Calma, l’Europa è ancora viva…

ue-vs-stati.jpgErano gli speranzosi anni novanta quando un amico mi raccontò di aver visto l’esibizione di un gruppo musicale esperantista di provenienza scandinava, al termine del quale i componenti della band avevano bruciato la bandiera dell’Unione Europea. Quel mio amico commentava con sbigottimento quella circostanza, nella convinta ma, capisco adesso, ingenua visione dell’Europa come di qualcosa di oggettivamente positivo che pure permeava l’opinione pubblica italiana in quegli anni. Nella realtà ci sono poche cose oggettivamente positive, forse nessuna, e sicuramente l’Unione Europea non è comunque tra queste. Il processo di unificazione politica dell’Europa non è stato e non sarà, se procederà, indolore, almeno non lo sarà per alcuni, forse per molti. L’idea che chi decide per noi non stia a Torino, né a Roma, ma a Bruxelles, non parli in piemontese, né in italiano, ma in francese o in inglese, non per tutti è così facile da accettare, anche se lo eleggiamo comunque noi. L’idea che il nostro destino lo dobbiamo condividere con tedeschi, francesi, portoghesi e lettoni spaventa popoli che per secoli si sono abituati a considerare chi ha lingua, religione o costumi diversi dai propri, come una mortale minaccia. Non è così facile da capire che è più importante poter eleggere il Presidente dell’Unione Europea che il Presidente della Repubblica Italiana, perché il primo può avere molto più potere contrattuale del secondo. Non è scontato che la scomparsa dei confini piaccia a tutti e che per tutti i vantaggi che ciò porta possano oscurare i rischi o gli svantaggi. Eppure quello sbigottimento mio e del mio amico, che risale agli anni novanta, sopravvive ancora oggi e rende molti di noi ancora più sbigottiti di fronte ai voti raccolti da chi considera l’Unione Europea come il peggiore dei mali. E’ uno sbigottimento che declina facilmente verso la preoccupazione, l’angoscia, quasi già la nostalgia verso un sogno europeo che pare già poter svanire. E’ un po’ come quando, di fronte ad un crimine efferato descritto dal telegiornale ci sembra possa da un momento all’altro capitare anche a noi.
Non dobbiamo dimenticarci che la Federazione Europea, gli Stati d’Uniti d’Europa, l’Unione Politica o come lo vogliamo chiamare sarebbe una tappa storica, il completamento di un processo straordinario che porterebbe popoli che per millenni hanno passato il tempo a farsi le guerre in un’unica grande comunità politico-sociale. Non c’è nella storia un processo di importanza paragonabile a questo, altrettanto fondamentale nell’evoluzione dell’umanità, che sia giunto a completamento come una passeggiata di salute, senza inciampi o addirittura passi indietro. Per questo concludo che sia ingenuo meravigliarsi e preoccuparsi più del necessario delle vittorie qua e là ottenuta dagli anti-europeisti.
Ridiamo ai risultati la loro reale dimensione. Stiamo parlando della Francia, dove il Fronte Nationale, unico partito contrario all’UE, è arrivato al 26%. Stiamo parlando della Gran Bretagna, paese storicamente euroscettico, dove il partito per l’indipendenza ha raggiunto il 27%, che unito al 23% dei conservatori (certamente tutt’altro che euroentusiasti) arriva quasi al 50%. Stiamo parlando della Danimarca dove il partito di estrema destra Partito Popolare Danese è arrivato al 26% (e c’è anche da considerare un 8% del partito anti-UE). Stiamo parlando di Alba Dorata che ha raggiunto in Grecia il 9% in lieve crescita rispetto alle elezioni parlamentari dell’anno scorso. Stiamo parlando dell’Ungheria dove il partito Jobbik è al 14%, in calo però rispetto alle ultime elezioni parlamentari. Stiamo parlando dell’Austria dove il partito di estrema destra FPO ha ottenuto il 19% anche qui in calo rispetto alle ultime elezioni parlamentari. Non c’è molto altro di significativo negli altri 22 paesi dell’Unione, se non il fatto che