Patrioti e collaborazionisti

Con il ritorno della data dell’8 Settembre ed il ritorno al governo di quella destra che continua a litigare con il liberalismo o il conservatorismo europeo e sembra trovare invece la propria identità solo nel richiamo (pur fatto sempre a mezza voce) al Fascismo, si è sentito il bisogno di rivisitare e ripercorrere ancora una volta la storia di ciò che in Italia accadde dopo l’armistizio.
Nelle parole di La Russa i caduti della Repubblica Sociale Italiana sono stati definiti come combattenti “in difesa della patria”. Ma siamo sicuri di avere un’idea condivisa del concetto di patria e di cosa significhi combattere per la patria? Quando l’8 Settembre del 1943 il capo del governo, Pietro Badoglio, annunciò l’armistizio, lo proclamò a nome del Re e della patria ed in nessun contesto come quello monarchico è così semplice individuare la patria. Quando partì l’operazione Achse ed i tedeschi iniziarono a disarmare ed arrestare i soldati italiani fu chiaro quale sarebbe stato l’atteggiamento dei tedeschi e che i ruoli si erano invertiti. Quando nacque la Repubblica Sociale qualcuno preferì per convenienza arruolarsi nel suo esercito, altri invece vi entrarono perché non volevano abbandonare l’idea del fascismo e quindi per motivi ideali che, per quanto non condivisibili, sono comunque motivi ideali. Gli uni hanno scelto tra la patria e la convenienza, gli altri tra la patria ed il fascismo: ma nessuno di loro ha scelto la patria.
In paesi nei quali il concetto di patria è chiaramente definito, collaborare con un esercito straniero che occupa il territorio del tuo paese contro il potere costituito si chiama collaborazionismo. Tra quanti in Francia collaborarono con il governo di Vichy ci fu chi lo fece per opportunismo e chi lo fece per convinzioni politiche che lo allineavano al nazismo. Gli uni e gli altri dopo la guerra furono considerati collaborazionisti e contro di essi ci furono 3000 condanne a morte di cui fortunatamente solo 300 furono eseguite.
In Italia la visione ambigua e confusa che abbiamo della Repubblica Sociale riflette la confusione che abbiamo circa il concetto di patria. Il nostro concetto di patria è sempre e comunque settario: la patria è il nostro gruppo, la nostra idea, i nostri riferimenti, la nostra fazione non è un concetto indifferenziato racchiuso semplicemente dai confini della nazione. Non a caso i gruppi chi citano a sproposito il patriottismo sentono il bisogno di aggiungere i propri simboli alla bandiera tricolore.
Non c’è un concetto di patria che superi gli steccati e le divisioni ideologiche, e questo riflette la nostra cronica incapacità di essere una nazione. Il solo fatto che il nostro stesso Ministro della Difesa faccia questa confusione è assai significativo.

12 Settembre 2008

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