Ipocrisia, buonismo e l’importanza delle parole

In una delle scene forse più popolari della cinematografia di Nanni Moretti l’attore-regista in “Palombella Rossa” urla ad una giornalista “Le parole sono importanti!”. Forse quella scena è così celebre anche perché esprime un concetto tutt’altro che banale, ovvero la forza simbolica straordinaria che hanno le parole, pochi suoni messi in fila, dietro ai quali si celano complicati sistemi e processi culturali.
Sarà capitato a tutti, come a me, di sentire e risentire recentemente, soprattutto nelle ultime settimane, le due parole chiave: “ipocrisia” e “buonismo”, ripetute come in un mantra da molti dei nostri esponenti politici e diversi quotidiani. Perché questa popolarità per queste due parole? Di seguito provo a darmene una spiegazione. buonismoeipocrisie.jpg
Iniziamo da “buonismo” che è quella più curiosa anche perché di recente diffusione. Le definizioni di buonismo sono varie ma in generale il termine connota negativamente chi ha atteggiamenti troppo indulgenti: è stata spesso utilizzata riferendosi a chi stringeva patti con i rivali politici ma oggi il suo principale uso è nello stigmatizzare l’atteggiamento indulgente verso gli immigrati.giornale-buonismo.jpg La cosa curiosa della parola è che si tratta di un termine dispregiativo che però deriva da “buono”, termine che nella nostra cultura ha un’accezione quasi esclusivamente positiva. Aggiungerei poi che “buonismo” pare l’erede del termine “pietismo”, molto usato nella retorica del regime fascista con simile accezione, ed è di nuovo significativo che pietismo derivi da pietà, termine che nella cultura cristiana ha un significato profondamente positivo, essendo la “Pietà” addirittura uno dei doni dello Spirito Santo. In definitiva la domanda è: in cosa il “buonismo” dovrebbe distinguersi dalla “bontà” (o il “pietismo” dalla “pietà”)? Sembrerebbe che si abbia buonismo quando l’apparente bontà d’animo non è genuina ma corrisponde ad un atteggiamento, ad una volontà di apparire. Questo distinguo però si può fare su base individuale, “Tizio Caio non è buono, è solo un buonista”, ma non può qualificare in termini generali una condotta senza approfondirne le motivazioni personali. Dire “Basta con questo buonismo” è quindi esattamente come dire “Basta con questa bontà”. E allora che bisogno c’è di utilizzare così copiosamente questo strano neologismo?
vaurobuonismo.jpgEntra in scena quel vecchio meccanismo psicologico comunemente chiamato “dissonanza cognitiva”, ovvero quella contraddizione all’interno del sistema di valori di un individuo che lo spinge, per ritrovare coerenza, a ridefinire quel sistema stesso o le forme con cui si esprime. E’ una dissonanza cognitiva quella che da una parte attribuisce alla cristianità un valore differenziante, che giustifica l’essere noi al caldo delle nostre case, mentre altri muoiono sui barconi, dall’altra però quella stessa cristianità indurrebbe a guardare con carità al popolo dei barconi, cosa che non possiamo fare perché li riteniamo una minaccia per il nostro status privilegiato. E allora ecco che ci si guarda bene dall’usare termini, lessicalmente più appropriati, ma classici della cultura cristiana come “Bontà”, “Pietà”, “Carità”, ma si introduce un termine nuovo con l’unico scopo di nascondere la dissonanza cognitiva sotto al tappeto.
cristo-e-gli-immigrati.gifIl concetto di ipocrisia è poi strettamente legato a quello di buonismo. Perché, nella testa dell’utente di questi due termini, il buonista non si duole per la sorte dell’immigrato che muore in mare per sincero dispiacere ma per “ipocrisia”. La Treccani definisce ipocrisia come “la simulazione di virtù e di buone qualità per guadagnarsi i favori o la simpatia di una o più persone”. Chi si duole per i morti sui barconi lo farebbe quindi per guadagnarsi il favore di qualcuno, e anche considerando un’accezione più ampia del termine, lo fa per calcolo, per atteggiamento? Per carità, ci sarà anche chi si duole solo per atteggiarsi, solo perché si deve, ma dispiacersi per la morte di una persona è un sentimento talmente normale nella natura umana che etichettarlo, a livello generale, come ipocrisia pare davvero curioso. Anche qui quindi, svalutare i sentimenti altrui, spacciarli come insinceri, è un modo per non sentire come un peso i propri, per non sentire la dissonanza cognitiva di cui sopra.
immigrazione.jpgDissonanza cognitiva che tra l’altro provo anch’io, anche se me ne faccio una ragione e non cerco fughe lessicali. La provo nel momento in cui mi rendo conto di guardare con commozione a chi muore sui barconi, non per “ipocrisia”, non per “atteggiarmi”, ma per normalissima e sana (credo) empatia umana; e al contempo mi rendo conto di commuovermi molto meno per chi muore sotto le bombe della guerra da cui, chi non è morto prima, prova a fuggire su quegli stessi barconi. Questa sì che è ipocrisia, pensare che un cittadino libico che muore sia uno scandalo se muore a Lampedusa, e non lo sia se muore a Bengasi; pensare che un immigrato che delinque sia un problema se sta a Torino e non lo sia se sta a Tunisi; pensare che nel momento in cui “stanno a casa loro” il problema da cui fuggono non ci sia più; pensare, in definitiva, che quello di negativo o di tragico che avviene fuori dalla nostra portata o dalla nostra giurisdizione non sia un problema è l’unica vera e grande ipocrisia in tema di immigrati e curiosamente quella quasi mai citata.

15 Maggio 2015

Non ci sono ancora commenti ma sicuramente tu avrai qualcosa da dire...

Dì la tua

terremoto centro Italia

Ultimi interventi

Archivi

Categorie

Pagine varie

I miei posti preferiti

I miei blog preferiti

Feed su RSS

Meta

Technorati

FB NetworkedBlogs