Matteo contro (o pro) Matteo

Era nell’aria, da lungo tempo si sentiva che il momento si stava avvicinando. Alla fine è successo. Salvini ha chiesto scusa al Sud. Ha detto di aver sbagliato, che il Sud non lo conosceva, eccetera… Un discorsetto facile facile, da ragazzino che cerca di farsi perdonare per aver maltrattato un suo compagno di scuola. Nella realtà una svolta epocale, anche se fatta nello stile comunicativo infantile e casereccio della Lega di Salvini.
matteo-salvini-nudo-oggi.jpgNella realtà Salvini ha capito una cosa molto importante. Ha capito che il mercato elettorale era pronto per una svolta programmatica, che è la presa d’atto di un clima che è molto cambiato rispetto a quando 24 anni fa la Lega con le elezioni regionali del 1990 si affacciava sull’arena politica nazionale. Il clima era cambiato già da tempo e la Lega nelle sue idee, nella sua retorica, nel suo discorso pubblico, ben prima che nelle conseguenze diplomatiche di questi giorni, da tempo ne aveva preso atto. Pensiamo un po’ a com’era l’Italia dei primi anni ‘90: un paese che usciva dalle sbornie di autocompiacimento craxiano degli anni ‘80, convinto di poter essere una grande potenza nonostante tutto, nonostante malaffare, corruzione, mafia. E, se grande potenza non eravamo, credevamo fosse perché da qualche parte quelle palle al piede pesavano, e senza quelle palle al piede avremmo tranquillamente potuto aspirare ad un posizionamento di primo piano nello scacchiere internazionale. Non era difficile identificare semplicisticamente quelle palle al piede nel Sud, nell’arretratezza economica e sociale del Mezzogiorno. E così l’operazione Lega nacque contrapponendo l’operosità mitteleuropea del Nord, della Padania, alla corruzione meridionale. Il mito millenaristico era quello della Padania libera dal giogo dell’Italia unitaria, pronta a fiorire in una nuova età dell’oro. Gianfranco Miglio, ideologo della prima Lega, non nascondeva di avere nell’Europa centrale il suo nucleo ispiratore. Non dico che quella Lega fosse europeista, troppo calata nella sua logica localistica per guardare lontano come fanno oggi i catalani o gli scozzesi, ma se non lo era programmaticamente, lo era in termini di modelli di riferimento. Poi gli anni sono passati: la crisi della nostra economia, il declino prima della grande industria, poi di quella media e piccola, ci ha allontanato dall’ottimismo di allora. Abbiamo scoperto che corruzione, malaffare, mafia sono ormai diffuse sull’intero territorio nazionale, senza esclusioni. Nel frattempo erano successe nel mondo un po’ di altre cose: è arrivata la globalizzazione, è arrivata la concorrenza dei paesi emergenti, è arrivato l’Euro, sono così crollati tutti quei meccanismi di protezione della nostra economia che ci facevano sentire ricchi anche se non le eravamo. Altri si sono adeguati, noi no, troppo impegnati come eravamo a stabilire se Berlusconi fosse agibile o meno. E così piano piano ci siamo ritrovati a cambiare prospettiva. Malaffare, corruzione, mafia sono diventati qualcosa di più accettabile. Per carità ci danno fastidio, ma dov’è che non c’è corruzione? Dov’è che non c’è Mafia? Da noi di più? Vabbé, butto lì due numeri trovati su facebook e ti faccio vedere che non è vero… Eppoi anche negli anni del boom economico c’era la Mafia eppure le cose andavano bene, e altri luoghi comuni…
Insomma la nostra collocazione in Europa, che appariva un tempo alla classe media padana una ciambella di salvataggio per sollevarci dalla cloaca meridionale, è diventata oggi per la stessa classe media un ottimo capro espiatorio per spiegarsi come mai le cose oggi vadano peggio di ieri. La causa oscura delle nostre sventure che ieri era il Sud oggi è il Nord (ovvero l’Europa). L’importante è cercare di non dire mai agli italiani che la causa sono loro, molti non gradirebbero. Salvini ha preso atto di questo mutamento, ha lentamente spento i fari sul Sud Italia, mantenendoli ben accesi e fissi invece sugli stranieri, facendo della xenofobia l’elemento di continuità tra Vecchia Lega e Nuova Lega. Così come le aziende in fase di rebranding utilizzano un testimonial di successo per esprimere continuità verso la propria clientela (vedi il caso di Megan Gale al tempo del rebranding tra Omnitel e Vodafone) così Salvini ha usato il mito dell’immigrato causa di tutti i mali per non smarrire per strada l’elettorato tradizionale della Lega. Nel frattempo però tutto cambiava attorno a quel mito e oggi ci ritroviamo con una Lega nazionalista, anti-europea, anti-tedesca, che trova in modelli autoritari i propri riferimenti, quello di Casa Pound in Italia, quello russo o addirittura quello nordcoreano all’estero. Anche qui Salvini si rende conto che un modello autarchico per non dire autosegregativo come quello del ritorno alla Lira, mal si concilia con un modello liberaldemocratico e anche qui sta la svolta della Nuova Lega. Non dico che la Vecchia Lega fosse schiettamente democratica ma era, come già sottolineato, comunque influenzata dai modelli a cui si ispirava che erano quelli centro-europei. Oggi non è più così e anche i modelli istituzionali vanno cercati altrove. Il rischio di quest’operazione potrebbe essere che l’elettorato che continua a nutrire mire più schiettamente autonomistiche possa prendere strade diverse, specie oggi che le esperienze di Scozia e Catalogna ne fanno un modello in ascesa. Tuttavia penso che questo sia un problema secondario almeno per il momento.
