Molto di quello che non sai potrebbe essere falso

Erano emozionanti gli anni novanta, non c’è che dire! Io ero ancora nella mia terza decade e ero uno dei tanti che viveva quella sensazione diffusa che ci fosse un grande mistero che qualcuno non ci voleva dire e che invece piano piano la società civile avrebbe scoperto. C’era la classe politica corrotta, scoperchiata da Tangentopoli, c’erano i grandi intrighi internazionali che stavano dietro alle guerre americane, c’erano i misteri irrisolti, c’era la sensazione di una porta chiusa che di lì a poco si sarebbe aperta. L’avvento di Internet ci diede la sensazione che la Rete sarebbe stata il grimaldello per aprire quella porta. complotto-11-9.jpgCominciammo a ricevere mail in cui ci veniva spiegato che in giro eravamo circondati dai complotti: c’era il WTO, c’era Bilderberg, c’erano gli sceicchi arabi che sostenevano Al Qaeda ma che erano contemporaneamente culo e camicia con Bush, c’erano i parlamentari che si aumentavano continuamente lo stipendio, c’erano sostanze velenose che ci aggredivano ovunque. Alcune cose erano vere, altre meno, ma noi non eccellevamo in senso critico, desiderosi come eravamo di sapere tutto, di scoperchiare ogni segreto, anche quelli che odoravano un po’ di bufala. Poi venne l’11 Settembre, la guerra preventiva, le armi di distruzioni di massa, la falsità svelata divenne quasi un esercizio quotidiano, anche perché in qualche caso diveniva fin troppo facile, però parallelamente, visto che il genere tirava, c’era chi ne approfittava sempre più, le fandonie più sfacciate circolavano senza remore e scoprire le bufale divenne un esercizio sempre più popolare. Ricordo come ci restai male, dopo aver letto un articolo che diceva che sul Pentagono non era mai caduto un aereo, quando ne lessi un altro che smontava il primo punto per punto, in modo assolutamente credibile e convincente. Ricordo con quale orgoglio sfoggiai una volta con i colleghi le mie letture complottiste in merito allo sbarco sulla luna e quanto masticai amaro quando mi spiegarono che erano fandonie. In quegli anni (2003) uscì un libro di successo dal titolo “Tutto quello che sai è falso” che riassumeva lo Zeitgeist di quell’epoca. tutto-quello-che-sai.gifParallelamente però stavamo crescendo (e forse anch’io un po’) e abbiamo cominciato a scoprire che poi non c’erano tutti questi segreti, e che anche quando quei pochi segreti che c’erano saltavano fuori non succedeva niente di trascendentale. Quando gli americani hanno scoperto che Bush e i suoi scagnozzi li avevano truffati con le armi di distruzioni di massa, mandando a morte migliaia di soldati per difenderci da armi che non esistevano, mica li hanno linciati sulla pubblica piazza…
Il grande circo della Rete negli anni seguenti ci ha un po’ assuefatto alle “scoperte”, tanto che quanto è arrivato Assange con il suo Wikileaks ci ha trovati già con la pancia piena. Doveva far crollare il mondo con i suoi terribili segreti ma alla fine la cosa più sconvolgente che abbiamo scoperto è che gli americani pensano che Berlusconi sia un incapace, che se me lo chiedeva glielo dicevo io ad Assange…
Come sempre quando i fenomeni di nicchia diventano di massa, è perché nella nicchia sono stati da un pezzo superati e mentre Grillo snocciola di fronte a masse plaudenti verità terribili, spesso false, mentre folle oceaniche vanno ad assediare le riunioni di Bilderberg, una parte dell’opinione pubblica sta già andando oltre, ad una serena rassegnazione che poi non c’è molto altro da scoprire oltre quello che già sospettiamo: che non significa chiudere gli occhi di fronte alle denunce ma esaminarle con la stessa propensione al dubbio che ci induce a cercarle. Nel frattempo però il business della “denuncia” si è espanso e non ha intenzione di ridimensionarsi, piuttosto c’è chi cerca di tenerlo in piedi a viva forza.
Ho iniziato a leggere il Fatto Quotidiano nel 2007 quando nella mia parabola di consumatore di giornali di denuncia ero già sul lato discendente. Ho smesso quando mi sono reso conto che la verità non era percepita come un obbligo ma solo come un’opzione tra quelle possibili ed era sacrificabile laddove la denuncia si imponesse. Non mi ha sorpreso leggere di una vicenda occorsa recentemente che trovo molto significativa. Settimane fa è stato trasmesso da una televisione olandese un documentario che aveva come argomento il processo cui il medico della Juventus Agricola e l’allora amministratore delegato Giraudo furono sottoposti per l’utilizzo di farmaci e di doping. La trasmissione sembrava volere scoprire chissà quali segreti ma in realtà raccontava semplicemente il processo, intervistando il PM Guariniello e il perito della Procura D’Onofrio che ovviamente riproponevano le accuse a suo tempo mosse. Il processo si concluse, per quanto riguarda l’accusa di somministrazione di doping con l’assoluzione in Cassazione dei due accusati, mentre, per quanto riguarda l’abuso di farmaci, si concluse con l’annullamento in Cassazione dell’assoluzione maturata in Appello e conseguente sopraggiungenza dei termini di prescrizione. Nella sostanza si trattava, per il secondo punto, della pratica discutibile ma allora diffusissima di somministrare farmaci (alcuni di quali di uso comune, tipo Voltaren) anche a giocatori sani, per migliorarne il recupero dalla fatica, per il primo punto, di un’ipotesi di utilizzo di EPO costruita, appunto dal D’Onofrio, su alcuni casi di sbalzo (pur restando nell’ambito di livelli nella norma) di ematocrito, emersi dopo l’esame dello storico dei prelievi di sangue eseguiti sui giocatori della Juventus. fatto_rettifica.jpgIl Fatto, nella sua edizione online, copriva l’evento con un articolo, il cui finale sottolineava la tendenziosità del documentario e il fatto che il documentario sembrava costruito apposta per delegittimare la sconfitta che gli olandesi dell’Ajax subirono nel 1996 nella finale di Champions League ad opera della Juve stessa. Però evidentemente questo finale non andava bene, non era abbastanza tendenzioso, suonava difensivo, protettivo: e il segreto? Il mistero? Il complotto? E allora arrivava una rettifica della redazione che rifaceva il finale con un riferimento alla sentenza “nebulosa” e alle “ombre” relative.
E così tendo a ritrovarmi con chi lascia intendere che ormai è come se ne Il Fatto si fossero ritrovati tutti quei complottisti, spammer e predicatori che guardavo con ammirazione nel 1998, con qualche dubbio nel 2002, con diffidenza nel 2006 e con disgusto nel 2013. Spiace un po’ perché ho amato questo giornale ma è la storia di tutte le ondate polito-sociali, ciò che è avanguardia oggi diventa conformismo domani, il cosciotto così bello e appetitoso quando è appena uscito dal forno, risulta poi inguardabile quando giace freddo e spolpato nel piatto sporco. Ho l’impressione che nel frattempo la società sia cresciuta in maturità e consapevolezza e questo, almeno, suona decisamente positivo.

15 Giugno 2013

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