Vantaggi e svantaggi della democrazia

L’attuale panorama politico italiano è dominato da tre partiti, due dei quali (PdL e M5S) sono capeggiati da una personalità che ne costituisce, in ultima analisi, la ragione di esistenza; il terzo invece (il PD) è un partito in cui è la struttura che domina, non uno o più singoli. E’ interessante osservare quali conseguenze hanno su tali partiti queste loro caratteristiche organizzative.
Partiamo con il dire che avere un leader conclamato ha degli indubbi vantaggi, soprattutto in fase elettorale. Siamo esseri umani e siamo abituati a relazionarci con altri esseri umani ed in particolare la nostra cultura italiana mal accoglie da sempre il relazionarsi con elementi astratti come principi e strutture: meglio avere una faccia, un nome, un essere umano a cui fare riferimento. Anche persone di sicura fede progressista sostengono che il fatto che il M5S abbia un trascinatore come Grillo ne fa un riferimento più affidabile, ed in effetti è probabile che mai e poi mai un movimento come quello grillino avrebbe ottenuto i successi elettorali che ha conseguito senza “un uomo solo al comando” come il comico genovese.
organise.jpgTuttavia, in un paese, così come in un’organizzazione più piccola quale può essere un partito politico, i problemi vengono dopo, quando il potere acquisito va difeso, gestito e utilizzato per governare. Non essendo previsti nel M5S per Grillo, come nel PdL per Berlusconi, meccanismi propriamente democratici a legittimare la leadership, ma essendo tale leadership legittimata solo da un generico consenso diffuso, l’opposizione è comprensibilmente mal tollerata. Se, come successo per il PdL nel 2010, spunta un Fini a proporre una linea politica diversa da quella dettata da Berlusconi, si rende necessario metterlo in un angolo ma l’unico modo per metterlo in un angolo è contarsi. Contarsi però presuppone una messa in discussione della leadership, perché se ci si conta è perché c’è la possibilità che vinca qualcun altro e che, proseguendo nell’esempio di Fini, il PdL possa avere un leader diverso da Berlusconi, cosa che per molti suoi sostenitori equivarrebbe ad una bestemmia. E allora in quel caso, come in altri, si procede all’espulsione del dissenso che tra l’altro nel caso di Grillo è molto più diffuso che all’interno del partito di Berlusconi, per i diversi metodi di reclutamento utilizzati dal M5S. E’ vero che espellere chi dissente non è proprio un comportamento gradevole ma per contro trasmette poi all’elettorato un’immagine di unità, compattezza e coerenza con le scelte fatte. Chi rimane è chi non ha nessuna voglia di andarsene e quindi difficilmente metterà in discussione il leader.
Così come in un sistema di governo dittatoriale però anche in un partito privo di democrazia interna l’espulsione del dissenso ha conseguenze di lungo termine molto peggiori dei problemi etici che si possono porre nell’immediato. Espellere il dissenso significa rimuovere le istanze di rinnovamento che in genere sono il processo attraverso il quale un’organizzazione evolve e si adatta al contesto che deve governare. Gli esseri umani tendono con difficoltà a rinnovare sé stessi: il rinnovamento passa in genere attraverso il dialogo e la critica esterna, se espelliamo la critica e il dialogo con chi la pensa diversamente, il rinnovamento diventa problematico. Nella Lega Nord il richiudersi in una dirigenza chiusa e autoreferenziale ha determinato l’incapacità di rinnovamento e la sua metamorfosi da partito della rivolta dell’Italia operosa contro la burocrazia romana, a partito simbolo del malaffare e del potere più parassitario che si possa immaginare. Non è un caso d’altronde se il PdL, immobilizzato nella sua patologica dipendenza da Berlusconi, non è riuscito a trovare di meglio, in termini di rinnovamento, che tornare dritti dritti al modello del 1994.
L’altro problema dei partiti personalistici, anche qui in analogia a quanto accade nei sistemi dittatoriali, è quello della successione ereditaria. Quando per ragioni di salute, di opportunità o altro impedimento (il carcere nei prossimi mesi potrebbe diventarne un buon esempio) un leader non può più fare il leader, come si fa? Spesso il partito si dissolve. Pensiamo a come un Partito storico della democrazia italiana come il PSI sia stato azzerato dalle vicende giudiziarie di Craxi.
L’altra faccia della realtà politica italiana è, come già accennato, il PD: un partito che in una fase storica di partiti personalistici ha puntato tutto proprio sul modello esattamente contrario, ovvero un partito talmente trasparente che non solo il suo Segretario viene eletto democraticamente, ma questa elezione non è ristretta agli aderenti al partito, ma all’intero elettorato. Questo ne fa un partito pieno di scossoni e di ansie, di liti interne, di dissenso sempre al limite della scissione, un partito che comunica ansia e disordine. Però è anche un partito che può cambiare il suo leader quando vuole e può riproporsi quindi affidabile e pulito, cambiando solo la faccia. E’ bastato al PD che se ne andasse Bersani per passare, dal disastro dell’elezione del Presidente della Repubblica, al successo nelle elezioni amministrative. Basterà probabilmente al PD immolare Epifani al termine dell’immonda esperienza di governo con il PdL per potere tornare dagli elettori immacolato. Un maquillage di convenienza? Certo, però la convenienza finisce con l’essere incidentalmente anche una spinta a cambiare, a non far incancrenire le persone nelle stesse posizioni di potere. Altrove Renzi sarebbe stato espulso o ridotto al silenzio, nel PD può preparare la sua candidatura a futuro leader del partito, sputando sentenze e criticando tutti come se stesse in un altro partito, per poi domani diventarne il leader quando il prossimo traguardo elettorale sarà abbastanza vicino da poter lanciare la volata. Altrove Bersani sarebbe rimasto in sella ancora per anni, nel PD è stato silurato quando si è capito che la sua immagine ormai si era incrinata.
In definitiva oggi abbiamo: da una parte un partito che, dopo un successo elettorale insperato e insperabile, si trova con un leader di lotta che non sa diventare leader di governo e una base che vorrebbe ridefinire il partito ma non sa come; dall’altra parte un altro partito incatenato ad un leader dal grande carisma e dall’imponente forza mediatica ma i cui costumi incontrollabili lo rendono incompatibile con la guida di un paese; dall’altra infine un partito che, diviso e spaccato su tutto, abilissimo a scontentare ed irritare prima di ogni altro i propri elettori, continua ad essere faticosamente il primo partito italiano. Insomma modelli diversi: vantaggi e svantaggi. Di sicuro se il modello democratico, se lo sforzo di non concentrare il potere in poche mani, con tutti i suoi svantaggi, ha avuto un così grande successo nel mondo, qualche motivo c’è e il PD, dal suo punto di vista, fa benissimo a sfruttarlo fin che ci riesce…

15 Luglio 2013

Non ci sono ancora commenti ma sicuramente tu avrai qualcosa da dire...

Dì la tua

terremoto centro Italia

Ultimi interventi

Archivi

Categorie

Pagine varie

I miei posti preferiti

I miei blog preferiti

Feed su RSS

Meta

Technorati

FB NetworkedBlogs