Perché non è uno scontro di civiltà

no-democracy.gifQuando accadono eventi quali l’assalto al Charlie Hebdo, risuona spesso l’espressione “scontro di civiltà”. E’ un’espressione resa celebre dal noto testo di Samuel Huntington, che poi ha preso vita propria, popolando in particolare la retorica xenofoba. La rappresentazione di un mondo nel quale il lavavetri che ti propone la sua spazzola al semaforo nasconde in realtà un Kalashnikov sotto la giacca, porta simpatie e consensi a coloro i quali la adottano, perché accarezza le paure del “diverso” che attanagliano molti dei nostri concittadini. Ma ci sono davvero due civiltà che si contrappongono, che ringhiano l’una contro l’altra? E’ proprio vero che è in atto una lotta e che su un fronte ci siamo noi, abitanti del mondo occidentale, e dall’altra c’è quella strana cosa che si chiama Islam, che a molti sostenitori dello “scontro di civiltà” pare un monolite?
Provo a partire, per cercare una risposta, da una riflessione su cosa voglia dire civiltà. Leggo da wikipedia che trattasi sostanzialmente “dell’insieme degli aspetti culturali e di organizzazione politica e sociale di una popolazione”. Ci sono quindi aspetti culturali e di organizzazione politica e sociale che marcano un confine chiaro e netto tra “occidente” e Islam? Se vado da Sofia a Smirne o da Nicosia a Beirut vedo una cultura e un’organizzazione sociale così diversa, o forse Atene ha molto più in comune con Istanbul che con Edinburgo? Provo a questo punto a farmi un’altra domanda, ovvero: che cosa hanno in comune quei paesi che si considerano “occidente”? La libertà e la democrazia come valori fondanti, mi verrebbe da dire, seguendo la retorica occidentalista. Ma cosa sono libertà e democrazia? La prima è uno dei valori più naturali che ogni uomo, ma perfino molti animali, coltivano; la seconda altro non è che un metodo che l’uomo ha inventato per risolvere in modo non violento le controversie politiche. La nostra cultura ha elaborato gli ideali di eguaglianza e fraternità per dare dignità morale alla democrazia, ma alla fine stiamo parlando di un modello di convivenza sociale, modello che non a caso viene completamente disatteso, senza grosse remore morali, in contesti come quello aziendale, che invece mal si adattano dal punto di vista organizzativo a questo modello. Che cosa ha a che fare tutto ciò con la cultura europea? Difficile rispondere, forse attraverso elaborate trattazioni sociologiche e filogenetiche arriveremmo a scoprire che solo una cultura come quella europea, con le sue caratteristiche figlie anche della sua eredità giudaico-cristiana, poteva essere la prima a scoprire che libertà e democrazia possono funzionare insieme. Ma non è nulla di più di una scoperta, come quella dell’elettricità o dei raggi X, che non ci inducono a pensare che elettricità e raggi X siano esclusiva della cultura occidentale. iran-protest-we-want-democracy1.jpgC’è altro? Beh, il mito di progresso, di evoluzione verso un maggior benessere, una maggiore aspettativa di vita. Anche qui l’idea per la quale queste aspirazioni siano esclusiva di una cultura pare davvero poco convincente, molto di più lo è il fatto che sia ciò verso cui un uomo libero naturalmente tende, ed è tra l’altro ciò che sembra spingere anche quei popoli che hanno scoperto più tardi di altri certi meccanismi, verso lo Stato di Diritto, verso la libertà e verso la democrazia. Gli ultimi decenni hanno infatti dimostrato che in Sudamerica, come in Estremo Oriente, la democrazia può benissimo funzionare, pur con meccanismi sicuramente diversi e con modelli sociali differenti. Del resto tali differenze non sembrano più abissali di quelle che distinguono le sembianze che la stessa democrazia assume nei diversi paesi cosiddetti occidentali. Nel mondo islamico certo la democrazia ha ancora delle caratteristiche embrionali, ma Turchia e Tunisia non paiono così lontane dal costruire un accettabile sistema liberaldemocratico.
