L’Italia del parco giochi

Quest’estate, durante un breve periodo di villeggiatura nella costa ligure di Ponente, mi è capitato un episodio spiacevole ma tanto significativo, rispetto a molte cose che ho raccontato nel passato su questo blog, che ho pensato valesse la pena di farne parte ai lettori de “Il Colore del Grano”.
arma_taggia_lungomare.jpgEro con mia moglie e mia figlia al parco giochi di Arma di Taggia che frequentiamo assiduamente quando siamo da quelle parti e Matilde, che compie a Ottobre 3 anni, era intenta ad una vorticosa full immersion di scivolo (nel parco giochi in oggetto ce ne sono due uno davanti all’altro). Mi capitava ad un certo punto di notare un bambino tra i 4 e i 5 anni che si muoveva in modo piuttosto brusco e prepotente tra scivoli ed altalene, non rispettando la coda, spingengo via gli altri bimbi e così via… Capirete che un bambino di 5 anni si arrampica su uno scivolo molto più velocemente di un bambino più piccolo ed è quindi normale che, se non moderato dai genitori, possa dimostrare insofferenza nel momento in cui se lo ritrova davanti sulla scaletta. Succedeva proprio così infatti quando poco dopo il bambino prepotente trovava davanti a sé Matilde che stava lentamente affrontando il primo scalino dello scivolo più grande. Il bambino non aveva nessuna intenzione di rallentare il suo gioco e quindi allungava la mano davanti a quella di mia figlia per cercare di passarle davanti. Visto che, insieme a mia moglie, insegniamo sempre a mia figlia a rispettare gli altri, mi sentivo in dovere di dimostrarle che il comportamento del bambino era sbagliato; così, in tono pacato ma deciso, dicevo al prepotente: “Bambino, non tocca a te, tocca alla bimba!”. Il bambino si fermava guardandomi con un’espressione interrogativa e mia figlia, rincuorata dall’intervento paterno, completava il primo gradino. Ripresosi dallo stupore per un intervento inatteso e evidentemente non compreso, il bambino però ripartiva alla carica facendo a sua volta il primo gradino e allungando il braccio verso Matilde, come a volerla spinger giù. Percepivo la situazione di pericolo e quasi guidato meccanicamente dall’istinto di protezione genitoriale, infilavo le braccia sotto le ascelle del bimbo prepotente bloccandone la salita e scongiurando conseguenze peggiori.
Ho poi ripensato spesso a quel momento e mi sono chiesto se altre azioni non sarebbero state più sagge e avvedute, ad esempio proteggere piuttosto mia figlia da un’eventuale caduta ma, sia perché mi era più facile nella posizione in cui ero, sia perché instintivamente in una situazione di pericolo si cerca di fermare la causa del pericolo prima che la possibile vittima, sono portato a ritenere che l’azione che ho compiuto sia stata quella che qualunque genitore premuroso avrebbe fatto al posto mio. Capisco che a nessun genitore fa piacere che un estraneo tocchi, sebbene in modo innocuo, suo figlio, ma ci sono situazioni in cui può succedere di essere costretti a farlo.
Risolta la situazione mi volgevo verso un signore, alto a palestrato, che era accorso nel frattempo e che immaginavo essere il padre del bambino, con espressione di garbato rimprovero; ma la sua reazione non era certo quella di porgere le sue scuse. Mi metteva un dito sotto il naso e mi diceva digrignando i denti: “Tu però le mani addosso a mio figlio non le metti”. Ne nasceva una discussione animata in cui il tizio mi minacciava di ritorsioni fisiche, trattenuto da una signora che capivo poi essere la madre del bambino, la quale più pacatamente chiedeva spiegazioni su quello che era successo. La ricostruzione che ne facevo sembrava averla tranquillizzata e si allontava con il marito, che pure mi guardava ancora con occhi rancorosi. Passava qualche decina di secondi, durante i quali la situazione pareva tranquillizzata e avevamo quindi ripreso a seguire nostra figlia nelle sue evoluzioni, quando era questa volta la madre del bimbo ad avvicinarsi a me. Non so se il marito o il figlio le avevano nel frattempo raccontato una versione diversa dei fatti. Sta di fatto che il suo volto era adesso completamente trasformato in un’espressione rabbiosa e mi urlava in faccia, con la voce rotta dall’emozione: “Guarda che se metti ancora le mani addosso a mio figlio chiamo i carabinieri!” e poi aggiungeva di conoscere il comandante dei Carabinieri di non ho capito dove e che mi avrebbe fatto mandare in galera.
