La Stato per nemico

La recente sentenza del Tribunale di Roma ha decretato che i poliziotti accusati del pestaggio a Stefano Cucchi sono innocenti. stefanocucchi.jpgApparentemente si tratta di quello che si definisce correntemente un’insufficienza di prove: non è stato possibile provare che a massacrare il ragazzo causandone poi, dopo qualche giorno di agonia, la morte, siano stati gli agenti che ne erano accusati o altri. Ammettiamo anche che sia vero, ammettiamo che non ci fossero prove per individuare chi, nella catena di persone che nei giorni della sua detenzione lo ha avuto in custodia, l’abbiano ridotto in fin di vita. Ammettiamo che la sentenza non sia il solito compromesso frutto di una catena di complicità, connivenze, omertà che abbracciano il sistema poliziesco-giudiziario nel suo complesso. Supponiamo anche che il pestaggio possa essere stato eseguito da una mente criminale dotata di tale acume da non lasciare nessuna prova e nessun testimone, anche se la ricostruzione degli eventi lascia più intendere un tentativo collettivo, goffo e ingenuo, di occultare la verità.
C’è comunque un problema. Tutto questo non è accaduto in un vicolo buio di una periferia cittadina, in mezzo ad un parco o in una cantina. E’ accaduto ad un imputato in regime di detenzione, nella presa stretta ma sicura che lo Stato dovrebbe esercitare su chi si trova in stato di arresto; e invece in quella stretta qualcuno ha massacrato di botte il ragazzo e il nostro sistema giudiziario non è nemmeno stato in grado di scoprire chi, dove, perché. Se un individuo, in regime di custodia, quindi quello che dovrebbe essere il più controllato possibile. può essere massacrato di botte fino alla morte, senza che resti traccia dell’evento, quale certezza possiamo avere della nostra sicurezza, in un vicolo buio, in mezzo ad un parco o in una cantina? Come facciamo a scandalizzarci perché un tizio se ne va in giro per la strada impunemente scannando ignari passanti con un piccone, quando una violenza altrettanto efferata e gratuita è messa in atto da chi è stato addestrato ad essere un fedele servitore dello Stato? E questo senza nemmeno poi dover rispondere di questa violenza…
Smettiamola di parlare di giustizia e sicurezza a vanvera: un corpo di Pubblica Sicurezza che al suo interno ha sacche di violenza, di illegalità, di omertà e di connivenza degne di un’organizzazione malavitosa non può assicurare giustizia e sicurezza a nessuno. Finché non ci sarà un profondo rinnovamento dei metodi di reclutamento, di formazione e di selezione del personale, finché le forze di Polizia non pretenderanno da sé stesse la stessa trasparenza che chiedono ai cittadini, ci ritroveremo sempre a contare le vittime di questo sistema e a considerare la forza pubblica più un pericolo che una fonte di sicurezza. E i fatti di Terni non fanno che confermarci tutto ciò.

7 Giugno 2013

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