Kobane, la Grecia e la sinistra che non sa più sognare

Mi ha molto colpito molto un recente post di Gilioli che sul suo blog così liquidava l’ipotesi di una Unione Politica dell’Europa “… un’unione politica vera e democratica, cioè un’Europa in cui non ci sono più stati ma solo regioni, pertanto totalmente solidale perché nessuna federazione fa mai fallire una sua regione. Ma questo al momento è solo un bel sogno.”. Ora, Gilioli lo considero un maitre a penser di quell’area politica abbastanza popolosa che si colloca a sinistra del PD e che non si riconosce in una particolare appartenenza partitica. Mi rendo anche conto che la sinistra italiana spesso fatica a riconoscersi nell’aggettivo progressista, ma la sinistra nel mondo ha assolto da sempre la funzione di motore di trasformazione della società. Non possiamo certo aspettarci questa energia dal fronte conservatore. E allora mi domando: quale profonda inerzia intellettuale dimostra chi considera ciò che si potrebbe ottenere con poche modifiche ai trattati dell’Unione “un bel sogno”? Anche perché, checché se ne pensi, è oggettivamente molto più complicato e ricco di insidie il percorso di uscita dalla moneta unica, che pure anche Fassina recentemente ha proposto per la Grecia.
640px-alexis_tsipras_komotini.jpgGrecia che nel frattempo è diventata il punto di riferimento della sinistra e non solo della sinistra. Dai discorsi che circolano in questi giorni nell’area politica che lo sostiene, parrebbe che la battaglia di Tsipras contro l’austerity sia quanto di più nobile mai sia stato concepito da uomo politico. Non voglio negare il tentativo meritorio del leader greco di sottrarsi al conformismo pro-austerity e di proporre un modo diverso di stare in Europa, modo che potrebbe alla lunga favorire anche un progetto di integrazione politica, ma nella retorica pro-Tsipras vi è una frequente rimozione delle gravi colpe dei passati governi greci che hanno portato il paese alla bancarotta, vi è una colpevolizzazione della Germania come popolo, più che di alcune scelte e posizioni del governo tedesco, vi sono una serie di convergenze con posizioni di M5S e Lega che mi lasciano francamente perplesso. Fare apologia di una classe politica che ha truccato i conti pubblici non è molto “progressista”, né lo è parlare genericamente di Germania con generalizzazioni superficiali e fuorvianti.
Nel frattempo, mentre noi ci arrovelliamo attorno all’Euro, all’austerity e all’unione politica, senza far altro che sbattere la testa come una mosca contro il vetro della finestra, c’è chi trova il tempo, tra un colpo di mortaio e l’altro, tra una repressione e l’altra, di fondare nel mezzo della guerra civile siriana e irachena una repubblica democratica con una forte partecipazione popolare e dai contenuti fortemente progressisti, almeno per quell’area della terra. Mentre la sinistra italiana pende dal mascellone di Varoufakis che ci spiega con logica un po’ bizzarra che “dietro un debitore irresponsabile c’è un creditore irresponsabile”, nel Rojava (il Kurdistan siriano) uomini e donne realizzano uno stato democratico, pur stretti, come in una morsa, tra il fanatismo islamico dell’ISIS, lo scontro tra sciiti e sunniti e il nazionalismo turco di Erdogan. Quello sì che poteva sembrare solo un bel sogno, un’utopia, eppure quelle donne e quegli uomini ce l’hanno fatta lo stesso, anche se tale e tanta è l’indifferenza che sembrano aver raccolto in Occidente (con poche eccezioni) che è una primavera che rischia di non sopravvivere a lungo, una Comune di Parigi medio-orientale che potrebbe durare poco.
Questo è quello che mi lascia basito, la totale indifferenza verso questa autentica rivoluzione. Forse una parte in questa indifferenza ce l’ha la caratteristica dei curdi, tutt’altro che qualificante per molti militanti in quell’area politica, di essere alleati con gli Stati Uniti, ma non credo sia solo questo. Mi sembra che, a forza di dedicare le proprie energie alla sola difesa delle rendite di posizione, le sinistre italiana ed europea abbiano abdicato al loro ruolo trasformatore della società. livorno-riccardo-cinuzzi-599x275.jpg
Non è strano forse che le uniche forze che, in Italia e non solo, possano oggi vantare una reale forza di trasformazione siano quelle liberali e che Renzi, che probabilmente l’ha capito, ha avvicinato quanto più possibile a un partito liberale il principale partito di sinistra italiano. E questo, per chi come me ama una società cooperativa e solidale, non è affatto una prospettiva incoraggiante. Forse, anziché lottare contro il premio di maggioranza dell’Italicum, chi si colloca ideologicamente a sinistra farebbe bene a farsi un giro a Kobane, come ha fatto recentemente, con grande efficacia, l’ottimo Zerocalcare. Forse a dimostrare che è più spesso dalla marginalità, dalla periferia di un sistema socioculturale, che viene la forza per il suo cambiamento.

11 Marzo 2015

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