Ma allora se, al di fuori delle semplificazioni, non esistono due “civiltà” diverse e contrapposte, allora perché qualcuno entra nella redazione di un giornale e spara e qualcun altro lancia un aereo di linea contro un grattacielo? Partiamo col dire che non tutte le volte che qualcuno entra in un luogo pubblico e uccide decine o centinaia di persone, conosciute o meno, partono fini analisi di politica internazionale e questo, se non esclude che in questo caso abbia invece senso farne, ci suggerisce quantomeno che forse si sia affetti, in taluni casi, da una certa bulimia analitica. Qui però non si tratta di personaggi isolati, ma di fiancheggiatori di uno stato militare, l’ISIS, che oggi occupa una parte non irrilevante della Siria e dell’Iraq. Ma davvero l’ISIS nasce per questo? E’ davvero una bandiera sotto la quale le masse arabe ansiose di colpire l’occidente si sono radunate, come alcuni analisti di casa nostra si sforzano di spiegarci? E se il nemico dell’ISIS è l’occidente, perché l’ISIS, mentre noi blateriamo di “scontro di civiltà”, fa strage di civili in Iraq? Che c’entrano gli sciiti ma anche i sunniti iracheni, vittime dell’ISIS, con l’occidente, con la cristianità, con la liberal-democrazia? Pochino ed infatti l’ISIS è semplicemente un’organizzazione politico-militare che ha approfittato della guerra civile in Siria e degli scontri interreligiosi in Iraq per occupare quel territorio, alla ricerca di quello che ogni organizzazione politico-militare insegue, ovvero il potere. Pare che gli aderenti all’ISIS siano tra i 7 e i 10 mila, meno di un decimo rispetto alle unità del nostro esercito, ma ogni soldato ha uno stipendio di almeno 600 dollari al mese, roba da gran signori da quelle parti. Insomma, più un corpo d’élite che un esercito di popolo, come invece anche i nostri media cercano spesso di raccontarcelo. Perché è riuscito a diventare così forte e conosciuto? Sicuramente perché in una fase di vuoto di potere, e quindi di spaesamento per molti, ha proposto un modello vincente. Quale modello infatti può più facilmente risultare convincente per ristabilire l’ordine che una legge come quella islamica che tutti conoscono e per la quale tutti nutrono considerazione? Non è una storia nuova: l’Iran degli ayatollah, così come l’Afghanistan dei Talebani, nascono in una fase di vuoto di potere, nel primo caso seguita alla caduta dello Shah, nel secondo al ritiro dell’Armata Rossa. Perché questi regimi islamici individuano subito nell’occidente il proprio nemico? Sicuramente perché l’ostilità nei confronti dell’occidente ricco e colonialista esiste e solleticarla ha il suo successo, ma anche perché il modello liberaldemocratico, che è una minaccia latente per ogni sistema autoritario, deve essere tenuto a bada, e associare chi chiede democrazia agli odiosi imperialisti filo-americani funziona, anche perché noi stessi “occidentali” siamo i primi, forse per vanità, ad avvalorare questa associazione.
Quindi le potenze occidentali non hanno colpe? Certo che ne hanno. Ne hanno perché hanno colonizzato quelle aree del mondo per sfruttarne le risorse. Ne hanno perché in fase post-coloniale hanno cercato di perpetuare il proprio controllo di quelle stesse risorse, sostenendo regimi inguardabili che avevano il vantaggio di essere disponibili a trattare e tuttora fanno culo e camicia con dinastie regnanti che governano i propri regni tramite modalità da ancien regime, questo pur di non perdere la presa sulle preziose risorse che quelle terre offrono. Ma questo è esattamente ciò che le stesse potenze hanno fatto, e in parte fanno ancora, in Africa e in Sudamerica e siccome nessun congolese e nessun peruviano è mai andato in giro per il mondo a fare stragi, mi viene il dubbio che la lettura del terrorismo islamico come nemesi dei confronti dell’occidente si fonda più su una lettura idealistica della realtà che su un’analisi storica reale e concreta. Certo, il mondo arabo, a differenza di Africa e Sudamerica (ma non della Cina), ha un passato imperialista che autorizza più che altrove un desiderio di rivincita, che magari facilmente si sviluppa nella retorica della Jihad, ma stiamo parlando di una retorica che coinvolge e investe una ristretta minoranza di persone. Spesso i nostri media ci raccontano di manifestazioni anti-occidentali nel mondo arabo, ma tutte le volte che si va ad analizzare la notizia si scopre che in realtà i partecipanti erano poche centinaia di persone, poche migliaia in casi eccezionali.
