L’incubo

Una delle nostre più ricorrenti paure, quando abbiamo raggiunto un livello soddisfacente di felicità e di stabilità, è di perderlo improvvisamente. Per questo, secondo alcuni studi, i sogni più ricorrenti simboleggiano proprio quest’ansia, attraverso la metafora della perdita dei denti, del precipitare in un abisso o altri simili. Anche per questo la prima immagine che mi ha suggerito sentire la notizia delle dimissioni di Antonio Conte e del parallelo ingaggio di Massimiliano Allegri è stato proprio l’incubo. Il simbolo di una caduta improvvisa, imprevista e apparentemente irrecuperabile.
addioconte.jpgIl popolo biancoenero veniva da un campionato italiano trionfale e da una stagione europea che, pur ombreggiata dalla delusione per la finale di Europa League in casa propria, dolorosamente sfumata, rappresentava una conferma del ritorno di Madama ai livelli europei che le competono. Non si può dire che finora il mercato fosse stato trionfale, ma c’erano interessanti trattative in corso che lasciavano ben sperare per un deciso rafforzamento dell’organico. Poi, nel pomeriggio di Martedì, un giorno che i sostenitori della Vecchia Signora non dimenticheranno facilmente, la situazione precipita: Conte in un’intervista a Juve TV annuncia la sua intenzione di lasciare la Juventus, confermata dalla susseguente comunicazione della società, che si affretta a confermare che la decisione è stata consensuale. A poche ore di distanza arriva la voce, diventata poi insistente, ed infine ufficiale, dell’ingaggio di Massimo Allegri in sua sostituzione. Il tutto capita con la squadra già in ritiro, un ritiro reso un po’ insolito non solo dall’assenza dei giocatori che hanno disputato i recenti mondiali, ma anche dalla decisione della società di svolgere quest’anno la fase di preparazione a Vinovo e non in montagna, come tradizione vuole.
Che sarà mai successo? Si sa certo che c’erano dissapori, manifestati nel sofferto rinnovo del contratto a Maggio, che erano alla fine rientrati con un prolungamento del rapporto di collaborazione di un anno. Apparentemente i dissapori erano legati al gap che Conte percepiva tra le ambizioni della società in termini sportivi e il valore tecnico dell’organico messo a sua disposizione. Il tecnico pugliese non ha mai avuto peli sulla lingua nel dichiararsi in difficoltà a fare molto di più di quanto fatto in questi anni in Europa con l’organico attuale. Non sappiamo quali risposte la società abbia dato a queste perplessità, ma è chiaro che non si è apprezzato negli ultimi mesi un cambio di rotta societario che potesse indurre Conte a vincere i suoi dubbi.
Personalmente trovo singolare che molti in queste ore accusino Conte di scarsa fedeltà ai colori bianconeri. Intanto Conte è un professionista e come tale ha il diritto e forse anche il dovere di confrontare quello che gli viene chiesto in termini di risultati, con quanto a sua disposizione in termini di patrimonio. Se ritiene che quanto gli viene chiesto non sia raggiungibile ha il dovere di farsi da parte. In più Conte ha giustamente un occhio alla sua carriera e alla sua possibilità di ottenere i successi a cui ritiene di poter ambire, e se ritiene che ci siano delle possibilità che lo aspettano altrove, ha il dovere con sé stesso di inseguirle a costo di spezzare qualche cuore bianconero, compreso magari il suo. Più difficile condividere invece l’operato della società che avrebbe probabilmente fatto meglio a gestire a Maggio in modo definitivo i “mal di pancia” di Conte, o con un rinnovo non solo di facciata, oppure con un addio tempestivo che avrebbe consentito in termini di nuovo tecnico di non doversi accontentare di quello che passava il convento, e di dare comunquue al nuovo tecnico la possibilità di impostare il mercato insieme alla dirigenza. Chi avrebbe dovuto tutelare la squadra e i suoi tifosi in questa fase da eventuali brutte sorprese è la società, e purtroppo non l’ha fatto e questo è davvero imperdonabile.