L’episodio si concludeva così senza ulteriori ripercussioni: la mia faccia ne usciva intera così come la mia fedina penale, ma ho trovato molte cose su cui riflettere degli eventi di quei pochi minuti.
Il primo è indubbiamente il malinteso senso di protezione che anima molti genitori, che è lo stesso per cui il genitore, pur ignorante, si sente autorizzato a contestare l’insegnante che ha dato un brutto voto al figlio. Il signore palestrato non era vicino a me, non ha visto la scena e non poteva giudicare se il mio intervento fosse stato provvidenziale, appropriato o fuori luogo, ma ha comunque deciso che non dovevo toccare suo figlio, così come il genitore dello studente si sente in grado di stabilire che l’insegnante di letteratura che ha dato un brutto voto a suo figlio si sbaglia anche se non sa nemmeno chi sia Montale. Questo comportamento è parente stretto di quello che Banfield chiamava familismo amorale, ovvero quel fenomeno tipico del nostro paese per il quale tendiamo a creare attorno al nostro recinto familiare una barriera, attraverso la quale non valgono o valgono debolmente le regole minime di convivenza e cooperazione civile e le categorie di bene e male, che invece vengono applicate all’interno del recinto. C’è uno steccato che è quello della nostra famiglia che queste persone proteggono indipendentemente dagli eventi e rispetto al quale impediscono qualunque invasione. Nessuno di quei due genitori ha negato che il comportamento del loro figlio fosse oggettivamente biasimevole in base alle regole socialmente condivise, ma hanno considerato questo fatto irrilevante rispetto all’invasione di campo che avevo compiuto nel fermare il loro figlio.
Il secondo elemento è il rapporto con l’istituzione sociale. Il padre che, una volta precisato che avevo violato il suo recinto e quindi meritavo una reazione, non si appellava ad un’autorità esterna ma a sé stesso e alla sua possanza fisica per riaffermare il suo potere sul “recinto”. Anche qui c’è il disconoscimento di qualunque autorità esterna, non solo il genitore dell’altro bambino, ma anche di un’autorità terza. C’è lui, il difensore del recinto, e io, l’invasore da allontanare, eventualmente con la forza, nessun altro è preso in considerazione. Quando poi l’autorità terza entra in gioco, nelle minacce della madre di denunce ai Carabinieri, non è un’autorità super partes che applica in modo imparziale una legge dello Stato che tutela i bambini. E’ un amico, un conoscente, uno che non sta propriamente dentro al recinto ma che può essere reclutato per difenderlo in nome di un idea di “clan” ovvero di una sorta di recinto allargato. Uno che dall’alto del suo potere può permettersi di punirmi senza che il marito si sporchi le mani.
Se ripercorro questi punti noto che di molti dei vizi descritti ho già parlato su questo blog e che sono tra quelli che più contribuiscono a dare un’immagine ignorante e arrogante degli abitanti del nostro paese. Inutile dire inoltre che in tutto questo la prima vittima di questi comportamenti è proprio il bambino che, dalla reazione di padre e madre certamente non ha capito di avere sbagliato, ma di essere semmai stato assolutamente nel giusto a volersi far largo sullo scivolo, e la prossima volta gestirà ancora peggio la sua impazienza e esiterà ancora di meno a spingere un bambino lento giù dalla scaletta.
Anch’io qualche volta mi chiedo perché passo del tempo a scrivere di comportamenti come questi in questo blog. In fondo spesso mi riferisco a fatti lontani di cui, a pensarci bene, senza l’altoparlante mediatico, non avrei forse mai avuto notizia. Poi capita di finire in mezzo a prepotenza, maleducazione e arroganza e di correre il rischio che una serata di vacanza finisca malamente. Allora capisco perché lo faccio: per poter sperare un giorno di poter passare una tranquilla serata estiva al parco giochi con la mia famiglia.