Andando invece sul reale e concreto non si può che constatare che l’ISIS, come altri movimenti fondamentalisti, prosperano, si espandono, si procurano armi e risorse, apparentemente dal nulla. Ma visto che dal nulla le armi non si creano, chi è che le fornisce, chi ha interesse a sostenere movimenti militari fondamentalisti? Noi occidentali? Direi proprio di no e non solo per motivi morali. Guerre come quella in Iraq o quella in Libia rendono precarie le nostre forniture di preziose materie prime; con regimi come quelli di Al Baghdadi è difficile trattare, è difficile garantire flussi commerciali ed economici. Insomma: niente che il cinismo dei potentati economici sul campo possa vedere con favore. A chi invece giova che ci sia una guerra in quelle zone e un movimento fondamentalista al potere? Forse giova proprio a quelle “case regnanti” alle quali da un lato non dispiace che paesi concorrenti nell’esportazione di materie prime siano in crisi, ma soprattutto non dispiace che prosperi chi invita a diffidare di modelli liberal-democratici che, come già sottolineato, rappresentano una discreta minaccia per regni dalle caratteristiche sociopolitiche medievali. iran_protest_dublin_2.jpgLa “primavera araba” ha fatto prendere una gran paura al “ceto nobiliare” del Golfo e non è un mistero che la maggior parte del budget dell’ISIS arrivi proprio da re e principi di Qatar, Kuwait e Arabia Saudita. Che l’ISIS si sia manifestata proprio a valle della primavera araba potrebbe non essere solo una coincidenza. Si badi, non voglio con ciò dire che dall’altra parte ci siano le masse popolari, che le monarchie si oppongano ad un movimento di popolo che spinge verso la democrazia. La mia impressione è che nella maggior parte delle società del mondo arabo quella “sfera pubblica”, nel senso che Habermas le attribuisce, ovvero di spazio di elaborazione del pensiero e di costruzione di uno spirito di trasformazione della società, sia ancora ad uno stadio assolutamente embrionale. E tuttavia nella maggior parte dei casi ad una ristretta élite borghese progressista si contrappone un’élite fondamentalista, anch’essa numericamente esigua.
In sostanza tutto lascia intendere quindi che sul piatto ci sia il tentativo di alcuni centri di potere del mondo arabo, da un lato di emarginare il fronte democratico della ribellione anti-Assad, dall’altro di far fallire il modello di democrazia da esportazione che si è cercato di imporre in Iraq, Afghanistan e Libia, e magari di rivitalizzare i movimenti fondamentalisti anche nei paesi in cui sembrano più deboli, il tutto per motivi tutti interni alla società araba e alle sue élite di potere. In tutto questo di scontro di civiltà non se ne vede nemmeno l’ombra. Sì, certo, a molti arabi dà fastidio vedere Maometto rappresentato (visto che rifiutano la rappresentazione del sacro), specialmente se in modo buffo e grottesco, ma più o meno come a tanti cristiani darebbe e dà fastidio veder rappresentati in modo buffo e grottesco Gesù Cristo o la trinità, senza per questo dove imbracciare le armi. D’altronde come vediamo il Papa ha ben chiarito che non considera quelli di Charlie Hebdo proprio dei grandi mattacchioni…
In definitiva quindi, se leggete o sentite qualcuno, che sia il defunto Samuel Huntington, Al-Baghdadi o Vittorio Feltri, che vi parla di “scontro di civiltà” non dategli retta e andatevi a mangiare un kebab tranquilli…

18 Gennaio 2015

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