Uno vale l’altro

‘E poi ti dicono “Tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera”. Ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera’. scacchi-e-tarocchi.jpegQuesta frase di Francesco De Gregori, inserita nel testo di “La storia“, è forse il frammento di testo di una canzone che mi sono trovato a ripetere più volte in vita mia, parlando di politica. Sono passati ventotto anni da quando il cantautore romano le ha scritte, probabilmente non ci crede neanche più lui, però la mia esperienza personale mi dice che non esistono due persone, due gruppi, due organizzazioni uguali sulla faccia della terra. Ciononostante, ancora oggi l’idea che “uno vale l’altro” è una delle analisi più diffuse non solo della politica, ma della società tutta.
Era il ‘92, Mani Pulite imperversava e molti dal parrucchiere cercavano di spiegarmi che “tanto rubano tutti“, anche quelli che la magistratura non riesce a “beccare“. E io mi affannavo a distinguere ladri da ladri, partiti coinvolti e meno coinvolti. Poi arrivò Berlusconi e io mi misi a parlare con i compagni di viaggio in treno, dicendo che Berlusconi non andava bene qui, che Berlusconi non andava bene là e tutti a dirmi che “tanto uno valeva l’altro” almeno lui “aveva tanti soldi e quindi non aveva bisogno di rubare“. Poi passarono gli anni, e Berlusconi continuava a governare e io spiegavo al tizio che beveva il caffé al bar accanto a me che non si poteva andare avanti così, che ci voleva il ricambio, che non si poteva rivotare gli stessi e mi sentivo ancora dire che “tanto non sarebbe cambiato nulla, perché anche loro non sono meglio…“. Ma io non mi rassegnavo e quando Berlusconi imboccò la sua china discendente rieccomi a dire alla cassiera del supermercato che chi era stato all’opposizione poteva finalmente far svoltare il paese, ed ecco spuntare i grillini a dirmi che chi era stato all’opposizione aveva le stesse responsabilità di chi era stato all’opposizione, che PD=PDL e quanto altro. Quando poi il M5S è andato in Parlamento ecco spuntare i forconi a raccontarmi che i politici sono tutti uguali (compresi i grillini) e che non ci si deve fidare e che, abbattutti i politici, bisogna affidare il paese alla polizia o, in alternativa, ai pompieri.
Alla fine di questo percorso esistenziale mi chiedo perché siamo sempre vittime di quelli del “Tanto sono tutti uguali“. Forse perché è più comodo, è più facile, non richiede grande sforzo. L’”uno vale l’altro” ti tranquillizza quando le cose vanno bene e dà libero sfogo alla tua rabbia quando le cose vanno male. Nei periodi di vacche grasse basta dire a sé stessi: “Uno vale l’altro” per sentirsi sollevato dall’onere della scelta, nei periodi cupi “Sono tutti uguali” ti permette di dirigere la tua rabbia contro il primo che passa, senza che troppi distinguo annacquino la tua furia.
mandiamoli-a-casa-tutti.jpgE noi che “Non sono tutti uguali” che possiamo fare? Solitamente ci sono due linee di tendenza, ben evidenti anche in questi giorni di protesta forconista. La prima è quella snob che dice “Poveri scemi! Non capiscono nulla.“, spesso condita di un pò di autofobia: “Siamo un paese di m…“, come se invece l’elettore francese che vota Le Pen lo facesse al termine di un percorso di fine analisi sociopolitica. Oppure c’è la linea del dialogo, quella che invita al confronto, a capirli, ad ascoltarli, come se la sbornia di luoghi comuni che ascolti sull’autobus o leggi nei commenti su Facebook, non ti fosse ancora bastata. Delle due sicuramente la seconda è più costruttiva ma nessuna delle due ha grosse speranza di successo nel ricondurre all’ovile razionale gli adoratori dell’”Uno vale l’altro“. Temo che anche in una società molto migliore di questa ci sarà sempre una vasta massa di persone che non hanno voglia di informarsi, di sottilizzare, di costruire mattoncino su mattoncino un mondo migliore. Persone che pensano alla propria vita, ai propri interessi, alla proprio orticello, fino a che quell’orticello non esplode e quando esplode è troppo tardi per andargli a spiegare che c’è il debito pubblico, lo spread, la concorrenza dei paesi in via di sviluppo. Perché è incazzato e quando uno è incazzato non ti ascolta più e non è nemmeno molto utile ascoltarlo, con buona pace dei dialoghisti di cui sopra, come tutti quelli che sono un po’ incazzati, meglio lasciarlo stare nella speranza che la sua rabbia sbollisca senza fare troppi danni nel frattempo.
E allora forse la cosa migliore è che noi, noi che ci crediamo più costruttivi, più riflessivi, più informati, noi che siamo convinti di sapere scegliere fiore a fiore, noi che ci consideriamo la parte della società che traina tutto il resto, che lo indirizza, che fa le scelte, non aspettiamo che la gente scenda in piazza con i forconi (veri o metaforici). Dobbiamo pensarci noi, prima che la pancia si svuoti (la nostra e la loro), dobbiamo trainarla davvero questa società, senza perder tempo a discutere se i forconi siano più fascisti o più anarchici (fascismo o anarchismo sono solo due possibili reazioni alla stessa frustrazione), senza gite al mare, senza alibi e senza pigrizia. La protesta dei forconi, che appare già in fase in calante, probabilmente si sgonfierà, lasciando in chi vi ha partecipato null’altro che qualche denuncia e qualche vetro rotto, ma dovrà rimanere come monito a chi non vi ha partecipato ma che ha delle idee, ha delle convinzioni, ha una sua idea di mondo: un monito a mettere sul tavolo quelle idee, onde evitare che in futuro il livello di rabbia superi di nuovo la soglia e che questa volta i libri comincino a bruciarli davvero. Pensiamoci adesso: incolpare a posteriori quella classe politica che abbiamo consapevolmente scelto noi è un po’ da vigliacchi.

19 Dicembre 2013

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