Il cocco di Mamma e Papà

genitorivainsegnanti.jpgChi di voi ha figli sa certamente che nell’atteggiamento che ognuno di noi genitori ha verso i propri figli c’è una componente protettiva e una componente “edificante”. C’è una parte dentro di noi che dice: “No, che prendi freddo”, “No, che è pericoloso” o “Come si permette di mettere la mani addosso a mio figlio?”. C’è un’altra parte di noi che dice: “Mah sì, che cosi ti fai gli anticorpi”, “Un ginocchio sbucciato non ha mai ucciso nessuno” o “Beh, ma tu cosa gli avevi fatto?”. Ogni situazione la leggiamo come una minaccia ma anche un’opportunità per crescere, e a seconda dell’emozione in noi prevalente, la paura per il suo presente o l’ansia per il suo futuro, propendiamo per l’una o l’altra lettura. Sarà che, rispetto ai tempi in cui ero ragazzo io, la nostra società ci bombarda di paure, sarà che la società contemporanea sembrerebbe (ma forse solo apparentemente) richiedere meno anticorpi di quella del passato, ma il senso di protezione in questi anni sembra star prendendo decisamente il sopravvento sullo spirito “edificante”. Il risultato perverso è che molti dei nostri figli si presentano all’appuntamento con l’età adulta totalmente impreparati a prendersi oneri e responsabilità che essere un adulto comporta. E’ difficile non capire che c’è un momento della vita in cui non ci sarà più il genitore pronto a prendere le difese di nostro figlio, che se alle apparenti ingiustizie che subirà reagirà con vittimismo e senza autocritica, non ne riceverà consolazione ma solo critiche ulteriori, eppure chi svolge la difficile professione dell’insegnante combatte giornalmente contro eserciti di genitori iperprotettivi pronti a difendere a spada tratta il figlio dalle angherie del docente che gli ha dato 4 in matematica o 7 in condotta. Con quali motivazioni? Ce l’ha con mio figlio… perché è troppo spontaneo… perché lo è troppo poco… perché non le fa abbastanza sorrisi… perché è troppo cerimonioso, e così via… Alla fine non conta nemmeno tanto il motivo, si trova sempre qualcosa a cui appigliarsi. Se poi il figlio è un ragazzo un po’ difficile, ancora meglio: è ancora più facile attribuire i suoi votacci al carattere che “non tutti capiscono”. L’importante è che non si dica che non ha studiato, che si meritava il 4. Questo il genitore protettivo non vuole mai, che il figlio assaggi le sue conseguenze dei suoi errori, che il figlio si senta catapultato nel mondo esterno dove nessuno ti fa sconti e ti costruisce alibi, che prenda coscienza di quell’angosciante baratro che si apre ad un certo punto di fronte a noi, e che si chiama responsabilità personale.
le-lacrime-di-mario-balotelli.jpgL’Italia di oggi è popolata di genitori che ragionano così e che continuano a ragionare così anche quando diventano tifosi di calcio. Ecco spiegato il fiorire di apologeti di Balotelli, di fronte al caso calcistico del momento. C’è chi parla di razzismo, chi di nonnismo, assomigliando tanto ai genitori di cui sopra. Ma l’idea alla base di questi ragionamenti, per la quale gli errori dei singoli non ci sono mai e il problema non è il nostro figlio che sbaglia, ma semmai chi punta ingenerosamente il dito sul suo errore, è drammaticamente diffusa.
Giusto per chiarimento le cose sarebbero andate così: durante l’intervallo di Italia-Uruguay il commissario tecnico Prandelli rimprovera Balotelli di un atteggiamento non il linea con il piano tattico della partita. Balotelli reagisce in modo strafottente, fino ad indurre il compassato Prandelli ad usare espressioni colorite nei suoi confronti e non farlo rientrare in campo nel secondo tempo. Dopo la partita alcuni della vecchia guardia, Buffon e De Rossi in particolare, faranno notare che qualcosa non è andato come doveva nello spogliatoio senza fare riferimenti espliciti. La vicenda sarà chiosata da Balotelli che in un tweet si dichiarerà vittima dei compagni che “l’hanno scaricato”, non si capisce bene se per le dichiarazioni post-partita o per avere preso le difese di Prandelli durante il confrontro tra i due.
