Il Tavecchio e il nuovo

tavecchio.jpgLa Federazione Calcio si è rialzata nell’estate dal fallimento mondiale con la nomina a suo presidente di Carlo Tavecchio. E’ un po’ come rialzarsi da una caduta del letto ricadendo dall’altro lato. Non mi associo con chi si sciacqua la bocca con la parola “razzismo” riguardo la frase sulle banane che ha arricchito i dibattiti estivi sul tema. Il razzismo è cosa molto seria e insidiosa, la superficialità è molto meno seria anche se non meno pericolosa; Tavecchio mi sembra solo rientrare nella categoria di quelle persone che sono rimaste al linguaggio della canzoni di Edoardo Vianello: pensare che un uomo simile abbia il potere che ha dimostrato di avere sul calcio italiano, ci dice molto del calcio italiano stesso, e questo senza tirare in ballo i guai ripetuti che il personaggio in questione ha avuto con la giustizia (e non solo lui). Eh sì, perché la vicenda ha dimostrato che il calcio italiano è feudo di personaggi come Lotito, grande sponsor di Tavecchio, che, come dimostrato nella triste vicenda della scorsa edizione della Supercoppa, si segnala come personaggio abile soprattutto a mescolare le carte ed ad infischiarsene di regole e limiti. Ha dimostrato che da società come Inter e Milan, legate a visioni ancora familistiche del calcio, non venga alcun afflato di rinnovamento. In questo contesto non è poi strano che società come Juventus e Roma, più propense ad una diversa modalità gestionale ed ad altre candidature, si siano trovate in realtà in netta minoranza.
Il programma “innovativo” di Tavecchio è molto generico e non introduce alcuna significativa novità. Si parla di fund raising, si parla (poco e in modo generico) di stadi, si parla di settori giovanili. L’unica vera novità, insospettabile da chi è accusato di razzismo, è una presa di posizione a favore dello ius soli, ovviamente molto strumentale agli interessi della Nazionale che potrebbe così schierare anche giocatori nati in Italia da genitori di nazionalità straniera.
Cosa manca? Quali novità ci saremmo potuti aspettare? Cominciamo col dire che i dati ci dicono che ciò su cui Tavecchio pare ossessivamente puntare sia un falso problema: “In Italia ci sono troppi stranieri”. Tra le nazioni calcistiche principali siamo tra quelle con meno stranieri e campionati come quello tedesco e belga ne hanno molti di più senza pregiudicare i risultati della loro nazionale. Non dimentichiamoci tra l’altro che le autarchie magari migliorano le performance della Nazionale ma penalizzano le squadre di club. Nel periodo di blocco degli stranieri (tra il 1966 e il 1980) ottennemmo certamente numerosi successi a livello di Nazionale, culminati nel Campionato del Mondo dell’82 (a frontiere riaperte ma con giocatori cresciuti nel calcio dell’autarchia), ma è anche vero che in quel periodo, senza stranieri, vincemmo una sola misera Coppa UEFA (quella della prima Juve di Trapattoni). Per contro nel periodo che va dal 1983 al 2010 abbiam portato ben 17 volte nostre squadre alla finale di Champions (otto vittorie complessive più quattro Coppe delle Coppe e otto Coppe UEFA), pur non rinunciando a vincere nel frattempo un mondiale, a perderne un altro ai rigori ed un europeo al golden goal, facendo comunque quasi sempre figure piuttosto dignitose.
oratorio_calcio.jpgPiù che nel numero degli stranieri parrebbe invece, sempre secondo i dati di cui sopra, che il problema stia nel fatto che in Italia, rispetto ad altri paesi europei, i giocatori giovani (e quindi italiani) hanno poco spazio. Se guardo ad una Juve che ha ceduto al Borussia Dortmund Immobile e ha riparcheggiato in giro Zaza e Berardi per poi andarsi a cercare all’estero le proprie punte mi viene il dubbio che sia vero e che ciò obbedisca ad una tendenza generalizzata, avvalorata dalla constatazione che la maggior parte dei giocatori della nostra Under 21 che si laurearono vicecampioni d’Europa nel 2013, giocano oggi all’estero. Questa tendenza è forse legata alla scarsa propensione al rischio che le società italiane hanno, laddove ovviamente l’inesperienza di un giovane può costar cara in certe circostanze. Sarebbe certamente utile combattere questa tendenza con incentivi contrari. Se però non fosse possibile cambiare questa tendenza, potrebbe essere giovevole l’avvento delle squadre B, come ventilato più volte da Andrea Agnelli, che integrino o sostituiscano le squadre primavera giocando nei normali campionati federali, con giocatori di proprietà della società che non trovino posto nella formazione A, quindi tendenzialmente giocatori giovani a cui sarebbe di grande giovamento competere con giocatori di esperienza come quelli che si esibiscono nei campionati di Serie B o C.
