Cercando di non essere come Vincenzo

sassaiola-pullman-juventus.jpgHa avuto risonanza nazionale la foto di un signore di nome, pare, Vincenzo che, insieme con un bambino che pare fosse suo figlio, partecipava alla sassaiola contro l’autobus della squadra nemica al recente derby torinese. Si è scatenata una gogna mediatica contro il personaggio e in effetti non saprei come difenderlo. Credo però giovi spendere qualche parola in più su quanto avvenuto che limitarsi all’indignazione.
La passione per il calcio, come per qualunque altra competizione sportiva di squadra, ha una peculiarità, quella di spingerci inesorabilmente verso una fazione. E’ difficile seguire una competizione sportiva a squadre senza finire col parteggiare, di prendere le parti per una delle due squadre che si confrontano. Io stesso quando mi trovo a seguire, durante i Mondiali, incontri del tipo Nigeria-Arabia Saudita mi sento scivolare come dentro una sabbia mobile verso una delle due formazioni, non importa quale e con che criterio, la più debole, quella gioca meglio al calcio, quella che ti è più simpatica. E’ come se l’essere stati coinvolti per millenni in lotte, guerre, battaglie, avesse scritto nel patrimonio genetico umano una direttiva ben precisa per la quale, di fronte ad una contrapposizione tra due manipoli di individui, sia necessario in un modo o nell’altro iscriversi ad uno dei due fronti. Quando poi quell’iscrizione si alimenta di vissuti comuni, di letture faziose degli eventi, di presunti torti subiti (mai bilanciati dai presunti vantaggi avuti), di malefatte degli avversari (sempre più gravi delle proprie) tutto ciò costruisce un sentimento di aggressività verso il nemico che ben poco ha a che fare con la razionalità e con le logiche di convivenza civile che costituiscono pur sempre un elemento valoriale fondante della nostra società. Questo è in poche parole quello che succede in uno stadio: un luogo nel quale compassati professionisti si trasformano in belve urlanti, che insultano e minacciano illustri sconosciuti solo perché sfoggiano colori diversi dai propri. Chiunque sia entrato in uno stadio sa cosa intende dire il signor Vincenzo quando, nella sua ingenuità, dice che “Allo stadio queste cose ci stanno”. “Ci stanno” perché il senso di emulazione che sentiamo verso il peggio, l’insofferenza alle regole di civile convivenza che ci induce a violarle quando vediamo altri che lo fanno, spinge ad una corsa verso l’aberrazione che può arrivare anche a considerare accettabili sassaiole, lancio di bombe carta e pestaggibomba-carta-toro-juve.pngQuello che purtroppo Vincenzo probabilmente non capisce è che anche allo stadio un insulto, un sasso, un petardo, possono far male esattamente quanto fuori dal campo. Chi scrive è un appassionato di calcio, uno che segue la propria squadra da quando aveva otto anni, quasi sempre allo stadio e sa quale fatica costituisca il sottrarsi a queste logiche, ricordarsi che i giocatori avversari sono scorretti più o meno quanto i tuoi, che l’arbitro sbaglia a danno della tua squadra come a suo favore, che i tifosi dell’altra squadra sono persone più o meno come quelli della tua, che il fatto di essere in uno stadio non è una buona ragione per perdere di vista il senso di rispetto per gli altri che ci è proprio altrove.
Ci sono tante cose che ognuno di noi fa che vorrebbe riuscire a non fare: perdere la calma in una discussione, alzare la voce quando non è necessario, reagire in modo esagerato, sfogare su altri le proprie tensioni. Non sempre ce la facciamo ma la presenza dei nostri figli, la loro tendenza a prendere i nostri comportamenti come modelli sono e devono essere un incentivo a resistere a queste ed altre pulsioni al peggio. Ecco perché Vincenzo scandalizza, perché non solo non sembra resistere affatto alla spirale di cui sopra, ma perché, senza apparente rimorso, coinvolge nel suo abbruttimento suo figlio, anziché cercare di salvarlo e di salvare quindi anche sé stesso.
Mia figlia ha 4 anni e già la vedo incuriosita da questo strano rettangolo d’erba che tanto sembra interessare il suo papà. Forse un domani non lontano vorrà venire con me allo Stadio. Quel giorno spero che la sua presenza sia un’ulteriore motivazione per me ad essere allo Stadio la stessa persona che cerco di essere fuori dallo Stadio.

4 Maggio 2015

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