La crisi delle nazioni

l-indipendenza-della-scozia.jpgMolto si è detto del recente referendum in Scozia che ha rischiato di sfaldare la nazione che ha a lungo dominato il mondo. Pochi hanno ravvisato una curiosa contraddizione che ha a che fare con questo referendum, ovvero il fatto che si è tenuto in un paese il capo del cui Governo a più riprese ha ipotizzato un referendum per abbandonare l’Unione Europea, e non dimentichiamoci che l’UKIP di Nigel Farage, partito in rapida ascesa in quella stessa nazione, ha l’uscita dall’Unione nel suo programma. Insomma una nazione tanto gelosa delle sua identità da rifiutare di mescolarsi con il resto d’Europa scopre che quell’identità in realtà non esiste o è comunque abbastanza frammentaria da giustificare a malapena la propria unità? Il quadro è reso ulteriormente confuso dal fatto che gli indipendentisti scozzesi sembrano convinti europeisti, e che Farage non è particolarmente amato dalle parti di Edinburgo. Possiamo quindi limitarci a dire che Inghilterra e Scozia sono due nazioni diverse che vengono tenute artificiosamente insieme e che Cameron e Farage sono inglesi e non britannici? Forse la situazione non è così semplice, specie se consideriamo che anche la Catalogna, che il 9 Novembre prossimo voterà (non ufficialmente) per la sua indipendenza, ha le migliori intenzioni di aderire all’Unione Europea e restare nell’Euro. Insomma l’Unione Europea non è certo all’apice della popolarità ma anche sulle nazioni tradizionali aleggia un discreto disagio. Credo valga la pena di provare a chiedersi allora a che cosa davvero corrisponda oggi il concetto di nazione. Per farlo inizio con un simpatico video trovato su youtube che racconta visivamente come i confini d’Europa si siano evoluti negli ultimi mille anni.

