Guai ai vincitori

trapattoni_platini_poster.jpgSono passati trent’anni da quando, nel Maggio 1984, la Juventus di Michel Platini e Giovanni Trapattoni si laureava campione raggiungendo il ventunesimo scudetto (allora non c’erano ancora diverse scuole di pensiero sul numero esatto) della storia bianconera, dopo una prolungata sfida con la Roma. In quella stessa stagione le due squadre avevano entrambe raggiunto la finale nelle competizioni europee a cui avevano rispettivamente partecipato. La Juventus aveva vinto la sua conquistando l’unica Coppa delle Coppe della sua storia, mentre la Roma era stata superata in casa propria dal Liverpool, nel modo più beffardo: ovvero dopo i calci di rigore. Era un calcio italiano reduce da anni bui per le squadre di club, quelli dell’”autarchia”, ovvero la proibizione di acquistare giocatori stranieri, provvedimento che fu preso dopo la disfatta ai mondiali del 1966 e che resistette fino al 1980. Se la cosa aveva giovato alla Nazionale, capace di giungere seconda ai mondiali del 1970, quarta a quelli del 1978 e vincere quelli dell’1982, non aveva certo giovato alle squadre di club che erano riuscite una sola volta, con la Juventus nella Coppa UEFA del 1977, a vincere una competizione europea giocando senza stranieri. In pochi anni però il ritorno degli stranieri aveva riproiettato anche i club italiani in vetta all’Europa calcistica, d’altra parte tutti i massimi protagonisti dei mondiali del 1982 giocavano già o giunsero in Italia negli anni successivi: Falcao, Platini, Boniek, Rummenigge, Briegel, Zico, Maradona. Iniziò così un ciclo straordinario per le nostre squadre. Tra la finale persa ad Atene dalla Juve nel 1983 e quella vinta a Madrid dall’Inter ventisette anni dopo, l’Italia darà ben diciassette finaliste alla massima manifestazione europea per club (che nel frattempo aveva cambiato nome da Coppa dei Campioni a Champions League), oltre che quattordici finaliste alla Coppa UEFA (rinominata poi Europa League) e sei finaliste alla scomparsa Coppa delle Coppe.
Sono passati trent’anni e anche oggi siamo qui a commentare un Campionato in cui la Roma ha inseguito vanamente la Juventus. Purtroppo nel frattempo quel ciclo è finito: per il quarto anno consecutivo le nostre squadre non hanno nemmeno raggiunto la semifinale di Champions (non succedeva dal 1977) e ci dobbiamo accontentare della semifinale raggiunta quest’anno dalla Juve in Europa League, trofeo nel quale non abbiamo mai raggiunto nemmeno la finale.
E’ chiaro che in un momento così buio cedere ai trionfalismi può suonare eccessivo; è chiaro che il fatto che la Juventus domini oggi il calcio italiano ha molto a che fare con il livello medio molto basso dello stesso; è altrettanto però incomprensibile e ingiustificabile dal mio punto di vista il modo in cui il calcio italiano ha accolto l’impresa che la Juve ha compiuto superando la storica soglia dei 100 punti e lasciando indietro i secondi di ben 17 lunghezze. La Juventus ha dovuto far fronte, con un organico non sterminato, ad un Campionato infinito come è quello a 20 squadre ed ad una competizione altrettanto lunga e impegnativa com’è l’Europa League e forse, non fosse stato per Giove Pluvio, che ha pensato bene di rendere scivolosa la trincea eretta allo Stadium dal Benfica, sarebbe forse arrivato anche questo trofeo. E il bello è che la Juve non l’ha fatto facendo spese da nababbo, ma comprando Llorente a parametro zero e spendendo per Tevez poco di più di quanto incassato cedendo Giaccherini. D’altronde nella sua storia, se non andiamo indietro ai tempi delle pazzie fatte per Tardelli e per Vialli, la Juventus ha raramente fatto spese pazze e forse anche per questo di rado è riuscita a vincere due trofei nello stesso anno.
