Un gioco, un rito, una passione

Anche quest’anno è iniziato il Campionato di Calcio ed anche quest’anno, come ogni anno, mi sono ritrovato alla prima uscita all’Olimpico, insieme a svariate migliaia di altre persone, con addosso una maglietta bianconera, con in mano una bandiera con gli stessi colori e con in bocca le parole di una canzoncina orecchiabile. Ogni volta che ciò accade mi sorge poi la domanda su cosa spinga un uomo teoricamente maturo ad un comportamento così apparentemente irrazionale.
Sicuramente aiuta il sentirsi parte di un grande gioco che esce dal campo e diventa gioco collettivo. Tutto ciò ha un fascino ineguagliabile, come fosse una grande tombola, un’estensione ad un pezzo della società del gioco da tavola praticato in famiglia nelle sere d’inverno.
Un altro aspetto fondamentale è quello del rito: un atto che dà continuità alle nostre esistenze, conferisce un senso allo scorrere del nostro tempo, rafforza la nostra identità. In fondo è altrettanto poco razionale mettersi un costume da Zorro o tirarsi delle arance quando arriva Carnevale, eppure quant’è divertente?
Infine c’è la passione, quell’insieme di meccanismi che si sviluppano dentro di noi e che ci portano a provare una soddisfazione del tutto irrazionale, una pienezza emotiva, nel legare la nostre emozioni a qualcosa al di fuori di noi, che sia una squadra di calcio, un modellino radiocomandato o una nave in bottiglia.
Come analisi sociologica non è un granché, mi rendo conto, ma vi dovete accontentare perché il tempo è poco, prima che l’altoparlante comunichi le formazioni e si inizi a cantare.
Buon divertimento e Buon Campionato a chi lo seguirà

16 Settembre 2008

3 commenti a 'Un gioco, un rito, una passione'

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  1. Bruno afferma:

    E’ piacevole lasciare da parte, per un po’, il peso della propria individualità. Abbandonarsi alle strade conosciute del rito e dell’irrazionalità, lasciare che la vittoria o la sconfitta dipendano, per una volta, dalla fatica di altri. Essere deresponsabilizzati, essere un po’ meno se stessi. Un po’ come quei megamanager che, stanchi di comandare e di decidere, pagano cinque zoccole per farsi frustare e dominare…

  2. cri afferma:

    Probabilmente, un uomo teoricamente maturo ha bisogno di emozioni! E che bello!

  3. Coloregrano afferma:

    E’ vero che esiste la componente di deresponsabilizzazione come quelli che passerebbero ore a guardare gli altri giocare a carte ma non prenderebbero mai parte alla contesa.
    La cosa curiosa è però che poi cerchiamo lo stesso di partecipare attivamente alla contesa, convincendo noi stessi di aver influenza sull’esito, sostenendo ad esempio con l’incitamento la squadra oppure anche con la sola presenza. Credo che ognuno di noi abbia l’intima convinzione che il presenziare all’incontro della propria squadra del cuore aumenti decisamente le sue probabilità di vittoria.

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