Iraq: imperialismo, pacifismo e pragmatismo

Questa fredda estate è stata scossa dalle brutali immagini giunte dall’Iraq. Le reazioni a quegli eventi e a quelle immagini sono state le più varie ma quelle del pentastellato Di Battista sono state certamente quelle che hanno fatto più clamore. Le menziono non per fare facile antigrillismo, ma perché vorrei riprendere alcuni concetti espressi da Di Battista, che sono anche discretamente popolari, per provare ad approfondirli.
map-of-iraq-1900.jpgPartiamo dalla domanda che ognuno dovrebbe porsi sempre, anche di fronte all’atto più efferato: perché? Di Battista si risponde che l’ISIS chiede “la messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall’occidente dopo la I guerra mondiale“. Potrebbe sfuggirmi qualcosa di importante ma la mia franca impressione è che Di Battista non sappia di cosa sta parlando. Il conflitto che l’ISIS combatte è, almeno apparentemente, quello tra sunniti e sciiti, che infiamma quella regione da molti secoli e al quale le potenze coloniali non credo abbiano contribuito granché, sicuramente non con la definizione dei confini. L’Iraq attuale equivale, con poche e poco significative modifiche, alla somma di tre ex-province dell’impero ottomano, quella di Baghdad, quella di Mosul e quella di Bassora e il nome Iraq contraddistingue la regione mesopotamica dal settimo secolo, anche qui con qualche lieve slittamento dei confini. Non sono state quindi le potenze coloniali a definire quei confini che oggi Di Battista vorrebbe ridefinire su base etnica, magari deportando coloro i quali si ritrovino poi dalla parte sbagliata del confine. Il punto è che la contrapposizione tra sunniti e sciiti, da sempre presente nell’Islam, a partire dal sedicesimo secolo si è identificata in quell’area con la contrapposizione politica tra Impero Ottomano (sunnita) e Impero Persiano-Safavide (sciita), questo fino alla caduta del primo, ed in particolare a partire dalla Scià persiano Ismail I che fece della “Shia” la religione del suo impero. Il fatto che le terre dell’Iraq siano state nei secoli territorio di scontro e di conquista e riconquista tra i due imperi, conclusosi in ultimo con il prevalere del dominio ottomano, spiega perché in Iraq vi siano una maggioranza numerica sciita a fronte di una storica egemonia politica sunnita. E’ sempre difficile per un’élite, minoritaria numericamente, trovarsi a proprio agio con i principi democratici (vedi Kosovo e Sudafrica, per dirne due) e come in molti altri scenari simili anche qui è nato un conflitto che mira fondamentalmente all’eliminazione o alla sottomissione del nemico. Così delineato lo scenario del conflitto, si comprende anche la perplessità che le ipotesi di trattativa ventilate da Di Battista hanno suscitato. Una trattativa può servire laddove sia praticabile un compromesso tra gli obiettivi delle fazioni in lotta. Se, ai tempi del terrorismo in Irlanda, la richiesta dell’IRA era autonomia e libertà, non era improbabile, come accadde, che si potesse arrivare ad un compromesso che avrebbe trovato il consenso della maggior parte di coloro che appoggiavano l’IRA e del governo britannico. La stessa cosa può valere in realtà come i Paesi Baschi o l’Alto-Adige, ma ovviamente non sempre si può trovarlo il compromesso. Se infatti l’obiettivo di una delle fazioni, come in Iraq, è l’eliminazione fisica dell’altra, diventa ben più difficile trovare uno spazio negoziale.
Escluso quindi che trattare con l’ISIS possa avere qualche utilità, un’altra opzione sarebbe anche quella di non fare nulla e in molti casi l’abbiamo fatto senza grossi patemi d’animo. Nell’Africa centrale si combattono da decenni guerre su guerre, alcune della quali hanno fatto vittime paragonabili alla Seconda Guerra Mondiale, senza che ci scandalizzassimo più di tanto. La stessa cosa non si può fare in Iraq?