28 Agosto 2013

4 commenti a 'L’Italia del parco giochi'

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  1. gianlu afferma:

    Ciao,
    concordo con te su tutto.
    Però da genitore ho imparato che i bambini degli altri non si toccano. Per rispetto, anche se stanno facendo una prepotenza.

    Si prende la propria figlia, gli si fa notare ad alta voce che il comportamento del bambino non è corretto e se il bambino continua si va a parlare con i genitori. Non giustifico però le reazioni dei genitori. Un saluto
    Gianluca

  2. Coloregrano afferma:

    Condivido perfettamente la tua visione e, ragionando in astratto e a mente fredda, quello che suggerisci è certamente quello che avrei scelto di fare anche perché, come ho scritto, anche al mio spirito genitoriale la cosa darebbe fastidio, a ruoli invertiti.
    Tuttavia, nel momento in cui ti trovi di fronte ad una situazione imprevista di pericolo per una persona cara, sei portato a fare la cosa che ti viene più facile fare che eviti il peggio e, nonostante la pensi come te e nonostante i rischi per la mia incolumità che ho corso, tenendo conto tra l’altro che non mi considero una persona particolarmente dotata di sangue freddo nelle situazioni difficili, temo che se mi ricapitasse l’identica situazione, rifarei esattamente quello che ho fatto. In fondo, quando temi per l’incolumità di tua figlia, è anche normale che la muscolatura altrui smetta di un essere un fattore rilevante.

  3. Andrea G. afferma:

    Ciao Alberto, mi sono trovato più o meno nella stessa situazione tua in un ambito diverso (campo da calcetto) e a parti invertite (mio figlio è stato il prepotente di 5 anni verso un bimbo di 3). Siccome condivido a pieno il tuo punto di vista, ho lasciato che il padre del bimbo di 3 anni sgridasse mio figlio, poi mi sono avvicinato a loro (per sincerarmi che le intenzioni del genitore fossero pari alle tue, di garbato rimprovero) ed ho stretto la mano al signore (che non conoscevo) e rimproverato ancora mio figlio.
    Forse il fatto che non conosca alcuna pubblica autorità ha modificato il mio comportamento :) o forse è solo equilibrio ed educazione al rispetto, ma sta di fatto che crescere in comunità i bambini è un dovere civico anche delle istituzioni e non solo dei genitori….. perchè non c’era un bagnino a controllare le code negli scivoli? Perchè un buon allenatore di calcio non è sempre in grado di esercitare autorità con equilibrio ed imparzialità? …. Anche di questo dovremo preoccuparci….

  4. margherita afferma:

    Ho letto con piacere il racconto del comportamento tenuto da Andrea nella situazione, indubbiamente poco piacevole, in cui si è ritrovato sul campo di calcetto. Concordo anche appieno sulla disamina relativa alla pressoché completa assenza di assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni nell’assicurare un livello di comportamento almeno civile in contesti pubblici. Mi sono trovata in una situazione analoga a quella descritta da Colore Grano poche settimane fa. All’interno di una coda per la visita ad un museo mi sento affiancare e poi letteralmente spintonare di lato con una buona dose di forza bruta da due persone in attesa dietro di me. Il padre (individuo palestrato sulla quarantina) trascinava con sè un ragazzino di circa 12 anni e sorpassava tutti adducendo la motivazione del ‘dobbiamo entrare altrimenti poi perdiamo il treno’. Davanti a me in coda si trovava il mio compagno Davide. Devo dire che conoscendo la sua suscettibilità alla maleducazione e la protettività nei miei confronti ho per un attimo temuto il peggio, anche considerando il fattore fisico che giocava indubbiamente a suo favore (il mio compagno è un ex giocatore di basket con un fisico adeguato a quello sport e quindi ad un’altezza di circa 1.95 cm somma la quantità di muscoli necessari ad uno giocatore per difendere il proprio canestro senza farsi spostare dall’avversario). Ho invece apprezzato moltissimo la grande serenità con cui senza muovere un dito ha fatto presente al tizio che in quel momento stava dando un pessimo esempio a suo figlio sotto tutti i punti di vista e che aveva rischiato di farmi male. Naturalmente nel prosieguo della vicenda, cioè il tizio che bofonchiava qualche parola di ribellione ma poi tornava sui suoi passi, ha giocato un ruolo non secondario il trovarsi di fronte un ‘marcantonio’ anzichè me, che peso 50 kg e sono donna, ma ciò che mi ha favorevolmente impressionata è stata la reazione del ragazzino, che dopo sussurrava al padre ‘Vedi papà, ma perché fai sempre queste scene? Io mi vergogno quando fai così’. Le parole e lo sguardo del figlio mi hanno fatto pensare che forse anche questi figli di genitori incivili possano crescere seguendo il principio del rispetto dell’altro. Per il resto credo che la reazione di Colore Grano sia umanamente comprensibilissima e direi naturale, anche se penso che in queste situazioni il gesto che dimostra maggior equilibrio sia sempre quello di rimproverare l’interessato (adulto o bambino che sia) senza mettere mai le mani addosso; nel caso specifico credo quindi che la soluzione più corretta sarebbe stata quella di tutelare la propria figlia e di dare una bella strigliata verbale al bimbo maleducato.

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