Pacifisti vs guerrafondai ed altri miti

pace-e-guerra.jpgNon posso non notare che da quando Obama ha iniziato a manifestare voglia di intervento in Siria, si è scatenato ovunque il confronto serrato tra pacificisti e guerrafondai, filoamericani e antiamericani, filoisraeliani e antiisraeliani (perché Israele c’entra sempre). Ciò che questi confronti hanno in comune è l’approccio tendenzialmente generalizzante e spesso ideologico - La guerra non si deve mai fare/Si vis pacem para bellum - L’America fa sempre i suoi interessi/la Russia fa sempre i suoi - Sotto la rivolta ci sono le mire imperialiste di Israele/non è vero, a Israele fa comodo ci sia Assad.
Sono dibattiti interessanti e talora coinvolgenti, ma la domanda che poi mi faccio io è: “Ma qual è l’elemento di questa vicenda che più di ogni altro mi interessa? Che cada Assad? Che vinca Obama? Che perda Putin? Che alla fine trionfi la democrazia?” La risposta che mi do è che, almeno personalmente, ciò che mi interessa non è né il trionfo delle mie convinzioni in campo di guerra e pace, né la conferma di pregiudizi nei confronti di questo o quel governo, di questa o quella popolazione, e nemmeno le speranze di vedere la democrazia avanzare anche in Medio Oriente, ma è invece la speranza di veder cessare al più presto il conflitto e evitare ulteriori vittime, in sintesi minimizzare i danni. Di fronte a questa constatazione mi chiedo ancora: “Non fare nulla è la miglior soluzione?” Non ho una risposta certa, ci sono contesti in cui un intervento esterno ha posto fine al conflitto (esempio la Bosnia), ci sono contesti in cui l’intervento è fallito (vedi Somalia) e ci si può arrovellare finché si vuole sulle motivazioni e su cosa potrebbe succedere in Siria, ma stranamente è un dilemma che sembra si pongano in pochi. I più preferiscono indagare doppi fini, retroscena, mire dell’uno o dell’altro. Non che abbiano sempre torto. Personalmente non ho dubbi che le preoccupazioni di Obama non siano focalizzate sulle stragi di civili, ma sul rischio di instabilità della regione, sulla nascita di un regime islamico magari incontrollabile, il tutto ai confini con Israele. Non ho nemmeno dubbi che la resistenza di Putin ad avallare l’attacco sia una strenua difesa di uno dei suoi pochi alleati nel mondo arabo e il tentativo di scongiurare una crescita di influenza occidentale nel Medio Oriente. Ognuno degli attori sta perseguendo i propri interessi, spesso molto bassi, come sempre fa, ma da cittadino, a cui non preme altro che veder sconfitta la barbarie della guerra civile, tra le ipotesi sul tavolo prendo quella che mi si presenta, in modo convincente, come la migliore al fine di far cessare il conflitto appena possibile, indipendentemente dalle scelte di che ho campo fatto in passato. Non mi sentirei incoerente se, dopo esser andato in piazza contro la guerra in Iraq, mi dicessi favorevole ad un intervento in un altro contesto, ammesso che valga quanto sopra. Non dico che tutti gli altri non siano elementi rilevanti (il mercato delle armi, l’espansionismo americano, il ruolo di Israele, eccetera), ma nella mia scala etica essi vengono dopo la preoccupazione per chi muore sotto le bombe. Concludendo: non sono certo che un intervento occidentale porrebbe fine al conflitto ma appoggerei senza esitazione l’intervento se lo fossi, perché ciò è in linea con i miei auspici.
Non voglio dilungarmi oltre sul tema che non prelude purtroppo ad una mia approfondita analisi sullo scenario siriano, ma che mi serve invece solo per sottolineare la strana abitudine che molti hanno, di fronte ad una scelta, di propendere non per quella che ha le conseguenze più in linea con i propri valori, ma per quella che dà continuità alle scelte di campo fatte. Ci si dimentica così che le scelte di campo le facciamo per scegliere il campo che meglio difenda i nostri valori e non vale il viceversa, non è che una volta scelto un campo dobbiamo stare da quella parte per sempre “senza se e senza ma”, altrimenti tanto valeva scegliere il campo tirando una monetina. Sto parlando di quelli che votano per trent’anni per lo stesso partito anche se ha cambiato completamente programma, sono quelli che vanno sempre a comprare nello stesso negozio anche se ha cambiato dieci volte gestione, sono quelli che comprano sempre lo stesso giornale anche se ha cambiato completamente taglio. Lo so che è umano, lo so che anch’io ogni volta che sento qualcuno esprimere un parere non riesco a non ricordarmi per quale partito politico vota o qual è la sua opinione su un certo argomento, lo so che anch’io tendo a consultare più frequentemente le fonti di informazioni che sono più in linea con le mie convinzioni e quindi mi alimento di idee affini alle mie. Però è sempre bene ricordarsi che la fazione, il partito, lo schieramento è uno strumento per sostenere le nostre idee e i nostri valori, non deve essere un serbatoio a cui attingere per decidere che posizione prendere nelle discussioni al bar o su Facebook, altrimenti diventiamo noi dei soldatini dell’intelletto e specialmente per un sedicente pacifista sarebbe davvero il colmo.

19 Settembre 2013

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