C’è poi anche da dire che Balotelli ha una serie di caratteristiche che ne facilitano l’elevazione a vittima: ha la pelle nera e ha un carattere difficile, carattere che gli attrae facilmente antipatie, che l’ignoranza imperante negli stadi spesso convoglia su simbologie ed espressioni di discriminazione razziale. E poi lui usa bene queste sue caratteristiche per comunicare credibilmente il suo status di vittima. Una vera manna per i papà e mamma calcistici pronti a scendere in campo per difendere il loro cocco. “Poverino - dicono - chissà quanto deve essere difficile crescere nero in Italia e ancor più nel calcio, in un ambiente che frequentemente ti discrimina”. E’ vero, non deve essere facile, ma ci sono anche lati positivi nel crescere coccolato da una famiglia benestante del bresciano, anche se nero nella razzista Italia. Forse è più difficile crescere nero in una baraccopoli di Monrovia, come capitò ad un altro famoso attaccante del Milan, George Weah. Forse un’esperienza di vita diversa ti abitua a pensare che gli sbagli si pagano e chiedere scusa dopo spesso è inutile.
Vorrei essere chiaro: tecnicamente le colpe dell’eliminazione dell’Italia non sono certamente solo di Balotelli. C’è un generale livello medio molto basso della squadra e soprattutto una carenza di nuove leve, che solo la spropositata longevità di alcuni senatori sta mascherando (ma non abbastanza). Non sono nemmeno certo che Prandelli abbia azzeccato tutte le scelte, anche se è sempre difficile giudicare l’operato di un tecnico senza conoscere tutte le coordinate che stanno dietro al suo lavoro. Ci sono poi anche fattori esterni, come gli orari di gioco assurdi, che hanno esposto i giocatori a condizioni di temperatura ed umidità estremi, o come il livello imbarazzante di alcuni arbitraggi (non parlo solo del messicano Rodriguez Moreno, arbitro di Italia-Uruguay, ma anche di altri personaggi quali il giapponese Nishimira o il colombiano Roldan). Blatter si è finalmente convinto ad utilizzare il mezzo tecnico anche per dirimere situazioni difficili, ma in questo mondiale si sono visti errori che sarebbero da considerarsi gravi per un arbitro di prima divisione e che non possono avere cittadinanza nella fase finale di un mondiale.
chinaglia-valcareggi.jpgQuindi non tutte le colpe sono di Balotelli, certo, ma chi parla di persecuzione forse non ha mai seguito prima il mondo pallonaro. E’ normale che il giocatore su cui si appuntano le maggiori attese sia poi quello più criticato in caso di sconfitta, anche quando si comporta in modo irreprensibile. Ve le ricordate le violente polemiche su Baggio dopo la finale del ‘94 o quelle su Rossi dopo la prima fase dei mondiali dell’82 (che poi vincemmo insperatamente)? E’ altrettanto normale che un giocatore che in una circostanza così importante crei evidenti tensioni nell’ambiente venga messo all’indice. Quando Chinaglia, nella prima partita dei mondiali del ‘74, mandò a quel paese platealmente il CT Valcareggi che lo aveva sostituito molti chiesero alla Federazione di rimandarlo subito a casa.
Insomma, non siamo di fronte alla persecuzione verso un giovane o verso un esponente di una minoranza etnica, siamo di fronte solo ad uno dei tanti bimbi mai cresciuti che appagano le ansie di tanti genitori iperprotettivi tra i quali anche qualche giornalista.

28 Giugno 2014

Non ci sono ancora commenti ma sicuramente tu avrai qualcosa da dire...

Dì la tua

terremoto centro Italia

Ultimi interventi

Archivi

Categorie

Pagine varie

I miei posti preferiti

I miei blog preferiti

Feed su RSS

Meta

Technorati

FB NetworkedBlogs