immigrazione_clandestina.jpgPer rispondere a questa domanda vale la pena di fare un passo indietro e cercare di capire meglio il nostro tormentato rapporto con quella parte di mondo che fino a pochi anni orsono definivamo senza ambiguità “non industrializzato”. Da questo punto di vista, sì che il processo di colonizzazione, citato a sproposito da Di Battista, c’entra e molto. Il processo di colonizzazione ha infatti portato non solo l’occidente a diretto contatto con il resto del mondo, ma soprattutto lo ha portato a strutturare il proprio sviluppo e il proprio benessere su una dipendenza sempre più stretta dalle materie prime che quel mondo gli garantiva in abbondanza. Con la decolonizzazione poi è cessato il controllo politico e militare (troppo costoso e cruento) di quel mondo ma non è certo cessata la dipendenza. La globalizzazione ha portato ad una forte integrazione commerciale, culturale e sociale, che ha determinato anche qualche sovvertimento delle gerarchie tra Nord e Sud, ma il problema della dipendenza rimane, ed è una dipendenza che è diventata ormai non solo economica ma, per l’appunto, anche sociale. Una guerra in Iraq o in Libia non significa solo il rischio di aumento del prezzo del petrolio ma anche, come abbiamo visto, significa immigrazione, significa barconi di disperati che aggrediscono le nostre coste suscitandoci dilemmi etici e politici non da poco e in ultima analisi instabilità sociale. Al di là delle responsabilità e dei sensi di colpa dell’occidente, al di là dell’empatie per le vittime del conflitto, c’è quindi anche un problema strettamente pragmatico che ci impedisce di disinteressarci di questo conflitto.
iraq_isis.jpgNon vorrei essermi dimenticato qualcos’altro, ma direi che rimane solo l’opzione militare. Anche questa opzione però ha un po’ di problemini che non sono solo quelli etici legati ad ogni intervento militare, ci sono anche problemi più strettamente pragmatici. Un esercito difficilmente riesce a muoversi in modo indolore: andare in Iraq con forze militari occidentali bombardando e causando, foss’anche accidentalmente, vittime, significa rinfocolare la retorica anti-occidentale che nel mondo islamico fa sempre molti proseliti, significa rafforzare ideologicamente coloro i quali si vuole combattere militarmente. La primavera araba non è che sia stata un gran successo per laici e modernizzatori, ma ha certamente dimostrato che oggi in tutto il mondo arabo le istanze di rinnovamento si stanno rafforzando, ma sono istanze che spesso vengono identificate come accettazione di modelli occidentali e che le guerre di Bush avevano messo anche per questo nell’angolo, rinfocolando invece la retorica dell’islamismo più conservatore ed estremista. Un nuovo intervento occidentale in Iraq non rischia di rimandarle in soffitta? Non serve forse proprio a questo lo strano appoggio che molte potenze arabe, preoccupate dalle ventate modernizzatrici, forniscono alla guerriglia islamista? A tenere acceso cioè quel “conflitto di civiltà” che senza i molti petrodollari che vi affluiscono costantemente si sarebbe probabilmente esaurito da un pezzo.
Ecco lo so. Anche stavolta non fornisco risposte ma solo dubbi. Stavolta però mi sento a posto con la coscienza. Risposte facili quando si tratta di far finire un conflitto che dura da secoli non ce ne sono e vi invito a diffidare di chi sostenga il contrario. L’unica riflessione che mi viene, da quanto finora scritto, è che se c’è qualcosa che possiamo fare di incruento e di utile è cercare di parlare di più di e con quella parte del mondo arabo che non si identifica con gli integralisti, ma nemmeno con quella classe politica dispotica e corrotta che sospinge le masse popolari tra le braccia dei primi. Erano in Piazza Tahrir, sono in Libia, erano parte della rivolta contro Assad prima che le milizie islamiche ne prendessero il controllo. Sono quegli abitanti del mondo arabo che pensano che il futuro di quell’area non sia il ritorno al medioevo ma l’apertura alla modernità, al resto del mondo. Potrebbe essere ora che diventino costoro gli interlocutori dell’occidente.

29 Agosto 2014

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