Svolte autoritarie e appellismo

costituzione2.jpgE’ giunto per me il momento di fare un’ammissione. Il mio è l’outing di uno dei tanti (almeno così credo), che per anni hanno guardato con soddisfazione agli appelli di intellettuali e meno intellettuali che invocavano il rischio di autoritarismo, di fronte alle leggi berlusconiane. In fondo mi compiacevo del fatto che tante firme autorevoli si scagliassero contro qualcosa che neanche a me piaceva. Se devo esser però sincero neanche allora in una legge ad personam o in una pessima riforma istituzionale rintracciavo tutti questi rischi di autoritarismo, semmai di improprio uso della macchina pubblica, di ulteriore peggioramento del funzionamento già lacunoso delle nostre istituzioni, di perdita di ogni credibilità da parte della classe politica, ma di autoritarismo proprio di rado. A mio modo vedere l’autoritarismo strisciante che in Italia c’è stato e in parte c’è ancora è quello legato alla concentrazione dei media televisivi in poche mani, una concentrazione di potere che ha garantito per anni una pseudodittatura o comunque una democrazia assai indebolita; ma gli appelli per la legge contro il conflitto di interesse non sono mai stati il piatto forte dell’appellismo. Se penso alla riforma costituzionale leghista-berlusconiana, respinta dal voto popolare nel 2006, penso ad una brutta, confusa ed informe riforma, non alla svolta autoritaria. C’erano sì delle aperture nella direzione di un maggiore potere dell’esecutivo, ma che alla fine ci avrebbero consegnato un ordinamento non dissimile da quello di democrazie di ragguardevole pedigree.
Evidentemente però allora non mi sentivo così portato a criticare chi in fondo stava dalla mia stessa parte. Forse ho fatto male, abbiamo fatto male tutti, forse era meglio dire allora che le riforme, costituzionali e non, di Berlusconi erano semplicemente fatte apposta per rendere ancora più sclerotizzata quella classe politica, la cui sclerosi permetteva di perpetuare quel non ricambio istituzionale che garantiva ad un ceto politico inguardabile di mantenersi in sella. Forse mantenere in esercizio il senso critico fa bene comunque alla salute. In ogni caso, a forza di non dirlo, forse qualcuno ha pensato che bastasse buttar lì un generico appello, pur scritto male e con motivazioni approssimative, per raccogliere plausi e popolarità. Tra i firmatari dell’appello con cui si bolla come autoritaria la riforma che ridimensiona il Senato ci sono persone di cui ho grande stima, eppure lo trovo davvero illeggibile. Per carità, parte della classe politica e il ministro Boschi in particolare, hanno replicato con argomentazioni altrettanto superficiali e irricevibili, ma rimane la pochezza del contenuto di quell’appello.
Partiamo col dire che l’appello inizia sottolineando che il Parlamento attuale è delegittimato, il che è già tutto da dimostrare, stante soprattutto il fatto che ciò sembra fare i pugni con quanto la Consulta stessa aggiunge alla sentenza con cui definisce incostituzionale il Porcellum: “le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare.” e ancora: “La decisione che si assume […], pertanto, non tocca in alcun modo gli atti posti in essere in conseguenza di quanto stabilito durante il vigore delle norme annullate, compresi gli esiti delle elezioni svoltesi e gli atti adottati dal Parlamento eletto”. Da profano mi pare si dica che il Parlamento è perfettamente legittimato ad operare come la Costituzione prevede e trovo semmai pericoloso, dal punto di vista della stabilità delle nostre istituzioni, definire la principale fonte della democrazia delegittimata quando non lo è.
L’appello passa poi a parlare di monocameralismo come del peggiore dei mali e anche qui bisognerebbe ricordarsi che molte tra le più stimate democrazie del mondo sono monocamerali (Svezia, Finlandia, Danimarca, in un certo senso anche il Regno Unito) e in altre altrettanto stimate democrazia la camera alta è eletta indirettamente da entità locali come nella riforma in discussione.
Si parla poi di “semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo” che immagino corrisponda alla cosiddetta “abolizione delle province”. Visto che l’abolizione delle province corrisponde in realtà allo spostamento delle competenze sui Comuni (o meglio su assemblee costituite dai sindaci dei Comuni) varrebbe la pena di ricordare che anche i Comuni sono entità elette democraticamente. L’idea che le province ci garantissero dall’autoritarismo mi pare quantomeno curiosa, o quantomeno da argomentare meglio. Semmai ci si potrebbe chiedere quali rischi a livello di gestione amministrativa si nascondano dietro alla perdita (o al ridimensionamento) di un livello intermedio: è chiaro che pensare che il livello sottostante ad un Presidente di regione che governa magari milioni di cittadini possa essere, in teoria, il sindaco di un paese di poche anime lascia certamente da pensare. Ma, di nuovo, stiamo parlando magari di una brutta riforma, non di autoritarismo.
Perché allora brandire l’autoritarismo? Intanto perché fa audience, perché come il decisionismo anche l’anti-autoritarismo è diventato uno spot, un elemento chiave dal punto di vista comunicativo, riconoscibile, comprensibile, che ha il suo pubblico. E poi perché mette tutti d’accordo, quanti non firmerebbero contro il rischio di autoritarismo? Se argomentassimo nel merito, sulla effettiva qualità della riforma, riusciremmo poi ad allineare le firme di Zagrebelsky, Rodotà, Spinelli, Gallino a quelle di Grillo e Casaleggio? In sostanza è una forma di marketing quello che porta appelli come questo a trasformarsi in una vuota enunciazione di princìpi generali, senza chiarire il come e il perché quei princìpi rischino di essere violati.
Lo so anch’io che non è per colpa dei “professori” se questo paese è immobile da trent’anni, e non parteciperò all’assalto antiintellettualista di questi giorni, anche perché ci sono poche cose che mi infastidiscono di più dell’antiintellettualismo. Però sarebbe utile chiedersi quanto di quell’aderire acriticamente ad appelli raffazzonati e ultraecumenici sia specchio soprattutto della nostra paura di ogni genere di cambiamento nelle istituzioni, che poi è parente stretta della paura del cambiamento di chi le gestisce, paura che ci ha alla fine consegnato all’infausto destino di tenerci per decenni le stesse facce impresentabili al governo, e queste sì che hanno la responsabilità diretta (e quindi noi cittadini indiretta) nell’immobilismo del nostro paese.

11 Aprile 2014

Un solo commento. a 'Svolte autoritarie e appellismo'

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  1. andrea afferma:

    Si, ma…quelle che hai citato sono persone di un profilo così alto (grillini a parte, s’intende) che la tentazione di dargli retta è fortissima.

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