La solita vecchia Francia

rn6la_croisee450.jpgLa Francia è un paese che io trovo molto bello. Intanto è bello esteticamente, sono belli i colori della campagna, sono belle le strade alberate che si arrampicano su e giù per le colline come sulle gobbe di un cammello, sono belli i film francesi (sì, alcuni sono noiosi ma anche molti film americani lo sono, almeno per me), è bella Parigi, sono belle le cittadine della Francia così garbatamente sofisticate, sono belli i tanti castelli che punteggiano la Francia, è bello vedere un francese andarsene a casa in bicicletta con la baguette sotto braccio. La Francia piace e piace anche, se non soprattutto, ai francesi. Sarà per quello che sono così sciovinisti, come spesso si usa dire. Il pericolo che corri quando una cosa ti piace molto è che nasca in te l’ossessione che quella cosa possa cambiare, e che se cambia cambierà sicuramente in peggio e non ti piacerà più come prima. Forse per questo ho l’impressione, tutte le volte che vado in Francia, che il problema di questo paese sia di voler rimanere sempre quello, anche se gli anni e i secoli passano e il resto del mondo si trasforma.
I miei contatti recenti con la Francia sono stati rappresentati da un paio di brevi vacanze fattevi di recente. La prima durante il ponte tra Pasqua e la Liberazione, la seconda nel ponte del 2 Giugno.
Nella prima occasione ci trovavamo in Liguria e avevamo deciso di farci un giro in giornata a Cannes. Partiti al mattino imboccavamo l’autostrada ad Arma di Taggia per uscire poi direttamente a Cannes. Era da un po’ di tempo che non facevo un tragitto così lungo sulle autostrade francesi ma non ricordavo fossero così care: 7,30 Euro per i 57 chilometri dal confine a Cannes mi sono parsi parecchi. Usciti dall’autostrada a Cannes pensavamo di essere quasi arrivati, ma ci sbagliavamo di grosso. Per arrivare dall’uscita dell’autostrada fino a parcheggiare a Cannes ci sarebbe voluto infatti ancora quasi un’ora, a causa di un traffico ultracongestionato, peggiorato da un numero di semafori francamente eccessivo. Era una splendida giornata e dopo un giro in città e un po’ di sole sulla Croisette, iniziavamo a cercare un posto per il pranzo, magari un po’ lontano dai luoghi più ambìti e costosi. Ci fermavamo quindi in un locale di nome Grillhouse un po’ fuori dal centro, attratti da un menu turistico piuttosto conveniente. Io e mia moglie decidevamo di dividerci il menu turistico aggiungendovi un piatto di pasta per nostra figlia. Il nostro francese non è dei migliori e potremmo non esserci spiegati, ma indicavamo chiaramente con il dito sulla carta la pagina del menu turistico e i piatti che ci venivano serviti rispecchiavano perfettamente quanto da noi ordinato. La sorpresa era sul conto, nel quale, come si fossero dimenticati dell’offerta, ci addebitavano i singoli piatti come se li avessimo ordinati “a la carte”. Alle nostre lamentele la cameriara convocava dal retrobottega una signora, evidentemente la proprietaria, dai tratti francesi, che però parlava un buon italiano. La signora provava a spiegarci che il menu turistico era una promozione che loro facevano solo per i turisti, noi ribattevamo ovviamente qualificandoci appunto come turisti. Lei incassava infastidita, ma insisteva sul fatto che comunque “avremmo dovuto negoziare prima il prezzo”. Ci guardavamo basiti: in nessun posto del mondo mi era mai capitato che qualcuno sostenesse che i prezzi scritti sul menu fossero “da negoziare”. A questa frase, se fossimo stati in Italia, avremmo chiamato la polizia, essendo in paese straniero abbiamo preferito piegarci alla truffa e pagare la diecina di euro di differenza estorta. E’ chiaro che non torneremo presto né al Grillhouse né tantomeno a Cannes.
cathedrale_saint-francois_de_sales_de_chambery.JPGPer quanto riguarda la seconda vacanza francese abbiamo trascorso in Savoia il recente weekend lungo, conclusosi con la festa della Repubblica. Anche qui il quadro non è stato esaltante. Abbiamo visitato Chambery, cittadina splendida architettonicamente ma socialmente depressa. Non è consueto nemmeno nella meno sociale delle nostre cittadine di provincia non vedere un’anima viva circolante per il centro città in un Sabato e una Domenica sera di inizio Giugno. Nè è consueto che i negozi (tutti tranne supermercati e tabaccai) rimangano chiusi dal Sabato al Lunedì compresi. Tra l’altro la Domenica sera è stato molto arduo trovare un ristorante aperto: l’unico