Dire una cosa di sinistra

dalema.jpgLa celeberrima battuta di Nanni Moretti “Dì una cosa di sinistra” da anni rimbomba nelle orecchie di chi parla di politica a sinistra. Per chi non abbia dimistichezza con la cinematografia di Moretti la battuta era rivolta a D’Alema, durante il film Aprile, dal protagonista (che poi è Moretti stesso che nel film si autointerpreta), mentre stava assistendo in televisione ad un confronto con Berlusconi a Porta a Porta, alla vigilia delle elezioni del 1996. La battuta mi sembrò allora essere una sferzante satira sulla tendenza della sinistra con ambizioni di governo ad appiattirsi su posizioni centriste. La frase di Moretti e il successo che ha avuto sottolineano però anche, più o meno consapevolmente, la tendenza diffusa tra chi si riconosce nel concetto di “sinistra” (come forse in qualunque altro schieramento politico ricco dal punto di vista simbolico), di onorare una determinata liturgia lessicale.
Quando ero studente ed avevo tempo e voglia, in campagna elettorale, di farmi il giro dei comizi, ricordo di aver assistito ad un comizio di Ugo Pecchioli, a Torino in Piazza San Carlo, nel Marzo del 1992. Ricordo di esser stato stupito del lungo richiamo iniziale ai valori della Resistenza, ed alla ripetizione continua di riferimenti generici, e molto astratti, al mondo del lavoro. Comprendevo le origini partigiane di Pecchioli e la sua appartenenza ad un partito che aveva fatto dei lavoratori un bacino elettorale preferenziale, ma trovavo già allora strano quel linguaggio che sembrava attraversare ritmicamente certe parole chiave per suscitare ad arte l’emozione della piazza, parole che per me non erano così urgenti e chiare quanto lo sarebbero state rassicurazioni circa l’operato che il suo partito avrebbe adottato in termini di stato sociale, scuola, Sanità, mercato del lavoro e così via.
A distanza di ventuno anni, ancora oggi l’esigenza di stimolare l’immaginario del popolo di sinistra con alcune parole chiave resiste, o meglio resiste per una parte del popolo della sinistra. Così deve aver pensato Cuperlo affrontando la serata del confronto su Sky; o almeno lo si direbbe notando come abbia sottolineato ed enfatizzato alcune parole chiave. patrimoniale.jpgLa più roboante è stata “patrimoniale“, una di quelle parole che fa parte della tradizione della sinistra. Da quando ero bambino sento parlare di “patrimoniale”, da una parte come mantra liberatorio della politica di sinistra, dall’altra come spauracchio dal ceto medio. In effetti nell’immaginario di sinistra la patrimoniale è una sorta di esproprio proletario moderato, un riequilibrio forzoso e arbitrario della ricchezza. Nella realtà la storia delle patrimoniali in Italia non è proprio una storia di equità sociale: il prelievo forzoso del 1992 e la tassa sulla casa, in tutte le sue innumerevoli denominazioni, hanno avuto entrambe la caratteristica della non progressività (a parte alcune soglie di esenzione) ed hanno quindi penalizzato soprattutto la piccola borghesia, l’esercito dei 100 metri quadri, classe tutt’altro che insensibile al richiamo del PD ma che è stata in questi anni fortemente penalizzata dalle politiche sociali e fiscali dei diversi governi e vorrebbe interrompere questa tradizione. Quando si dice patrimoniale l’impiegato da millecinquecento euro al mese non pensa ai grandi patrimoni, non pensa alle villone, non pensa agli yacht ormeggiati a Montecarlo, ma pensa al proprio appartamento, al proprio conto in banca, ai propri risparmi investiti in Buoni del Tesoro. E allora dire patrimoniale senza mille precisazioni è un suicidio, o forse è il progetto di chi sta lì per blandire l’elettorato del “Dì una cosa di sinistra” che c’è e voterà Domenica per Cuperlo, anche se allontana il resto dell’elettorato che alle prossime elezioni potrà sancire la vittoria o la sconfitta del PD e della sua eventuale coalizione. Così mi spiego come Cuperlo sia saltato in groppa della domanda del conduttore sulla patrimoniale con un entusiasmo quasi fanciullesco, rimproverando addirittura la prudenza dei suoi rivali.
Anche la parola lavoro non è meno ambigua, se non specificata. Cosa vuol dire “puntare sul lavoro”? Meno flessibilità contrattuale? Ma così spaventiamo gli imprenditori senza rassicurare i dipendenti. Riduzioni fiscali sul lavoro dipendente? Ma per chi? Sotto quale soglia? Finanziamenti alle imprese? Con soldi presi dove? Il risultato è che l’esercito dei 100 metri quadri teme di ritrovarsi di nuovo a pagare. Eppure Cuperlo ha citato il lavoro appena ha potuto, senza bisogno di dare maggiori dettagli, come se la sola parola potesse essere taumaturgica. Insomma, anche qui il canovaccio linguistico di Cuperlo sembra fatto apposta per puntare sul nocciolo duro della sinistra e per voltare le spalle agli altri.
Intendiamoci: questo non significa che Renzi, che questo errore non fa, sia il mio modello. Il sindaco di Firenze accoglie diversamente l’obiezione di Moretti e la risolve non dicendo nulla, né di sinistra né di altro orientamento. Si spinge così all’estremo opposto rimanendo talmente nel vago, nel cerchiobottismo più sottile e metodico, da non riuscire sgradevole a nessuno, tranne che forse a chi prenda atto del vuoto spinto dei contenuti che esprime.
Chi dei tre generali democratici sembra avere il coraggio di dire cosa farebbe se diventasse lui il leader è Civati e ovviamente, forse anche per questo, destinato alla subalternità. Ad esempio è l’unico dei tre che al coraggio di dire quello che la stragrande maggioranza dell’elettorato di riferimento pensa, ovvero che la coalizione con il PdL è una brutta pagina della storia del PD, giustificabile solo con l’assenza di alternative praticabili, e che la cosa più urgente è approvare una nuove legge elettorale che consenta di sbloccare la situazione, dopodiché si vada ad elezioni e vinca il migliore. Tra l’altro è anche un ottimo modo per mettere a nudo l’ambiguità sul tema del duo Berlusconi/Grillo. Eppure è una strategia troppo lineare, che potrebbe scontentare quella parte della base che chiede stabilità, così come i parlamentari appena eletti che non sono felicissimi di rimettere in moto dopo solo un anno la macchina elettorale. Ecco quindi che si spiega la prudenza di Renzi e di Cuperlo.
Ciò detto, non mi incoraggia all’ottimismo notare come il candidato che si presenta ai miei occhi come il più credibile e solido, ovvero Civati, sia stato trattato dall’establishment come un outsider inconsistente. Questo non fa che confermare la mia orgogliosa vocazione all’essere minoranza. Certo ogni tanto diventare imprevedibilmente maggioranza non mi spiacerebbe…

6 Dicembre 2013

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