L’Italia di Sergio Romano

Ho trovato interessante il pensiero di Sergio Romano, espresso in un articolo apparso su Il Corriere della Sera giorni fa. L’articolo era l’ennesimo invito al PD a sedersi al tavolo con la maggioranza per dare il proprio imprimatur in questo caso alla legge sulle intercettazioni. D’altra parte nel recente passato ho letto, dalle colonne del Corriere, altri illustri opinionisti esprimersi in modo analogo su altri fronti.
Sono perfettamente d’accordo sul fatto che il moltiplicarsi della diffusione sui giornali di intercettazioni su inchieste in corso rappresenta una degenerazione inaccettabile, che mette tv e giornali nella condizione di poter ricattare i cittadini ed una legge che mettesse dei limiti alla pubblicazione delle stesse non mi troverebbe affatto contrario, anche se sarei comunque molto sospettoso se tale legge avesse firma Alfano. E’ però una cosa completamente diversa limitare la possibilità della magistratura di utilizzare le intercettazioni come mezzo di indagine, che è quanto la maggioranza ha sempre manifestato di voler fare. Questo è un atto vergognoso, che mira a garantire il diritto all’impunità e solo una classe politica degenerata può anche solo ipotizzare qualcosa di simile. Nella convinzione che molti potenziali elettori del PD la pensino come me, chiedere all’opposizione di farsi complice di un simile disegno mi pare chiederle una sorta di suicidio politico.
Tuttavia, al di là del tema specifico, non mi piace per nulla la cultura di fondo che sta dietro a questi “inviti al dialogo”. La politica è fatta di contrasti e contrapposizioni, è fatta per mettere gli elettori di fronte a proposte diverse, anche contrapposte, per permettere loro di scegliere. Una politica unanimista, in cui tutti si accordano su tutto, svuota la democrazia di ogni significato e di ogni motore. Ci sono certo alcune regole di fondo: la Costituzione e la legge elettorale tanto per capirsi, su cui è fondamentale trovare un accordo ampio per evitare che ogni maggioranza apporti modifiche di parte alla Costituzione o si crei la legge elettorale a lei più congeniale a proprio uso e consumo. Ritengo quindi che fu sbagliato riformare la Costituzione e scellerato riformare la legge elettorale senza un largo consenso. Per tutto il resto della vita politica al contrario è giusto ed auspicabile che si formino fronti contrapposti che poi dovranno rispondere delle loro scelte di fronte agli elettori: è doveroso che chi governa si prenda la responsabilità esclusiva delle decisioni che prende, dell’orientamento che dà al paese e che di quelle decisioni risponda all’elettorato; e come elettore sarei molto severo con chi collabori allo scempio di cui sopra.
Purtroppo ho l’impressione che il modo di pensare espresso da Romano, piuttosto diffuso, è invece quello di chi considera l’opinione pubblica un male necessario da tenere a bada, che ritiene un approdo desiderabile quello di un paese in cui le decisioni della politica si prendono al chiuso dei palazzi ed all’opinione pubblica si trasmettono solo ologrammi e suggestioni; un paese in cui tutti i politici sono uguali, in cui tutti rubano alla stessa maniera, in cui il qualunquismo allontani i cittadini dalla politica e quindi sottragga la politica al giudizio dei cittadini. Questa Italia, l’Italia di Sergio Romano, non mi piace affatto.

10 Settembre 2008

Un solo commento. a 'L’Italia di Sergio Romano'

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  1. Bruno afferma:

    A Cuba si lamentavano: “Nel nostro parlamento tutte le decisioni vengono prese all’unanimità. Se io non condividessi una decisione del mio governo, a chi mi potrei rivolgere? Che differenza fa che io voti un candidato o un altro?” Ma Cuba è una dittatura, con un partito unico. Noi no, vero?

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