa farlo anche un istituto scolastico, con gli stessi obiettivi. Pensare quindi che si adotti un processo di valutazione degli insegnanti che produca eventualmente degli incentivi economici ai più bravi non è affatto un’eresia, anzi agli insegnanti più bravi di mia figlia sarei ben contento di poter far avere un premio.
sistema-educativo.jpgPurtroppo però, nascosto dalla cortina fumogena della contestazione preconfezionata, ricca di slogan e povera di contenuti, c’è un problema sostanziale della riforma: quello iniziale, ovvero che lascia fuori quelli che non riescono ad entrare dentro. I 100mila forse saranno assunti e siamo tutti contenti che ciò accada, ma gli altri vedranno apparentemente vanificarsi decenni di lunga attesa, di lavoro, di sacrifici fisici ed economici, nel miraggio di trovare finalmente un giorno l’agognata immissione in ruolo. Tra quelli c’è ad esempio chi ha speso molto tempo e molti soldi per superare il famoso TFA, per potere accedere all’abilitazione. Oggi a costoro il duo Renzi e Giannini va a spiegare che hanno perso tempo e denaro inutilmente perché non ne avranno alcun vantaggio, oppure c’è chi semplicemente ha lavorato per anni e anni, magari ottimamente, pur passando da supplenza a supplenza, e si ritrova oggi il suo curriculum azzerato, con la necessità, gli uni e gli altri, per poter sperare di lavorare ancora, di affrontare un concorso che li vedrà gomito a gomito con neolaureati ventenni, che magari possono studiare giorno e notte senza una famiglia di cui occuparsi. Chi dà delle risposte a queste persone? Chi dice a queste persone che il nostro Governo è il governo di tutti? No, non è il governo di tutti, è il governo di quelli che ce la fanno o, peggio, che sono più fortunati o raccomandati, gli altri… si arrangino.
Se la componente autenticamente sociale del nostro quadro politico vorrà rifondarsi, dopo il passaggio del ciclone renziano, dovrà ripartire, a mio modo di vedere, proprio da qui, riponendo in soffitta vuoti schematismi ideologici che nella società della comunicazione non riscuotono più nemmeno il fascino di cui un tempo godevano, e ricordandosi che cosa vuol dire davvero “non lasciare indietro nessuno”.

27 Giugno 2015

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