Va anche constatato però che il quasi exploit del 2013 è l’unico negli ultimi anni di una nazionale under-21 che tra il 1992 e il 2004 vinse cinque edizioni su sette del Campionato Europeo. Questo suggerisce che ci possa essere anche un declino della produttività del calcio giovanile, e qui forse sarebbe il caso di riflettere su come si possa davvero rilanciare il settore, a partire magari dagli strumenti che le società offrono ai giovani giocatori per conciliare attività sportiva e scolastica. Nel programma di Tavecchio si dice che “ripartire dalle scuole non è uno slogan”, ma potrebbe anche esserlo, perché le scuole hanno giustamente altre priorità che non crescere talenti per il calcio. Aiutare chi ha talento a non perderlo per strada dovrebbe passare forse di più da chi di quel talento poi si gioverà, ovvero le squadre giovanili, e qui forse la Federazione dovrebbe intervenire sia con finanziamenti, sia con un controllo più capillare e una regolamentazione sulle attività delle squadre stesse, come avviene in altri paesi.
A parte il discorso della Nazionale e quindi dei vivai italiani, è il caso di affrontare anche il caso dei risultati delle squadre di club. Non ci si può dimenticare che, dal successo dell’Inter nella Champions 2010, che ha probabilmente chiuso un ciclo forse irripetibile del calcio italiano, le squadre italiane non sono più riuscite ad andare oltre ai quarti di Champions, mentre l’Europa League rimane una coppa nella quale le italiane non sono mai riuscite ad andare nemmeno in finale. Se guardiamo la classifica dei club più ricchi in Europa scopriamo che tra i primi 20 club in Europa per fatturato ben 4 sono italiani (e sono 5 nella classifica per patrimonio), mentre, sempre per fatturato, i club italiani sono 6 tra i primi 30, mentre le tedesche sono 5, le spagnole sono solo 4. Il Borussia Dortmund finalista di Champions l’anno passato fattura di meno di Juve e Milan, l’Atletico Madrid, che ha sfiorato quest’anno il trionfo europeo, fattura meno della Roma, il Benfica due volte finalista di Europa League fattura meno del Napoli. Tra l’altro il Benfica stesso appartiene ad una nazione, il Portogallo, che non ha altre presenze, oltre al Benfica stesso, nella summenzionata classifica, ma che ci precede nella classifica dell’UEFA per rendimento (quella sulla base della quale sono allocati i posti in Champions League) e tra l’altro nelle ultime due stagioni, nelle tre occasioni in cui le squadre italiane si sono confrontate con quelle portoghesi in incontri ad eliminazione diretta, hanno sempre dovuto soccombere. E’ vero insomma che le nostre squadre non sono tra le primissime per ricavi (la migliore è la Juve nona), ma i risultati sono comunque al di sotto di quello che il bilancio delle nostre squadre suggerirebbe. Può darsi che sia un difetto di capacità gestionale da parte delle società italiane, ma potremmo anche supporre che le nostre squadre non riescano ad esprimere nelle coppe europee tutte le proprie potenzialità, magari per un eccesso di impegni ed una rosa limitata. Notavo che ad esempio nella scorsa stagione il Benfica ha schierato nelle varie esibizioni ufficiali ben 27 giocatori diversi almeno 5 volte, mentre 33 giocatori hanno avuto almeno una presenza; la Juventus invece ha schierato solo 23 giocatori diversi almeno 5 volte, e 27 giocatori almeno una volta. Anche qui, il problema potrebbe essere puntare troppo poco su giocatori giovani a vantaggio di quelli affermati con l’effetto collaterale di avere retribuzioni medie più alte e dover quindi tenere più limitata numericamente la rosa, per rimanere nello stesso perimetro di costi operativi. Non dimentichiamoci che oggi soltanto in Inghilterra si giocano nella stagione tante partite quante in Italia, eppure le nostre rose non spiccano per una particolare consistenza numerica.
triestina-padova-stadio-vuoto.jpgCome sopra accennato la crisi del calcio italiano non è solo crisi di risultati ma anche di pubblico. Il pubblico è colore ed entusiasmo, ma è anche una fondamentale modalità di finanziamento e i dati dicono che le entrate per le squadre italiane sono drammaticamente più basse di quelle delle altre squadre europee di pari consistenza economica. La scusa della televisione vale fino ad un certo punto. L’idea di sfruttare commercialmente i diritti televisivi è nata in Inghilterra, eppure quelle inglesi sono le squadre che hanno percentualmente le maggiori entrate da stadio. In questo senso forse potrebbe essere utile rivedere il costo del biglietti. In Inghilterra ad esempio la differenza di costo tra settore e settore è minima se non nulla, con un prezzo superiore a quello