foto10.jpgEppure ancora nelle ultime settimane le polemiche contro la Juventus sono infuriate, giungendo al paradosso della folle bufera mediatica circa la convocazione di Chiellini per i mondiali, osteggiata da parte dell’opinione pubblica per la presunta gomitata a Pjanic in un un impeto autolesionistico memorabile. Quando un giudice sportivo sente su di sé una tale pressione da indurlo a prendere un provvedimento che poi il Commissario Tecnico della Nazionale si trova a dover sbugiardare qualcosa che non va c’è. Eppure nella stagione non ci sono stati episodi arbitrali particolarmente ecclatanti, come successo magari in altri anni, né altro genere di polemiche particolarmente accese, tali da giustificare questo livello di aggressività mediatica che invece per tutto l’anno ha investito il calcio italiano e la Juventus in particolare. Ancora oggi a Roma c’è chi è convinto nonostante tutto che la Roma fosse la più forte e quando gli arbitri non hanno fornito alibi sufficienti si sono invocate misteriose cause sistemiche per giustificare le proprie sconfitte. Certo, la brutta abitudine di attribuire a cause esterne le proprie sconfitte è abbastanza diffusa. Anche il Torino ha pianto miserie a lungo per presunte persecuzioni arbitrali, prima di vedersi offrire su un piatto d’argento l’Europa League ben due volte, prima con un rigore dubbio concesso a Firenze all’ultimo secondo della decisiva ultima giornata dal tanto bistrattato Rizzoli (sbagliato da Cerci) e poi da una sentenza che ha penalizzato il Parma. Nemmeno poi l’Inter è sfuggita alla tentazione di attribuire a cause esterne la sua infelice annata.
Qui però si è andati spesso oltre alla mera recriminazione arbitrale, arrivando a negare quel rispetto dell’avversario che è regola alla base di ogni competizione sportiva. Ho visto recentemente la finale di Europa League allo Stadium ed ero posizionato nella parte più esterna della Curva Nord, in una zona di confine tra i sostenitori del Siviglia e quelli del Benfica. Ho assistito ad un tifo entusiasta, rumoroso e caldissimo, con tutta la partecipazione emotiva che anche da noi c’è alla partita di calcio. Però non ho visto gesti antipatici, non ho sentito insulti né fischi rivolti agli avversari (giocatori o tifosi che fossero), anzi calorosi applausi reciproci al momento della premiazione. Ho visto una consapevolezza di quello che una competizione sportiva è nella sua essenza, che da noi pare sparito. E’ come se il tifo ultrà, con l’enorme potere che ha acquisito, come testimoniato dai fatti della finale di Coppa Italia, avesse contagiato con il suo modo di vivere il calcio tutto il sistema.
Dovremmo riprendere la consapevolezza che quando parliamo di calcio stiamo parlando di un gioco, bello, divertente, appassionante, ma appunto un gioco. Attribuire al gioco una simbologia che ne faccia un punto di spartiacque tra bene e male, buoni e cattivi, giusti e ingiusti è sciocco e puerile. Altrettanto sciocco e puerile è cedere alla tentazione di attribuire ogni esito che non ci garba ad un oscuro complotto, per giunta quando ogni evidenza dice il contrario. L’uno e l’altro atteggiamento ci portano poi a rintracciare in una sconfitta un oscuro disegno attraverso il quale il male ha sconfitto il bene e quindi non riconoscervi alcuna legittimità. Ogni tanto noi tifosi ci cadiamo un po’ tutti, per carità, ma giova riconoscerlo e farci sopra una buona dose di autocritica.
Guai ai vinti“, diceva Brenno sprezzante ai romani sconfitti. Guai ai vincitori è quello che spesso purtroppo risuona nei discorsi di casa nostra sul calcio e su altro, e questo anche di fronte alla vittoria più netta e indiscutibile. Il campionato spagnolo è stato deciso all’ultima giornata dalla sfida tra le prime due, Atletico Madrid e Barcelona, in casa di quest’ultima. Un lungo applauso del pubblico catalano ha salutato a fine gara i madrileni, laureatisi campioni. Succederà mai anche in Italia?

5 Giugno 2014

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