trovato è stato tale Le Sporting, posto consigliato dalle guide per la fonduta, ma in realtà sporco, con cibi e vini di scarsissima qualità e pessimo servizio, per di più non certo economico. Tra l’altro è curioso che un posto così scadente sia posizionato proprio nella centralissima Place Metropole su cui si affaccia la cattedrale. L’esperienza in termini di ristoranti non è stata dappertutto così negativa (anzi, abbiamo altrove mangiato anche molto bene) ma quello che hanno avuto in comune i quattro posti in cui abbiamo mangiato è stato l’assenza di menu in lingue che non fossero il francese (tranne un caso in cui abbiamo trovato un menu in inglese), così come la ritrosia, nella maggior parte dei posti visitati, a spiegare le portate ai non profondi conoscitori dell’idioma locale.
La chiusura della permanenza in Savoia è stata però la parte ancor più significatica. Un attimo dopo aver pagato il conto non economico dell’hotel dove avevamo soggiornato, mi rendevo infatti conto di non aver la moneta per pagare il parcheggio a pagamento e chiedevo alla receptionist, che mi aveva appena restituito la carta di credito, se poteva cambiarmi un biglietto da 10 euro in moneta. Quella mi guardava come fossi un mendicante e mi faceva un sorriso scuotendo le spalle. Rimanevo basito. Ripetevo la richiesta pensando che non l’avesse capita e lei ripeteva la risposta, confermandomi che aveva proprio capito bene. Sarebbe bastata un’occhiata nella cassa per darmi l’impressione che almeno facesse un minimo sforzo, per cercare di aiutarmi. Neanche quello… Riuscivo poi a cambiare la banconota dal kebabbaro a fianco.
Sembrerebbe però che cambiare banconote sia proprio uno sforzo titanico per i francesi. Allorché infatti, privo ormai del biglietto da 10, ero costretto al casello dell’autostrada a pagare con un biglietto da 50 il pedaggio di 12 Euro, la casellante mi rimproverava aspramente, neanche le avessi proposto il baratto come forma di pagamento.
Era con estremo sollievo che varcavamo il confine per fermarci ad Oulx a mangiare una pizza, prima di affrontare l’ultima tappa del ritorno a casa. Capitavamo a caso in una pizzeria di nome Locus gestita da due signori, fratello e sorella, di provenienza maghrebina. La pizza era buona, benché non da applausi, ma tale e tanta era la cordialità e la calda accoglienza che ci faceva piacere essere tornati ad assaporare cosa significa capitare in un posto dove i turisti sono considerati clienti da guadagnarsi e non sgraditi seccatori da allontanarsi subito, prima che inquinino il luogo. Tornavamo a casa non certo ansiosi di calcare di nuovo il suolo francese.
Non so dire se la nostra esperienza sia statisticamente significativa per trarne qualche conclusione sui mali dei cugini d’oltralpe. Tuttavia confermo che è forte in me l’impressione che in una parte forse significativa della Francia manchi la capacità di capire che il mondo è cambiato. E’ cambiato perché il turista di oggi non si accontenta di sfamarsi ma vuole mangiare bene, è cambiato perché in molti paesi i negozi sono aperti giorno e notte, è cambiato perché ovunque nel mondo si riesce a farsi capire pur non parlando nella lingua del posto, è cambiato perché ovunque si è capito che una buona accoglienza è fonte di ricchezza per una regione e la si pretende dai propri concittadini, è cambiato semplicemente perché i confini nazionali non esistono più, anche se qualcuno si ostina a chiudersi in un paranoico negazionismo, e difendere aprioristicamente le proprie abitudini consolidate non vuol dire più imporre orgogliosamente la propria identità, ma più che altro votarsi alla sconfitta e al declino, declino di fronte al quale orgoglio e sciovinismo acquisiscono un che di patetico.
Se confronto la Torino di oggi con quella di venti anni fa, mi pare non siano nemmeno nella stessa città. Se invece confronto la Francia di oggi con quella di vent’anni fa le uniche differenze le riscontro nei tratti somatici di molti suoi abitanti.
Ecco, se confronto le mia esperienze francesi con la realtà italiana che conosco ne concludo che noi italiani, che dei francesi non abbiamo la serietà, l’etica, la dignità, né la capacità organizzativa, forse non siamo meno bravi di loro ad adattarci ai cambiamenti che la storia ci impone, anzi forse lo siamo anche di più. Credo sia tempo di provare a far leva su questa nostra presunta qualità.

17 Giugno 2014

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