Il giornalismo che fa e disfa

Giovedì scorso su tutte le agenzie di stampa del mondo erano rimbalzate le dichiarazioni del Dalai Lama che denunciavano 140 (secondo alcune fonti) o 400 (secondo altre agenzie) persone uccise dall’esercito cinese che avrebbe sparato sulla folla Lunedì 18 scorso nella regione di Kham nel Tibet orientale. Il tutto è nato da un’intervista rilasciata dal Dalai Lama a Le Monde nella quale, in realtà, l’autorità religiosa buddista ha semplicemente risposto ad una domanda in cui gli si chiedeva di confermare una notizia simile circolata in ambienti a lui vicini. Il Dalai Lama avrebbe risposto confermando di aver ricevuto la stessa notizia ma affermando di non poterla confermare né tantomeno di poter confermare cifre in merito. Una volta diffusa l’intervista l’ufficio stampa del Dalai Lama ha, nel pomeriggio di Giovedì stesso, smentito quanto pubblicato da Le Monde con un comunicato che precisava le parole dell’autorità religiosa. Poco dopo è giunta la conferma al contenuto del comunicato prima dell’Associated Press (che ha contattato direttamente il giornalista di Le Monde) e poi di Le Monde stesso che ha pubblicato una precisazione sul suo sito a corredo dell’articolo in questione (la trovate sulla sinistra). Nella sostanza l’ambiguità con la quale il giornalista ha confuso un’indiscrezione riportata da lui stesso con un’affermazione del Dalai Lama ha avuto come devastante conseguenza che mezzo mondo abbia messo in bocca all’autorità tibetana cose che non aveva mai detto ed ha reso ulteriormente improbabili i negoziati in corso con Pechino.
Al di là della terribile leggerezza di Le Monde, quello che rimane sconcertante è osservare il modo in cui i giornali, in particolare quelli italiani, hanno ripreso la smentita. Sottolineo ad esempio La Stampa che nello stesso articolo in cui cita la smentita ripete ancora che il Dalai Lama “ha parlato di 140 morti” o il Corriere che addirittura titola l’articolo nel quale annuncia la smentita, “Dalai Lama accusa la Cina «Massacrati 140 Tibetani»”. Come a dire: non serve a niente smentire, anche se falsa, la notizia ormai è uscita e quindi per definizione è verità. La palma però va a tal Francesco Sisci che nel suo articolo, sempre su La Stampa, giunge ad accusare, per quanto accaduto, il Dalai Lama di scarsa serietà: “A Pechino si accumuleranno dubbi quantomeno sulla serietà del leader religioso che parla senza controllare l’interlocutore o il messaggio compreso.” .
E’ sconcertante osservare con quanta poca professionalità, in Italia come all’estero, sia svolta la professione di giornalista. Ormai le fonti di informazione sono talmente condizionate dal sensazionalismo che l’aderenza ai fatti è un vecchiume da mettere in soffitta.

L’altra cosa comica, ma triste allo stesso tempo, è il florilegio di insulti ed invettive nei confronti del Dalai Lama diffusosi sui forum dove ho trovato definizioni del leader spirituale che vanno dal bugiardo al mafioso. Evidentemente il personaggio sta antipatico a molti, confermando l’adagio per il quale il sentimento dell’antipatia per i potenti, per quanto diffuso, non lo è quanto quello dell’antipatia per gli sfigati (mi perdonino i buddisti…).

23 Agosto 2008

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