il partito antieuropeista olandese Partito della Libertà (capostipite dei partiti antieuropei) ha subito una discreta débâcle. Secondo la tabella pubblicata da l’Economist i movimenti antieuropeisti (tra cui viene incluso anche il M5S) contano un totale di 108 seggi, circa la metà dei deputati del PPE e un sesto del totale. Un po’ poco per pensare, come tuona già qualcuno, che questo sia l’inizio del processo di dissoluzione dell’Unione. In Italia abbiamo avuto un partito come la Lega, che nel suo nucleo programmatico ha sempre conservato l’obiettivo della scissione del Nord dal resto del Paese. Eppure, pur essendo stata a lungo al governo del paese, detenendo a lungo il Ministero degli Interni, pur avendo avuto a lungo percentuali oltre il 50% in alcune aree del paese, pur avendo avuto, ancora fino a ieri, tre suoi uomini a capo di tre delle regioni più importanti del nostro paese, a fare la scissione non ci ha mai nemmeno provato.
C’è però il rischio che le cose qui vadano diversamente, che questo risultato elettorale sia davvero l’inizio della fine? Forse sì, se chi sta dall’altra parte non saprà cogliere la lezione che queste elezioni ci impartiscono, che è quella che stare fermo è l’unico errore, che i guai del nostro continente nascono dallo sciagurato opporsi a quel primo scheletro di riforma dell’Unione che si chiamava Costituzione Europea che era in realtà solo un primo passetto verso un’unione politica ma che fu lo stesso impallinata dai cittadini di Francia e Olanda. Se chi sta dall’altra parte si dividerà in ordine sparso tra PSE, PPE, ALDE, GUE, eccetera, senza convergere verso una riforma in senso più democratico e più federale dell’Unione darà ragione a chi trova che l’attuale UE non rispetti la sovranità dei cittadini, sia schiava di poteri altri rispetto a quello che viene dall’elettorato, sia un’Europa delle banche e non dei cittadini e allora il rischio che quel poco di Europa che abbiamo oggi sparisca esiste. David Cameron - World Economic Forum Annual Meeting Davos 2010Il vero ostacolo per me non sono i Le Pen, i Farage, i Wilders. Il vero ostacolo è rappresentato da quei politici navigati, tipo Cameron, che nella sua bulimia da potere, chiede già che siano restituite competenze agli stati nazionali. Se però qualcuno ha dei dubbi sul fatto che per “stati” lui intenda i cittadini o non piuttosto i governi (cioè sé stesso), lo stesso Cameron toglie ogni dubbio schierandosi in prima linea tra quanti chiedono a gran voce che sia fatta carta straccia del voto dei cittadini europei che hanno scelto (anche se non tutti lo sapevano) il PPE e quindi il suo candidato Juncker e che al governo dell’UE sia invece posto un uomo deciso nelle oscure sale di Bruxelles. Sono quelli come Cameron il vero ostacolo, perché rappresentano quelle elite politiche nazionali che hanno fatto per decenni melina sul progetto unitario, nella convinzione che la situazione ibrida di un’Europa unita ma debole fosse un ottimo modo per conservare il proprio potere e parallelamente trovare sempre un capro espiatorio ai propri sbagli.
Ma proprio perché il problema è sempre lo stesso non credo proprio sia il momento di dar per morto il progetto europeo che invece è ancora vivo e vegeto e l’opinione pubblica italiana, soprattutto quella giovane, non pare affatto contraria ad un progetto unitario. Visto che Renzi spesso blatera di Stati Uniti d’Europa e che in queste ore i suoi lo indicano come la voce finalmente autorevole del nostro Paese, è il momento di dimostrare che davvero con lui l’Italia sa proporre, se non imporre, l’agenda a Germania e Francia e di mettere quindi a piano una riforma in questo senso dell’Unione, a costo (ma poi è un costo così grande?) di procedere in ordine sparso e di lasciare indietro chi preferisca ritirarsi dietro i propri confini nazionali.

29 Maggio 2014

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