Fin qui ho parlato di Salvini e di un’operazione, quella della Nuova Lega, che ritengo sia destinata al successo, ovvero a portare la Lega a diventare egemone nell’area politica che si colloca a destra del PD. Un successo che invece non prevedo per Grillo che, al contrario, seguendo a ruota Salvini sul piano programmatico, senza averne il retroterra sociopolitico, sta solo sfasciando il suo Movimento. Il problema però è ancora una volta quella classe media padana e italiana che di questa operazione di marketing politico è il target. Un tempo Montanelli diceva che l’Italia quando va a destra va al manganello e credo che il vecchio Indro, profondo conoscitore del ceto medio padano, continui ad avere ragione. Sembra proprio che nella classe media italiana la capacità autocritica e quindi autoriformatrice sia straordinariamente rara, pare molto più attraente un nemico comune: ieri il meridionale, oggi l’immigrato, domani il tedesco. Pare molto più attraente un passato (il boom economico e la lira) a cui guardare con nostalgia. Pare molto più attraente il leader che prenda per mano il paese, piuttosto che quello che lo aiuti a camminare con le sue gambe. Ci si potrebbe chiedere perché in altri paesi il ceto medio riesce a trovare in modelli liberaldemocratici di ispirazione liberale il centro di aggregazione della propria componente più conservatrice e invece in Italia il ceto medio finisce o a prendere a bordo chi si ispira a modelli autoritari oppure a confluire in strani ibridi quali l’attuale coalizione renziana. Che il vecchio pallino dei liberisti di casa nostra, ovvero l’articolo 18, sia stato liquidato da una coalizione guidata dal maggior partito di sinistra e da un paio di partitini di area liberale dal peso elettorale irrilevante è assolutamente significativo da questo punto di vista. C’è chi sostiene che il problema del nostro ceto medio è il basso livello di scolarizzazione che lo espone a ventate populiste più di quello di altri paesi. Sarà ma è certo che la normalizzazione del nostro quadro politico è ancora ben di là da venire.
matteo_renzi_giugno_2013.JPGE qui veniamo all’altro Matteo, ovvero Matteo Renzi, che da qualche settimana è quasi oscurato dal suo omonimo Salvini. Dispiacerà a Renzi che Salvini abbia tutta questa visibilità e che stia raccogliendo tutti questi consensi? La mia impressione è che non abbia molti motivi di preoccuparsi, anzi. Se l’idea di avere un partito neonazionalista, con simpatie autoritarie, che raggiunge percentuali sopra il 10% non può far piacere a me e a molti dei lettori di questo blog, ha buone probabilità di allontanare parte dell’elettorato centrista dalla destra e tenerlo proprio aggrappato al centrismo renziano. Il suicidio di Grillo e del M5S nel rincorrere tematiche leghiste ha un probabile effetto collaterale: quello di perdere consensi soprattutto tra l’elettorato progressista e questo elettorato difficilmente andrà verso Salvini. Il risultato insomma per Renzi è di avere un rivale debole, debole perché estremista, debole perché il suo partito ha alle spalle anni di governo nazionale e locale che ha propiziato la crisi attuale, debole a causa di un’eredità regionalista che gli renderà difficile trovare vasti consensi al Sud, debole perché cannibalizzato da Grillo, debole anche se dovesse essere sostenuto dal sistema mediatico berlusconiano, perché comunque non è Berlusconi e a Berlusconi appoggiare un candidato perdente in questa fase fa comodo, per garantirsi un accettabile potere di ricatto sulle istituzioni, senza esporsi troppo in prima persona. Insomma, così stando le cose, una vittoria alle prossime elezioni si profila fin troppo facile per Renzi, alleggerito dal suicidio di massa pentastellato, e che per di più non sembra trovare una valida concorrenza nemmeno alla propria sinistra. E’ una buona notizia per il paese? Francamente temo di no, a prescindere da ciò che si pensi di Renzi. E’ una cattiva notizia perché l’Italia è un paese che ha bisogno di svolte coraggiose, di energia trasformativa, di progetti complessivi di paese da mettere in competizione. Ho la franca impressione che realizzare tutto ciò con listoni trasversali in cui si sovrappongono culture e visioni differenti e al quale una tranquilla navigazione garantisce di per sé la vittoria elettorale, sia discretamente illusorio. Spero francamente di sbagliarmi.

11 Dicembre 2014

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