Noterete, con un po’ di pazienza, che gli ultimi settant’anni sono quelli in cui i confini europei si sono modificati in misura minore, anzi nell’Europa occidentale sono rimasti totalmente immutati. E’ interessante chiedersi la ragione di questa particolarità, specie considerando che i libri di storia sono unanimi nel dirci che negli ultimi settant’anni la storia ha accelerato il suo corso, insieme alla società umana nel suo complesso.
Partiamo dall’inizio, che proverei a datare alla società premoderna. In quel contesto i confini tra le diverse entità territoriali venivano semplicemente tracciati sulla base della potenza dell’uno o dell’altro stato. Uno stato forte cercava di conquistare nuove terre, che voleva dire risorse agricole, minerarie o strategiche (sbocco al mare, vie fluviali, vie commerciali, alture da cui si poteva controllare il territorio, ecc.). Gli stati nascevano e morivano sulla base soprattutto di una sorta di selezione naturale. Laddove le vie di comunicazioni diventavano più percorribili, i commerci diventavano più agevoli, diventava più sensato avere un governo comune del territorio e prima o poi qualcuno decideva che era giunto il momento: si faceva una guerra e si unificava il territorio. benedictanderson.jpgCosì, suppergiù, nacquero molte nazioni europee e si arrivò allo scoppio della Prima Guerra Mondiale con un numero di entità statuali molto limitato in Europa. Nel frattempo però era successo qualcos’altro: l’illuminismo, la rivoluzione francese, la rivoluzione americana. L’individuo aveva preso ad occupare una posizione centrale nella società, lo Stato non era più concepito come proprietà di un sovrano, ma di una comunità che da comunità di un élite divenne progressivamente l’insieme dei cittadini. Man mano però che questo processo procedeva si creava un vuoto, se era ben chiaro fin dove si estendevano i possedimenti di un sovrano, era molto più volatile l’estensione di una comunità di cittadini. A colmare quel vuoto lavorò quel “processo mitopoietico” a cui Benedict Anderson fa riferimento quando descrive la nascita dello Stato-nazione moderno. La diffusione (facilitata dai mezzi di comunicazione) di una serie di pratiche e di simboli comuni, di “lingue nazionali”, di un repertorio di autonarrazioni che contribuirono a creare un’identità nazionale. Quando Anderson parla di “comunità immaginata” si riferisce al fatto che gli abitanti di una nazione si sentono parte di una comunità in quanto se la immaginano, non in quanto conoscano effettivamente i propri connazionali. Questo straordinario processo, che vide nelle dittature nazifasciste la propria degenerazione, fu diffuso a tutto il mondo occidentale (e non solo) e ciò che oggi sentiamo come “naturale” è in realtà il risultato di un procedimento quantomai artificiale. altare_della_patria_di_roma.jpgHo l’impressione sia questo processo a giustificare il fatto che un conflitto devastante come nessun altro nella storia dell’umanità, come fu la Seconda Guerra Mondiale, abbia in realtà originato minime modifiche dei confini così come il fatto che, come sottolineato, quei confini siano in gran parte immutati dopo 70 anni. Sembra infatti che tale mitologia nazionale abbia finito con l’arrestare un processo di evoluzione naturale dei confini tra entità statuali. In termini strettamente sociopolitici uno Stato ha due esigenze fondamentali riguarda alla propria dimensione: da una parte quella di avere una forza di negoziazione sullo scacchiere internazionale tale da consentirgli di far valere i propri interessi, dall’altra una sufficiente omogeneità al suo interno da arrivare ad una condivisione di obiettivi che gli consenta l’organizzazione di una politica nazionale. In assenza di vincoli culturali si potrebbe ipotizzare quindi che in una società che tende ad omogeneizzarsi a livello europeo i confini tra Stato e Stato tendano a sparire. Questi vincoli culturali però ci sono e si vedono molto bene anche oggi. Che succede infatti in questi anni in Europa che giustifica i successi degli anti-europeisti? Succede che, non solo quel concetto di comunità immaginata resiste a livello culturale in una parte dell’opinione pubblica, ma anzi la crisi, come tutte le crisi, tende a farci ripiegare su ciò che percepiamo come rassicurante, cioè la nostra tradizione, il nostro passato. E’ un po’ il mito del ritorno alle origini che affascina sempre chi si sente disorientato. C’è però anche una parte consistente dell’opinione pubblica che ha girato il mondo, che conosce altre realtà, per la quale quella comunità che un tempo era “immaginata” non è più tanto immaginata, perché ne ha visto una buona parte e ne ha viste anche altre. Il catalano che è stato in Andalusia ed è stato in Linguadoca sa che, a parte la lingua e lo scartamento del treno, forse ha più cose in comune con la Linguadoca che con l’Andalusia. Una delle reazioni possibili del catalano in oggetto può essere quella di chiedersi perché diavolo deve essere sottoposto allo stesso Governo dell’andaluso ed eccolo parteggiare per l’indipendentismo. Siccome però capisce anche che un governo della Catalogna non conterebbe un accidente, può chiedersi anche perché non avere un livello di Governo superiore che accomuni andaluso, catalano e abitante della Linguadoca. catalunya-indipendencia.jpgNon è improbabile che le due reazioni convivano negli indipendentisti-europeisti di cui sopra. Detto in altri termini la retorica delle nazioni si sta sempre più svuotando di sostanza e questo fa sì che esse si scoprano troppo disomogenee per non spezzarsi e troppo deboli per non unirsi. Forse in una futura federazione europea le nazioni novecentesche non avranno più senso come livello di governo locale, mentre avranno senso delle entità federate di dimensioni inferiori, con un maggior grado di omogeneità. Capisco in questo senso gli europeisti che parteggiano per scozzesi e catalani, nella misura in cui una frammentazione degli stati-nazione è forse l’unico vero modo per riuscire a superarli a vantaggio di un livello di aggregazione superiore. Nel frattempo, il referendum in Catalogna sarà un altro interessante banco di prova della salute delle nazioni e un altro focolaio per riaccendere aspirazioni che anche nel nostro Alto Adige hanno non poche radici. Vedremo come andrà a finire…

18 Ottobre 2014

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