D for democracy

vforvendetta.jpgSe penso ai film degli ultimi dieci anni ai quali sono più affezionato, un posto di tutto rispetto ce l’ha senz’altro V for Vendetta. Mi piacque la prima volta che lo vidi, su un aereo intercontinentale per il Sudafrica. Mi piacque per la profonda convinzione che trasmetteva nella possibilità del singolo di lottare efficacemente contro l’oppressione, e nel momento stesso l’affermazione della precisa responsabilità che il singolo si assume, nel momento in cui accetta passivamente lo status quo. Mi piacque perché sottolineava come ciò che spesso trattiene il singolo dalla ribellione è la paura di perdere ciò che in realtà vale molto di meno della propria libertà, quando non è la sottovalutazione della possibilità di influenzare realmente il sistema che lo governa. E’ un film che nasce d’altronde in epoca post-undici Settembre, in un periodo nel quale la retorica sul terrorismo e sul rischio islamico aveva indotto le opinioni pubbliche dei paesi occidentali ad approvare azioni abbastanza avventate da parte dei loro governi, manovrati da lobby economico-finanziarie. Il tutto pareva abbastanza paradossale da indurre molti a dubitare della capacità di controllo delle opinioni pubbliche sui loro governi e da poter pensare che fosse quindi il caso di dare dei messaggi chiari a chi teneva ai valori su cui si fondano le democrazie occidentali.
Non mi trovo quindi d’accordo con chi (Leonardo) lo individua come film grossolanamente populista, se non per un fatto che mi è appunto sovvenuto leggendo certi riferimenti, ovvero la scena finale: l’esplosione della House of Parliament. E’ chiaro che ci sono nella vicenda una serie di collegamenti che identificano quell’edificio con l’oppressiva dittatura che la narrazione immagina instauratasi nel Regno Unito del 2015, ma è anche chiaro che nella nostra cultura il Parlamento britannico rappresenta tutt’altro, rappresenta la più antica delle democrazie moderne e la sua distruzione è la distruzione di un patrimonio democratico che se ne va insieme alle macchie che la dittatura ci aveva lasciato sopra. Ecco, questo non mi piacque nel film e questo riconosco come il suo punto debole, questo rito catartico che pare più cancellare le vestigia della democrazia che fu, che quelle della dittatura appena deposta. Va detto che è abbastanza tipico delle rivoluzioni quello di avere la tendenza a buttar via il bambino insieme all’acqua sporca, ma è una tendenza che spesso finisce coll’instaurare nuove oppressioni in luogo di quelle deposte. E’ anche tipico di tutte le insurrezioni contro un potere oppressivo e totalitario che chi la conduce si ritrovi nel momento della vittoria (qualche volta anche prima), a rendersi conto che tra i propri più fidati alleati ce ne sono molti che non lottavano tanto contro quel potere, ma contro il potere in generale in tutte le sue possibili manifestazione, ovvero contro l’ordine gerarchico, contro l’istituzionalizzazione di quell’ordine indipendentemente dalla sua struttura e dai valori che difende: è il momento in cui, sconfitta l’oppressione totalitaria, il democratico e l’anarchico si trovano di fronte l’uno all’altro. Ho quindi la vaga impressione che per molti proprio quella scena finale sia stata quella più qualificante del film e ciò abbia contribuito al proliferare delle maschere di Guy Fawkes nelle manifestazioni politiche degli ultimi anni.
Tutto questo ha un risvolto nell’attualità di queste ultime settimane. Non sono molti giorni infatti dacché Grillo ha affermato, ribattendo a chi accusa il Movimento Cinque Stelle di scarsa democrazia interna, che “siamo in guerra, siamo con l’elmetto, […] allora chi è dentro il movimento […] e fa domande su domande e si pone il problema della democrazia del movimento va fuori dal movimento […] e andranno fuori”. Ho scritto spesso delle distorsioni della democrazia italiana, non solo a riguardo dello squilibrio introdotto dalla presenza di Berlusconi a capo del primo partito in Parlamento, ma anche della allergìa degli italiani per il ricambio e la tendenza quindi della nostra classe politica all’invecchiamento. Con tutto questo l’Italia è una democrazia e lo sarà ancora di più dopo il tramonto di Berlusconi e della conseguente anomalia in termini di concentrazione di media e politica nelle mani di un uomo solo. Lo stesso emergere di nuovi soggetti politici, alcuni dei quali privi di qualunque appoggio di gruppi economici o mediatici, dimostra quanto la politica italiana sia oggi pluralista. E allora non siamo in guerra, non siamo oppressi da una feroce dittatura, siamo in democrazia, nessuno ha bisogno di mettersi l’elmetto, anzi, come sempre in democrazia, c’è bisogno di difendere e di riconfermare ogni giorno i valori che la democrazia difende. Poche settimane fa qualche milione di persone è andato a scegliere Bersani come capolista della coalizione di sinistra: non sono d’accordo con questa scelta ma è una scelta democratica e legittima che qualche milione di elettore ha fatto in piena libertà. Sostenere che siamo in guerra, che la democrazia non è una priorità, sono cose che mi ricordano troppo certi slogan propri di chi la democrazia non la sopporta proprio.
Questo in ultima analisi è quello che mi induce a non votare per il Movimento Cinque Stelle, di cui pur condivido alcune critiche nei confronti della politica italiana, ovvero l’idea che abbattere e riformare il sistema sia la priorità e che la democrazia sia solo un fastidioso ostacolo. E invece la democrazia è proprio lo strumento per farlo, ed è quello che ha consentito al Movimento Cinque Stelle di avere i successi che ha avuto. Non a caso il Partito Democratico si è giovato, secondo i sondaggi, delle sue primarie e della prospettiva delle sue parlamentarie.
democracy.jpgCapisco l’insofferenza di tanti nei confronti della classe politica che ha governato l’Italia negli ultimi vent’anni e la tentazione di buttare tutto a mare, ma la maggior parte di questi insofferenti sono stati elettori in questi ultimi vent’anni e hanno scelto e votato questa classe politica. Non incolpino costoro il sistema, non incolpino la democrazia, incolpino sé stessi, come diceva proprio il protagonista del sopracitato film :“Ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate un colpevole.. non c’è che da guardarsi allo specchio”. E allora la contemplazione del disastro sia uno stimolo a votare meglio, a non ascoltare di nuovo le sirene di chi dimostri insofferenza verso uno strumento, la democrazia, che è l’unico che potrà risollevare il nostro benessere; sia uno stimolo a far sì che, tra vent’anni, non ci ritroviamo di nuovo a fare i conti con una classe politica talmente incapace da indurci a cercare consolazione in un comico, un piazzista o altri personaggi simili.
Farnetichi pure Grillo di guerra e di elmetto; io, senza nessun elmetto, andrò a votare il 24 Febbraio nella coscienza che quello che sarà del paese, come sempre, dipende da come voterò.

28 Dicembre 2012

Non ci sono ancora commenti ma sicuramente tu avrai qualcosa da dire...

Dì la tua

terremoto centro Italia

Ultimi interventi

Archivi

Categorie

Pagine varie

I miei posti preferiti

I miei blog preferiti

Feed su RSS

Meta

Technorati

FB NetworkedBlogs