Dagli abissi al tetto del mondo

rimini-juve-serie-b-2006-07.jpgEra un Sabato pomeriggio del Settembre 2006 e per la prima volta in vita mia varcavo l’ingresso dello Stadio Olimpico di Torino e di una serie calcistica che non frequentavo dai tempi dell’adolescenza, quando andavo al Franco Ossola di Varese e vedere la squadra locale che faceva la spola tra B e C. C’era forse un velo di tristezza sul popolo bianconero che era pronto, fino a pochi mesi prima, all’ennesimo assalto alla Champions, dopo un’eliminazione nei quarti ad opera dell’Arsenal, e che invece si era ritrovato a battagliare per una promozione in A che con 9 punti di penalizzazione pareva tutt’altro che scontata. Una settimana prima c’era stato l’esordio a Rimini, conclusosi con uno sconcertante 1-1, che aveva ricordato a chi si fosse illuso, che il ritorno alla categoria di sua competenza per la Juventus sarebbe stata tutt’altro che una formalità. C’era però nell’aria anche l’entusiasmo delle rifondazioni, quel rinnovato affetto per la squadra, quell’affetto che si manifesta più forte nei momenti di maggiore difficoltà. Per me quello fu un giorno che cambiò forse il mio modo di vivere il calcio, lo stadio, la partita. Fu una partita difficile, sudata anche quella, vinta con un faticosissimo 2-1 finale, con un gol di Trezeguet e uno di Del Piero, ma con sue palle gol facili sbagliate dal Vicenza negli ultimi minuti. Però fu una festa, come il calcio sa e deve essere ed più facile lo sia quando è un po’ più lontano dai riflettori dei media e dai veleni che i mezzi di comunicazione diffondono copiosamente. Da quella festosa giornata è iniziato un cammino che è arrivato in 9 anni fino al tetto del mondo. E’ un cammino che è passato dalla decisione che presero grandi campioni come Buffon, Del Piero, Nedved ma anche Trezeguet e Camoranesi, di provarci a tornare fin lassù. E anche se, con l’eccezione di Buffon, tutti hanno dovuto abbandonare la casacca a strisce prima di riuscirci, credo possano sentirsi un po’ parte di quanto è accaduto quest’anno ed in particolare Sabato scorso. E’ un cammino che è passato da una profonda riorganizzazione societaria, che ha modernizzato la Juventus avvicinandola a modelli europei di autosostenibilità, una trasformazione che non ha funzionato da subito, ma che ha nel tempo costruito un gap abissale rispetto a quelle rivali che hanno continuato a sperare nei cordoni della borsa dei loro proprietari, rinchiudendo una parte del calcio italiano in un conservatorismo che gli è stato letale. ferrara-blanc-e-secco.jpgUn cammino fatto di molti fallimenti temporanei, tutti molto istruttivi. Un cammino che ha visto come una delle principali architravi lo Stadium, solo un luogo sì, ma il calcio è un rito e i riti si nutrono anche e soprattutto di luoghi. Non sono né un fan né un fustigatore di Moggi e Giraudo: non li ho mai apprezzati dal punto di vista umano ma non li ho mai nemmeno considerati peggiori della media degli operatori del calcio di quegli anni. Non posso però non riconoscere che lo Stadium fu un’idea partorita proprio dalla Triade (non vorrei dimenticare Bettega che ha sempre avuto il torto di essere l’unico galantuomo dei tre). E’ stata un’idea a cui la nuova dirigenza ha affiancato un a gestione della sicurezza e della collaborazione con il tifo che ha reso lo Stadium un modello anche dal punto di vista dell’ordine pubblico: uno stadio in cui non ci sono barriere, e nonostante ciò uno stadio in cui non esplodono bengala o bombe carta (e non certo perché i tifosi juventini siano più bravi degli altri, vedi quello che è successo all’ultimo derby giocato all’Olimpico). arcobaleno_juventus_stadium.jpg
Sabato scorso questo cammino ha avuto il suo coronamento su quello che calcisticamente è il tetto del mondo. Non voglio mancare di rispetto al resto del mondo e al Sudamerica in particolare, ma la bulimia del calcio europeo ha svuotato i club del resto del mondo dei loro talenti e non a caso negli ultimi 8 anni 7 volte la Coppa del Mondo per Club l’ha vinta la rappresentante europea. Oggi si può quindi ben dire che non ci sia partita tra club al di sopra della finale di Champions League. Poteva giocarcela diversamente, magari improvvisando un Fort Apache davanti a Buffon e potevamo anche vincerla, magari puntando sui rigori o segnando nell’unica azione della partita. Invece l’abbiamo giocata da pari a pari, abbiamo rischiato una larga sconfitta, abbiamo rischiato di vincerla. La Juve non è ancora più forte o forte quanto il Barcelona, ma siamo lì, siamo tra le migliori squadre d’Europa e questa consapevolezza vale di più della Coppa.premiazione-champions.jpg
Magari l’essere la squadra europea ad avere perso più finali di Champions League/Coppa Campioni e anche più finali europee in assoluto non è uno dei record più ambiti, ma vuol dire che ci siamo arrivati tante volte e infatti per numero complessivo di finali europee siamo dietro solo ai due colossi iberici, Real e Barca: alla faccia di chi dice che la Juve in Europa ha sempre combinato poco. E poi c’è qualcos’altro. C’è l’aver contenuto le polemiche circa il presunto rigore su Pogba, che forse ci poteva stare ma è il genere di fallo che a nessun arbitro al mondo si può chiedere di vedere con chiarezza, senza l’ausilio della moviola. C’è l’aver finito la partita tra gli applausi anche del pubblico avversario. C’è l’aver applaudito i catalani meritatamente campioni. Anche questo è essere europei, anche questo è andare oltre agli starnazzi isterici del pollaio italiano.
Un solo peccato la Juve ha commesso. E’ saltata la festa. Niente passerella in centro, autobus scoperto, bagno di folla. Prima c’era da pensare alla Coppa Italia, poi c’era da pensare alla finale di Champions, poi c’erano le vacanze e la Nazionale. Un paio d’ore di passerella non ci avrebbero fatto perdere Coppe, vacanze o Nazionale. Non lasciamo che un malinteso senso sabaudo della misura cancelli quello che la Juventus e i suoi interpreti hanno fatto. Il calcio è festa e deve essere festa, e allora i successi vanno festeggiati, altrimenti diventa facile dimenticarseli o considerarli normali. Perché l’entusiasmo, l’affetto per i colori di una squadra, il rito che si svolge attorno ad essi, si costruiscono anche e soprattutto così. A me personalmente il detto “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta” non piace molto. La vittoria è certamente importante ma ci sono tante altre che cose che contano e se vogliamo rimanerci a lungo, sul tetto del mondo, è bene che ce ne rendiamo conto.

10 Giugno 2015

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