Il conflitto virale

Da quando l’eterno conflitto israelo-palestinese ha avuto la sua ennesima escalation nella striscia di Gaza, la discussione sul tema ha riempito ogni area di pubblica discussione. Ci sono alcune caratteristiche del conflitto che lo rendono particolarmente adatto ad una conversazione, se non ad una discussione, spesso anche accesa. La tendenza, di fronte ad un conflitto a schierarsi subito con gli uni o con gli altri, è pratica abbastanza comune, ma in pochi casi come questo è pressoché immancabile. E’ davvero difficile leggere un commento, ascoltare un’opinione, che esca dalla logica “I palestinesi sono terroristi” o “Gli israeliani sono guerrafondai”.
Questo probabilmente accade a causa di alcuni fattori che caratterizzano il conflitto. Intanto la durata: è un conflitto che prosegue senza vera interruzione da più di sessant’anni. Difficile che ci sia qualcuno che non abbia ancora preso posizione. E’ un po’ come una partita di calcio: se la guardi 10 minuti puoi anche limitarti a seguirla in modo imparziale, ma se la guardi tutta prima o poi ti schieri con una delle due compagini.
Un’altra caratteristica del conflitto è che, lo dico anche se molti di voi già staranno affilando le loro armi dialettiche, hanno ragione entrambi. Hanno ragione entrambi nel senso che la ragione primaria degli uni e degli altri (ovvero quella che ha acceso il conflitto) poggia su quel concetto quantomai vago, ma altrettanto radicato nella nostra cultura, del possesso di un’area geografica da parte di un gruppo etnico. Ogni volta che le rivendicazioni di due gruppi etnici su un territorio si contrappongono, nasce un conflitto. Ma in nessun luogo come in Palestina accade che uno dei due gruppi etnici non abbia abitato il territorio che reclama per molti secoli. Questo rende in un certo senso grottesca la rivendicazione, ma allo stesso tempo ne sottolinea la problematicità, proprio perché non c’è scritto da nessuna parte quali sono le regole sulla base delle quali una comunità può dichiararsi proprietaria di un certo territorio. Ho assistito a discussioni fiume su quali fossero i diritti degli uni e degli altri a vivere in Palestina, ma la realtà è che non abbiamo gli strumenti per assegnare un diritto. D’altra parte in un’epoca nella quale si tende a superare la logica degli stati nazionali, degli steccati etnici, parrebbe antistorico inventarsi dei principi di cui gli uomini hanno fatto per millenni a meno, ricorrendo ad altro strumento di risoluzione delle controversie: la guerra. Oggi invece noi ci ostiniamo a pensare che gli individui siano diventati capaci di convivere sotto la stessa bandiera anche se hanno cultura, lingua o religione diversa. Qualche esempio favorevole ce l’abbiamo, in Bosnia si sono sgozzati per tre anni e ora, da quasi vent’anni, vivono in pace e armonia (almeno apparentemente). Però si tratta di popoli che hanno convissuto per millenni, il caso palestinese è innegabilmente un po’ diverso.
israelepalestina_daughter.jpgScrivevo che hanno ragione entrambi in termini di diritto astratto e allo stesso tempo hanno torto entrambi proprio perché il diritto su un territorio è lettera morta e l’unico modo alternativo alla guerra per risolvere il conflitto è decidere che, no, la terra non è né mia né tua, ma è di chi ci abita. Sembra facile, ma non lo è affatto e i discorsi a base di “Prima gli italiani”, che sentiamo qui da noi, ne sono un chiaro specchio.
Una terza caratteristica del conflitto è la disparità di forze in campo. Tale disparità induce gli uni a criticare aspramente Israele perché, dati alla mano, le vittime sono sempre di più sul fronte palestinese che su quello israeliano, gli altri a criticare altrettanto aspramente i Palestinesi per la autolesionistica pertinacia con cui perseguono l’opzione militare, nonostante sia ovviamente quella per loro più penalizzante.
Tutto il resto sono le schermaglie tipiche di un conflitto: “Tu hai sparato per primo”, “Però tu hai reagito in modo sproporzionato”, e poi la conta dei morti (sempre solo dei propri), e le immagini tragiche dell’una o dell’altra parte che i partigiani dell’uno o dell’altro fronte sfruttano per portare acqua la proprio mulino.
Solitamente i conflitti, allorquando diventano argomento di discussione, tendono verso la generalizzazione (pratica comune anche per la guerra in Ucraina) e questo non fa ovviamente eccezione. Si continuano a citare Israele e i Palestinesi come fossero esseri senzienti: nella realtà dall’una e dall’altra parte ci sono milioni di persone tra le quali ci sono miserabili macellai, ci sono personaggi dal genuino spirito pacifico e pacifista e ci sono pragmatici che capiscono perfettamente che con la guerra non si va da nessuna parte. La guerra purtroppo dà visibilità più ai primi che ai secondi e ai terzi, ma i secondi e i terzi ci sono, tanti e su entrambi i fronti. E’ significativo che la maggioranza degli israeliani risultino favorevoli ad un compromesso, ma al governo di Israele ci sia un falco come Netanyahu che ormai non si fida nemmeno più del governo americano. E’ altrettanto significativa l’evidenza che uno degli scopi della guerra sia proprio, per Hamas, recuperare il consenso in caduta verticale nel territorio di Gaza. Insomma si mobilita il fronte esterno per sostenere il fronte interno, vecchia storia…
Come accennato la reazione dell’opinione pubblica nostrana è di dividersi in modo abbastanza rigido tra proisraeliani e propalestinesi, con toni spesso accesi e violenti. In tal modo non facciamo altro che estendere il conflitto militare a conflitto di opinione senza nemmeno un passetto avanti. L’esperienza che ognuno di noi fa quando si accende una lite tra due membri della nostra famiglia è che schierarsi a favore dell’uno o all’altro serve solo ad estendere il conflitto, non a risolverlo. Eppure è un’esperienza che evidentemente non mettiamo a frutto quando si tratta di argomentare su un conflitto militare.
israelepalestina_lovers.jpgChe fare quindi? Questa è la domanda più difficile, perché appianare un conflitto richiede un processo dialettico e culturale che non si costruisce dall’oggi al domani. Può servire una forza di interposizione internazionale? Ha funzionato di rado e funziona solo per interrompere i combattimenti, ma non serve a costruire una convivenza che è, come al solito, l’unica soluzione praticabile. Come possiamo aiutare questa costruzione dal nostro stivale italico? Certamente non farneticando di nazismo o di terrorismo, ma magari ricordando che ci sono moltissimi uomini e donne in quella terra, palestinesi e israeliani, che non ne possono più della guerra, che non ne possono più di Netanyahu e di Hamas, uomini e donne a cui non importa nulla della religione e della lingua del loro vicino di casa, ma importa solo di poterci vivere pacificamente. Forse se dessimo la parola a costoro più che a opinionisti di casa nostra, capaci solo di imbracciare un armamentario dialettico da ultrà, metteremmo un mattoncino per costruire una soluzione di pace. Quando cominceremo a vedere le cose in una prospettiva diversa, nella quale il conflitto non è tra Israele e Palestina, ma, come spesso accade, tra élite di governo che sulla guerra hanno costruito il loro potere e popoli costretti a vivere sotto le bombe, allora potremo forse essere un po’ più di aiuto.

25 Luglio 2014

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