L’isola felice si scopre infelice?

800px-aerial_view_of_a_pseudo_crater_at_myvatn_21052008_15-21-31.JPGDa quando nel 2010 l’Islanda ha bocciato tramite referendum l’ipotesi di rimborsare i danni causati ai correntisti inglesi e olandesi dal fallimento delle principali banche del paese, l’isola è diventata per molti l’icona di “un’altra strada alla crisi è possibile”. Fiumi di inchiostro e di bit sono stati spesi per esaltare le scelte del governo islandese che, ancora indipendente da lobby economiche e finanziarie, ha sfidato tutto e tutti in nome del “popolo sovrano” e ha vinto.
Iniziamo col dire, a correzione di questa sequenza di luoghi comuni, che in realtà non ha vinto, non ha vinto nel senso politico del termine, visto che nelle recenti elezioni la coalizione verde-socialdemocratica che aveva condotto il paese attraverso queste eroiche e vittoriose prove è stata sonoramente sconfitta e i partiti conservatori sono tornati al governo del paese. Perché quindi il popolo di quella lontana isoletta non ha premiato quella classe politica che l’aveva condotto così trionfalmente attraverso le secche del crack finanziario?
Per capirlo proviamo ad affrontare il problema alla lontana. L’Islanda non fa parte dell’Unione Europea ma è all’Unione Europea strettamente legata da accordi bilaterali che ne fanno una sorta di membro silente. Di fatto l’Islanda fa parte dello spazio di libera circolazione europeo ed ha sottoscritto anche il Patto di Schengen. La sua adesione all’Unione Europea è sempre stata osteggiata dai partiti che hanno lungamente governato il paese: il Partito dell’Indipendenza (comunenemente considerato il partito più conservatore) e il Partito del Progresso (di tendenze liberali).  Per sostenere questa posizione ideologica independentista la coalizione al governo aveva costruito l’immagine dell’Islanda come una sorta di paradiso finanziario, alti tassi di interesse avevano attratto capitali verso il paese sostenendo l’economia al prezzo di un elevato indebitamento delle banche del paese; quando poi l’esplosione della crisi abbassava la remunerazione dei capitali le banche non riuscivano più a sostenere il debito e andavano quindi incontro all’inevitabile fallimento. Nelle elezioni successive, del 2009, la coalizione di governo, indicata come responsabile del fallimento, veniva sconfitta e la coalizione socialdemocratica (Alleanza socialdemocratica e Verdi)  vincitrice cercava di porre rimedio alla situazione. In linea con la sua posizione storica venivano avviati immediatamente negoziati per l’adesione all’Unione Europea che culminava con la richiesta formale formulata nel Luglio 2009. L’idea era che la posizione liminare dell’Islanda costituiva un ibrido che assommava solo svantaggi. Lo stretto legame commerciale che fisiologicamente l’Islanda ha con l’Europa la rende de facto dipendente dal resto del continente, di cui peraltro, stando fuori dall’UE, non ha alcun peso nelle decisioni: insomma uno dei tanti casi, nel mondo di oggi, di deficit di rappresentanza politica a fronte di una dipendenza economica. Come possibile passo successivo veniva identificata l’adesione dell’Euro, la quale, con l’abbassamento dei tassi di interesse sul debito che prometteva, si prefigurava come soluzione alternativa agli azzardi finanziari pre-2008. Sull’onda dell’autocritica per la strategia isolazionista perfino il Partito del Progresso operava una svolta in senso europeista. proteste-parlamento-reykjavik.jpgNel frattempo però la situazione economica del paese migliorava molto lentamente e inflazione, tassi di interesse e debito pubblico schiacciavano il tenore di vita. Parliamo sì di una disoccupazione al 5%, di un inflazione all’7%, ma in un paese per il quale certi fenomeni socio-economici erano fino a ieri del tutto sconosciuti. Nel frattempo Europa ed Euro andavano in crisi e la scialuppa europea smetteva di apparire come la soluzione della crisi, ma piuttosto come un rimedio peggiore del male. Questo nonostante l’indipendenza monetaria non sembra aver particolarmente giovato al paese, visto che la svalutazione della corona non ha impedito il crollo nominale dei salari che a tutt’oggi rimangono sotto al livello pre-crisi. Anche la riforma costituzionale, il cui iter si era svolto in rete, per la gioia dei cyberisti più convinti, si è trascinato molto stancamente ed è ora messo in forse dal cambio di maggioranza.
La stessa vertenza per il rimborso dei risparmiatori inglesi e olandesi danneggiati dal fallimento delle banche islandesi, che da noi è stata vista come una vicenda quasi eroica, è stata dagli islandesi vista diversamente. Si trattava infatti di un debito contratto da un soggetto privato verso risparmiatori stranieri, diventato debito pubblico in seguito alla nazionalizzazione delle banche. Non sorprende che i cittadini islandesi abbiano considerato poco più di un atto dovuto il fatto che il governo non si sia voluto far carico anche di questa parte del debito. E’ da sfatare anche la riluttanza dell’Islanda a piegarsi alle pretese dell’FMI; all’Islanda è andato un consistente prestito da parte del Fondo Monetario del quale il paese sta ora pagando regolarmente gli oneri.
Il tutto ci spiega perché Alleanza socialdemocratica e Verdi hanno dimezzato i propri consensi rispetto al 2009, restituendo il governo del paese ai partiti che lo avevano mandato a picco. C’è però da dire che, a differenza di quanto accade dalle nostre parti, i due partiti vincitori, si sono presentati profondamente rinnovati rispetto ai tempi che hanno preceduto il 2008, giustificando così la promessa agli elettori di non ripetere gli errori passati.
In definitiva molte delle cose che ci hanno raccontato sull’Islanda non erano vere, o erano esagerate, e allo stesso modo sono forzate le interpretazioni di chi legge in chiave ideologica l’esito delle elezioni. Non è stata la sconfitta di un’inesistente isola pirata che si batte contro gli infidi poteri sovranazionali, ma non è stata nemmeno la sconfitta dell’europeismo. E’ stato semplicemente il colpo di coda di una crisi che non risparmia quasi mai chi ha la disavventura di stare al governo. Questo ovviamente con l’eccezione di paesi che preferiscono votarsi al suicidio piuttosto che cambiare la propria classe politica, ad esempio l’Italia.

21 Maggio 2013

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