marotta-e-agnelli.jpgNon muoio dalla voglia di approfondire se i mal di pancia di Conte siano condivisibili o meno. Di sicuro la Juventus è la squadra italiana con il maggior fatturato e fattura quasi il doppio di Roma e Napoli giunte seconda e terza l’anno passato. Non si può quindi dire che la Juve abbia fatto un miracolo a vincere gli ultimi tre campionati, e qui né Conte ne Marotta e il suo staff possono considerarsi dei maghi. E’ però curioso che molti tra i maggiori artefici dei tre scudetti bianconeri siano giocatori considerati altrove in declino e presi a prezzi da svendita (Pirlo, Tevez, Llorente, Barzagli) che nella Juve hanno trovato una vera e propria seconda gioventù. Molto difficilmente la Juventus è invece riuscita a far valere le proprie maggiori disponibilità economiche, per raggiugere una posizione di predominio in Italia. Quando ci ha provato, come quando convinse Cairo a privarsi di Ogbonna mettendo molti soldi sul tavolo, il risultato è stato abbastanza deludente. Discorso diverso invece vale in Europa, dove ci sono club che hanno bilanci decisamente più consistenti di quello bianconero (anche se forse meno di quanto non si sospetta). E’ vero che l’Atletico Madrid e il Borussia Dortmund sono andati molto vicini alla Champions League anche in assenza di investimenti mastodontici, i miracoli si possono sempre verificare, ma non è sui miracoli che si può costruire un progetto credibile. D’altronde se la Juve non avesse speso molto denaro in giocatori evidentemente sopravvalutati avrebbe un organico certamente più competitivo anche in Europa. Martinez, Motta, Krasic, Elia, Ogbonna, Giovinco sono stati certamente pagati ben più del loro valore ed è una valutazione che molti addetti ai lavori hanno fatto a priori, non a posteriori. Insomma, Conte forse non ha fatto miracoli ma forse anche la società avrebbe potuto far di più per metterlo nella condizione di essere competitivo anche in Europa. In fondo forse Conte si chiede, come mi chiedo io, come mai l’Arsenal (che ha un fatturato di appena 10 milioni superiore a quello della Juve) può permettersi di spendere 40 milioni per assicurarsi le prestazioni di Sanchez e 25 per portarsi a casa Khedira, dopo averne spesi pochi mesi fa 50 per acquistare Ozil, mentre la Juve non si può permettere di spenderne 23 per comprare Iturbe. E si badi che l’Arsenal non ha un bilancio disastrato, nonostante i pochi successi conquistati di recente in patria e in Europa.
allegri.jpgMa veniamo al futuro e all’incarico di Allegri. Il tifo bianconero è in subbuglio non solo per l’addio di Conte ma anche per la scelta non esaltante del suo successore, forse soprattutto per certe tensioni “mediatiche” maturate ai tempi dell’episodio del gol di Muntari. Io semmai ricordo che una piazza esigente e difficile come quella juventina non si è mai dimostrata comoda per allenatori magari bravi tatticamente e tecnicamente, ma senza una personalità che faccia la differenza. Alla Juve c’è una pressione verso la vittoria che forse non c’è in nessun’altra piazza e forse per questo gli allenatori che hanno fatto la differenza a Torino (forse con la sola eccezione di Fabio Capello che però quanto a una personalità ha pochi eguali) sono sempre e solo stati quelli emergenti, quelli che avevano davvero ancora fame di vittoria e quella determinazione che Allegri francamente non dimostra. La conclusione ingloriosa della sua vicenda milanista sembra confermare quest’impressione. Per questo, credo, il tecnico livornese appare un pesce fuor d’acqua e il rischio di un disastro alla Del Neri affolla gli incubi dei tifosi bianconeri.
Alla fine non vorrei che la favola di Conte, insieme alla favola dello Juventus Stadium, abbiano oscurato i problemi che la Juventus, come società, continua ad avere e che, forse, con un allenatore meno decisivo e con l’affievolirsi dell’entusiasmo del popolo zebrato rischiano di riemergere. Di sicuro la dirigenza bianconera non potrà più permettersi di commettere gli errori del passato.

18 Luglio 2014

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