Prospettive del calcio

La crisi societaria in corso a Parma ha messo in subbuglio il calcio italiano ancor più di quanto non l’avevano fatto in precedenza i tanti insuccessi sportivi. Siamo proprio sicuri che l’uno sia parente degli altri come spesso si sente dire e in che modo?
de-laurentis-lotito-tavecchio.jpgSul fatto che il calcio italiano non scoppi di salute si è già scritto moltissimo e da mesi da molte parti si levano inviti, a chi ne detiene le leve di comando, a dedicarsi ad un ampio e profondo rinnovamento, e questo blog non è stato da meno. I numeri ci parlano di un declino costante, di ricavi, di popolarità, di risultati. Personalmente mi impressiona che si sia passati dai 35.000 spettatori di media nella Serie A degli anni ‘80 agli attuali 23.000, in controtendenza con il resto d’Europa, tra l’altro e a dispetto del fatto che oggi gli stadi sono più comodi e, nella maggior parte dei casi, coperti dalle intemperie.
Tutti gli inviti di cui sopra sembrano avere avuto, fino ad ora, poco ascolto nei palazzi del potere. Il Presidente della Federazione Tavecchio sembra voler concretizzare il suo spirito riformistico in una riduzione a 18 squadre della Serie A e all’introduzione di rose limitate e quote “protette” di giocatori italiani. Il primo provvedimento è doveroso per ridurre l’usura dei calciatori, oggi costretti ad un superlavoro da un numero di incontri annui davvero eccessivo, ma nelle intenzioni della Federazione e della Lega la novità pare più uno stratagemma per rendere più abbondanti le fette della torta televisiva che le grandi squadre incamereranno. La limitazione delle rose a 25 giocatori mi pare un provvedimento di dubbia utilità, così come l’imposizione di quote minime di giocatori italiani. Il legame tra protezionismi e risultati calcisticamente buoni è sempre stato abbastanza labile. Giova ricordare che negli anni ‘80 e ‘90, quando le nostre squadre dominavano in Europa grazie soprattutto alla presenza abbondante di talenti stranieri, non solo la nostra Nazionale maggiore si comportava più che degnamente arrivando terza ai mondiali del 1990 e seconda ai mondiali del 1994, ma la nostra Nazionale Under-21 inanellava vittorie europee, una dopo l’altra. La mia impressione è che, rispetto ad allora, ciò che è cambiato è appunto la capacità del sistema calcio di produrre talenti, non il fatto che abbiano o meno spazi “garantiti” in Serie A. Eppure purtroppo nel programma di Tavecchio non ce n’è nemmeno l’ombra di provvedimenti di più ampio respiro, quali gli incentivi ai vivai, le seconde squadre o ogni altro provvedimento di più ampio respiro.
1-twitter-milan.jpgLa poca salute di cui godono i club che hanno sostenuto la cordata Tavecchio ci suggerisce che ci sia una certa selezione naturale del campo, ma il credito di cui questi personaggi continuano a godere ci dice anche che il rischio che trascinino con sé verso il basso tutto il calcio è forte. Si pensi alla vicenda Infront che la ridicola polemica sul presunto fuorigioco di Tevez ha portato alla luce, ovvero di come uno come Galliani si può permettere di raccontare la balla colossale della Juventus che storce le righe del fuorigioco, solo perché indispettito dal fatto che la dirigenza bianconera si opponga alla monopolizzazione della copertura televisiva della Serie A in favore di una società strettamente legata a Mediaset.
La mia personale visione della situazione del mondo del calcio italiano è che si sia troppo a lungo protratta nel tempo la convinzione che il calcio sia qualcosa di diverso da uno spettacolo e che obbedisca quindi a regole diverse rispetto a quelle dell’industria dello spettacolo. In Italia il calcio è stato a lungo balocco della nostra classe dirigente, che nel calcio si divertiva a buttare i propri denari come in una slot machine. Per un po’ la cosa ha anche funzionato e ha proiettato il nostro calcio ai vertici europei, ma quando altri hanno scoperto che il calcio poteva anche essere una validissima impresa commerciale e quando i nostri paperoni hanno cominciato ad avere sempre meno soldi da dilapidare, il giocattolo si è rotto. Non ci ha aiutato paradossalmente l’esplosione delle pay-tv che hanno riversato un bel po’ di denaro nel calcio, persino più di quanto accaduto altrove, inducendolo a vivere di rendita senza accorgersi che altrove altri tipi di ricavi diventavano prevalenti.
Oggi, sulla spinta del successo della Juventus, molti stanno scoprendo in Italia l’importanza dello sfruttamento del simbolo, del merchandising, dello stadio di proprietà e così via, ma la strada pare sia molto lenta, anche perché le facce sono per lo più sempre le stesse e sempre poco propense alle novità.
parma-chiuso-per-furto.jpgIl problema è anche che essere un’impresa ha i suoi lati negativi, tra i quali essere più esposti alle intemperie del mercato. Se negli ultimi anni in Europa molti club sono falliti, tra i quali i Glasgow Rangers e il Boavista, è proprio perché il fallimento è qualcosa al quale le imprese vanno incontro spesso e volentieri, figuriamoci in un campo dagli esiti così incerti come il calcio. Non spaventiamoci quindi se il Parma finisce gambe all’aria, anzi consideriamolo un segno del fatto che i tempi stanno comunque cambiando anche da noi e i presidenti sono sempre pronti a mettere soldi di tasca proprio per ripianare i bilanci. Semmai qui il problema è focalizzarsi su quello che davvero distingue una squadra di calcio da un’impresa commerciale, ovvero il suo legame affettivo con sostenitori e tifosi, legame affettivo che rischia di portare lontano dal calcio i tifosi di squadre che scompaiano dal grande calcio e che rende quindi il fallimento di una squadra di calcio diverso da quello di un produttore di scarpe. Si tratta quindi di introdurre meccanismi di controllo efficaci che facciano scattare campanelli di allarme e intervenire eventualmente “ammortizzatori sociali”, laddove una squadra si ritrovi in difficoltà finanziarie. Quando parlo di ammortizzatori sociali non parlo necessariamente di azioni messe in atto da istituzioni pubbliche (che rappresentano anche i cittadini ai quali del calcio non importa nulla) ma dai cosiddetti supporter’s trust (o azionariato popolare) ovvero società con capitale privato ma a partecipazione diffusa, che hanno vari esempi in Europa, e che recentemente hanno fatto capolino anche nel nostro paese.
Anche qui, come negli altri ambiti citati, è necessario mettersi in gioco, accettando che le regole sono cambiate e che il modo tradizionale di intendere lo sport professionistico non funziona più. Qui tra l’altro il cambiamento sembra interessare non solo la classe dirigente ma anche i sostenitori che dovranno iniziarsi non solo ai risultati sportivi ma anche alla salute finanziaria e impegnarsi non solo con cori e entusiasmo ma anche con il proprio portafoglio. Più tempo ci mette la classe dirigente e il nostro calcio in generale a farsene una ragione e più a lungo dovremo aspettare un ritorno al vertice del pallone.

1 Marzo 2015

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