delle nostre curve, ma anche inferiore a quello delle nostre tribune. Questo col risultato che difficilmente si vedono, come da noi, stadi con le curve piene e le tribune vuote. Se differenza di prezzo c’è non è per settore ma per età, ed in questo senso non sarebbe una cattiva idea allargare anche da noi l’utilizzo dei biglietti ridotti per giovani, ma, si badi, non con un limite di età di 14 anni, ma almeno di 18, se non di 21. Non è che faccio entrare il ragazzino allo stadio ad un prezzo inferiore perché occupa meno posto, lo faccio entrare ad un prezzo inferiore perché non guadagna soldi suoi. Se gli facilito l’ingresso magari si appassiona e spero che, passati i 21, e acquisita, si spera, l’indipendenza economica, conservi l’abitudine di venirci. Se invece a 14 smette di andare allo stadio perché non ha la disponibilità economica per farlo, si rivolgerà probabilmente a qualche altro passatempo più accessibile.
Andiamo all’argomento della violenza nel calcio, che certamente ha un peso sulla scarsa propensione allo stadio che i calciofili italiani dimostrano. Qui, al di là delle fumose dichiarazioni di intenti di Tavecchio, c’è da fare un ragionamento serio sul rapporto tra società e ultras. La vicenda della Finale di Coppa Italia, tra le altre cose, ci ha reso evidente quanto potere questi tifosi abbiano oggi sul giocattolo calcistico. D’altronde, fintanto che il sistema calcio delegherà ai gruppi ultras colore, animazione e emotività delle proprie esibizioni, tali gruppi non potranno che avere potere. Il potere però va accoppiato alla responsabilità, affinché non sfoci in arbitrio e di questo bisognerà parlare con gli ultras. Le organizzazioni che gestiscono il tifo andrebbero censite, regolamentate, dovrebbero avere dei responsabili di cui sia noto nome e cognome, che dovranno accollarsi le responsabilità di incidenti o azioni contrarie alle regole (striscioni, cori o altre manifestazoni non consentite), e potranno essere sanzionati o dalla società o direttamente dalla federazione. E’ chiaro che questo comporterebbe una rivolta, ma l’alternativa è quella che fu introdotta in Inghilterra dopo la strage dell’Heysel che vietava alle società di intrattenere rapporti con i tifosi. E’ una strada praticabile ma forse persino troppo drastica per il nostro modo di vivere il tifo calcistico. Il dialogo che invoca Tavecchio oggi non manca certo, ma serve a poco se non cambia l’organizzazione dei rapporti con il tifo.
Passiamo poi alla giustizia sportiva. Ho l’impressione che nella società contemporanea, nella quale il calcio è preso così terribilmente sul serio, sia anacronistico continuare ad avere un sistema giudiziario sportivo che pensa più a cautelarsi politicamente che a far rispettare le regole. Le inchieste che recentemente hanno scosso il calcio hanno lasciato l’impressione che il polverone e la confusione abbiano stravolto completamente la reale entità e consistenza del problema ma ha lasciato l’impressione che condanne e assoluzioni siano dipese più da pressioni e impatti mediatici che dall’esame di testimonianze ed elementi di prova. La necessità di regole certe d’altra parte si segnala anche nella recente ed assurda vicenda del ripescaggio della ventiduesima partecipante alla Serie B. antonio_conte.jpgNon è tanto il problema dei tifosi che sono rimasti fino all’ultimo incerti sulla destinazione della propria squadra, ma soprattutto delle società che fino all’ultimo non hanno saputo in che serie avrebbero militato e non hanno quindi potuto strutturarsi di conseguenza. Il calcio italiano del futuro, per essere credibile, dovrà essere in grado di darsi regole chiare e condivise e basarsi solo su di esse, abbandonando la propensione all’accordo elusivo.
Con tutti questi punti sul tavolo pare che la Federazione abbia fatto la cosa più italiana possibile, ovvero spremere le finanze esangui del CONI per portarsi a casa quanto di meglio in termini di allenatore il panorama italico offra, così da provare a mascherare, con i risultati della Nazionale, le magagne del nostro calcio. Non dico che sia stata una scelta fuori luogo, ma la bravura di Conte rischia solo, se riporterà l’Italia al posizionamento che le compete, di farci dimenticare tutti i vizi sopraenunciati e di rinviare a data da destinarsi un rinnovamento di uomini e idee ormai urgentissimo, ma contro il quale il sistema calcio lotta disperatamente.

12 Settembre 2014

Non ci sono ancora commenti ma sicuramente tu avrai qualcosa da dire...

Dì la tua

terremoto centro Italia

Ultimi interventi

Archivi

Categorie

Pagine varie

I miei posti preferiti

I miei blog preferiti

Feed su RSS

Meta

Technorati

FB NetworkedBlogs