Non piango per mio figlio

A proposito della strana crisi nella quale si vengono improvvisamente a trovare le più elementari norme sociali, quando di mezzo ci sono i nostri figli, ci sono un po’ di storie che vorrei raccontarvi o ricordarvi.
madrevincenzoiacolare.jpgLa prima forse la conoscete già: è quella del quattordicenne di Napoli seviziato con il compressore di un autolavaggio. L’autore del crimine è un tale Vincenzo Iacolare di ventiquattro anni che, non contento di prendere in giro un ragazzo del suo quartiere per la sua obesità, ha pensato bene, un bel giorno, di sottoporlo a tortura con un compressore da autolavaggio. Il malcapitato è finito in ospedale con lesioni molto gravi. Forse ancora più aberrante dell’idea stessa di sottoporre a tortura un ragazzo per prenderlo in giro è il liquidare questa vicenda come “Uno scherzo”. E’ infatti la madre di Vincenzo ad aver ha ripetutamente affermato che «Era solo uno scherzo senza malizia, state esagerando…». Mi rendo conto che la miseria umana produce altra miseria umana ma credo ci sia qualcosa di più che una semplice famiglia sbagliata, di un’assenza di valori, dietro a questo episodio.
scuola-gozzano-rivarolo.jpgE allora vengo alla seconda storia che probabilmente non conoscete, perché avvenuta in quella landa desolata che si chiama Piemonte, regione oscura del nostro paese, che sale piuttosto raramente agli onori della cronaca. E’ la storia di un ragazzino di Rivarolo Canavese, storia che vi racconterò così come da testimonianze dirette o indirette raccolte. Il ragazzino ha 11 anni, frequenta le medie con qualche difficoltà ed è assistito da un’insegnante di sostegno. La diversità genera reazioni diverse: c’è chi, ovvero la maggioranza dei suoi compagni, guarda a lui con simpatia e affetto, ma c’è anche chi dalla diversità è infastidito. Ad una sua compagna, più grande ma nella sua stessa classe causa bocciatura, il ragazzino non è molto simpatico e, secondo i compagni, lei lo molesta continuamente. Un giorno il ragazzo non ne può più e le dà uno spintone, lei non si fa niente, almeno così sostengono i testimoni. Improvvisamente però salta fuori un graffio al collo che i maligni dicono si sia fatta lei da sola per meglio giustificare quanto segue. Sta di fatto che va dal suo fidanzatino, un ragazzo più grande che frequenta l’ITIS, a raccontarle quanto accaduto. Costui aspetta fuori dalla scuola il ragazzino e lo pesta di brutto, mandandolo in ospedale con un occhio a rischio. I genitori del ragazzino, convocati a scuola per riferir loro l’accaduto, si ritrovano, all’uscita dell’istituto, di fronte a loro l’autore del pestaggio che li affronta minacciosamente. Non so come riescano a non cadere nel tranello di reagire ma ci riescono e, senza attendere un minuto, vanno dai carabinieri. Vi aspettereste che le famiglie della coppietta reagiscano con scuse o altro nei confronti della famiglia del ragazzino? Purtroppo assolutamente niente, non una parola contro i loro figli. Anzi, pochi giorni dopo, la madre della ragazza rilascia un’intervista ad un foglio locale in cui lamenta l’isolamento di cui la figlia è stata oggetto a scuola, dopo gli eventi accaduti. Il bello è che la superficialità dell’articolista trasmette a chi legge perfino l’impressione che abbia pure le sue ragioni e ci sia davvero una persecuzione in atto. Ovviamente nelle parole della madre non c’è una parola di autocritica, non una scusa, nulla da cui traspaia un minimo di rincrescimento per aver fatto mandare in ospedale il ragazzino.
michael-zehaf-bibeau.jpgLa terza storia si svolge ad Ottawa, in Canada. E’ quella di un tizio, figlio di madre canadese (funzionaria dell’ufficio immigrati e rifugiati) e di padre libico che, dopo il divorzio dei genitori, comincia a dedicarsi a piccole attività criminali. Poi si converte all’Islam, inizia a simpatizzare per la guerriglia libica e decide di trasferirsi in Libia ma non gli concedono il passaporto. Così decide, nel suo delirio, di compiere un’azione estrema. Va al Parlamento di Ottawa e si mette a sparacchiare in giro ammazzando un soldato, di guardia al Memoriale di Guerra, Nathan Cirillo (foto a fianco). Alla fine gli sparano e la sua tribolata vita finisce lì. Immagino che lo scoprire che tuo figlio è un terrorista sia qualcosa che mette a dura prova la tua autostima e probabilmente qualche colpa ce l’hanno i genitori se il loro figlio diventa un terrorista. Però mi ha colpito quanto ha dichiarato Susan, la madre dell’omicida, a nome di entrambi i genitori: “If I’m crying it’s for the people, Not for my son.”, “Se piango è per le vittime, non per mio figlio”. Mi si dirà che sono reati diversi e sono contesti diversi, mi si dirà che è un po’ più difficile giustificare un attentato terroristico rispetto ad un semplice atto violento, ma non spendere neanche una lacrima per un figlio morto è un comportamento tanto insolito da richiedere una riflessione, anche se si tratta di un folle omicida.
campana_vetro.jpgChe cosa ci porta ad assolvere i nostri figli sempre e comunque? Cosa ci spinge a scordarci quelle stesse regole che in altri casi brandiamo come il più profondo dei nostri valori, non appena scopriamo che ad averle violate è sangue del nostro sangue? Credo che l’origine stia nel pensare che i legami di sangue siano talmente forti e sia tanto doveroso onorarli fino in fondo, da poter sacrificare, nel loro nome, i nostri legami con le regole sociali e quindi con la società stessa. Purtroppo è un errore, perché, continuando a trasmettere ai nostri figli l’idea che la tua mamma ti giustificherà sempre qualunque cosa tu faccia, che c’è sempre un tribunale, quello dei tuoi genitori, dove sarai sempre assolto, ti fai solo complice della loro difficoltà di stare nelle regole, di stare nella società, di convivere secondo norme condivise con gli altri, ovvero con quella parte del loro mondo che non ha nessuna particolare voglia di giustificarli.
Quella madre di Rivarolo è forse la prima colpevole dell’isolamento di sua figlia anche se probabilmente non se rende conto. Ma d’altronde magari anche Susan aveva giustificato suo figlio la prima volta che aveva rapinato un drugstore o che aveva spacciato droga. Magari solo ora ha capito di aver sbagliato. Oppure non lo ha fatto davvero mai e suo figlio è finito così di suo, anche questo è un rischio che esiste. Ma quello che è certo è che farsi complice delle difficoltà sociali di nostro figlio è quanto più aberrante un genitore possa fare, eppure, senza probabilmente rendersene conto, è quanto moltissimi genitori fanno ogni giorno.

19 Novembre 2014

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