Tecnicismo patologico

il-tecnico.jpgFu quando al liceo, tra il terzo e il quarto anno, cominciai ad appassionarmi di informatica che il mio destino culturale e professionale si delineò. In quel periodo iniziai a prendere in considerazione un corso di laurea scientifico; poi, in un momento di picco positivo dell’autostima, decisi di iscrivermi ad ingegneria. Fatti i miei sette anni nell’atmosfera inconfondibile (non necessariamente in senso positivo) del Politecnico di Torino, mi ci trattenni ancora per un anno nel post-laurea. Uscito di lì, eccomi ancora a fare il tecnico in un’azienda, dove ho continuato a lavorare in ambito tecnico pertinacemente, fino ai giorni nostri. Questo breve curriculum per farvi capire che ho passato buona parte della mia vita scolastica e l’intera vita lavorativa circondato da quella strana razza che viene correntemente definita “tecnico”, non nel senso di professionista prestato ad incarichi di governo, come è invalso nell’uso del gergo politico, ma nel senso più generico di chi abbia appunto seguito studi tecnici e praticato professioni tecniche. C’è poi chi come il ministro Profumo può assommare entrambe le definizioni di “tecnico”. E’ infatti il Rettore del Politecnico di Torino un ingegnere elettrotecnico che ha passato una vita da ricercatore e da professore, prima di raggiungere infine l’incarico di Ministro.  Di questo però parlerò più avanti, vorrei prima concentrarmi sulla prima definizione di tecnico.
Per anni ho pensato che la fama negativa del tecnico, come una strana sottospecie del genere umano caratterizzata da una mentalità chiusa e ristretta, fosse priva di fondamento.
Possibile - mi chiedevo - che il tuo modo di essere e di pensare sia così influenzato dal tipo di studio o di professione che svolgi? E perché?
Con gli anni mi sono dato una risposta che mi ha dapprima sconcertato, per poi trovarla sempre più convincente. Il tecnico, da che abbandona gli studi liceali, spesso per lui noiosi, di letteratura, storia o filosofia, non fa che relazionarsi con oggetti: strumenti meccanici, strutture edili, sostanze chimiche, campi elettrici, elettroni o altre particelle subatomiche. Tutta roba che ha caratteristiche, comportamenti, regole, ma che non prova emozioni e che tendenzialmente non sa prendere una decisione che sia una. Se selezioni una struttura portante, la sostanza per una reazione, un semiconduttore adeguato, sai che difficilmente deluderà le tue attese e se lo farà sarà perché hai sbagliato tu a misurarne le caratteristiche, non è stato l’oggetto a deluderti. Così il tecnico pensa anche al mondo sociale, come fosse popolato da oggetti, pensa alle persone come a entità misurabili, che ricevono degli stimoli in ingresso e che reagiscono in uscita in modo prevedibile e misurabile. Per carità, il comportamentismo ha a lungo analizzato la possibilità che si riesca a trovare un modello di questo tipo, ma alla fine i risultati di questo filone scientifico sono stati piuttosto deludenti. Eppure l’ingegnere rimane spiazzato dalle difficoltà che gli esseri umani ti creano quando cerchi di prevederli, quando cerchi di razionalizzarne fino all’osso i comportamenti, quando li pensi come un elettrone che reagisce sempre e comunque in quel certo modo ad un flusso di energia. Ci cadevo anch’io un tempo, quando trovavo tempo perso l’allestire coloratissime e animate slide powerpoint, quando percepivo come una pagliacciata le convention aziendali, quando il concetto di comunicazione, gestione delle risorse, motivazione e simili attività mi parevano concetti astratti ed astrusi. E invece quegli sgradevoli non tecnici che mi dicevano che sbagliavo avevano assolutamente ragione. Una persona va coccolata, stimolata, emozionata, convinta, affinché faccia quello che desideri faccia. Tutto ciò è forse pochissimo razionale ma purtroppo o per fortuna funziona proprio così.
profumo-pallottoliere-1024x659.jpgTutto questo per dire che ho l’impressione che il trionfalismo con cui Profumo ha commentato l’esito della preselezione per il concorso nazionale insegnante, possa essere il frutto perverso proprio di questo modo di ragionare. L’idea per cui se tizio sa cos’è un monopsonio o cos’è un doppino telefonico o che ora è a Roma mentre Fiona, Gina e Pamela prendono il sole a New York, allora appartiene ad una stirpe eletta sulla quale costruire la scuola di qualità del futuro, è come la cristiana separazione del grano dal loglio. Il problema è che le persone non sono meri esecutori di semplici proprietà scientifiche che li governano e che dipendono dalle loro proprietà, le persone sono esseri molto più complessi le cui capacità hanno numerorissime dimensioni non necessariamente l’una legata o correlata all’altra. Un individuo può essere abilissimo a risolvere quiz matematici, può conoscere perfettamente una lingua straniera, o avere straordinarie capacità analitiche, ma essere un totale incapace quando si trova di fronte ad una classe di ragazzini urlanti a dover spiegare il teorema di Pitagora o un sonetto di Petrarca. C’è di più: anche se trovassimo un modo migliore per misurare le capacità teoriche di un essere umano (ed è da dimostrare che ciò sia possibile) ci troveremmo di fronte ad un’altra proprietà degli esseri umani che i tecnici faticano ad assimilare: gli esseri umani prendono decisioni e quelle decisioni possono anche portarli a decidere di sfoderare le proprie capacità solo al bisogno e di tenerle per il resto ben nascoste. Un candidato può quindi benissimo sgobbare per qualche anno per passare i concorsi, conseguendo brillanti successi e poi trasformarsi nel più scansafatiche degli insegnanti. Se quindi un’azienda che produca auto può, selezionando meglio il suo controllo di qualità, attendersi legittimamente di avere delle auto migliori, senza doverne seguire le prestazioni dal primo chilometro alla rottamazione, chi invece si aspetti delle performance dalle persone non può aspettarsi che una selezione a priori basti ad avere una miglior qualità della prestazione, senza un adeguato e continuo controllo.
Abbiamo letto ovunque commenti sulla preselezione al concorso nazionale per insegnanti: le domande erano ambigue,  astruse, spesso formulate male o in modo fuorviante. Soprattutto era poco orientata alle capacità richieste per essere un buon insegnante. Ma anche se la preselezione fosse stata strutturata in modo più orientato alle capacità cognitive che un insegnante deve avere, anche se il concorso che ne seguirà non avesse alcune incomprensibili paradossi (ha senso richiedere una conoscenza dell’inglese e a livello B2 per gli insegnanti della primaria?), rimarrebberro solo delle selezioni teoriche. Il concetto di scuola moderna, di scuola di qualità, nella mia testa si coniuga con un controllo continuo dei risultati di chi insegna, della qualità quindi della didattica. Sarebbe come se un capo ufficio si vantasse di avere un metodo di selezione delle persone assunte talmente efficace da non avere bisogno poi di verificare come se la cavano i suoi collaboratori quando messi all’opera.
Profumo o il prossimo ministro dell’Istruzione potranno legittimamente parlare di scuola di qualità quando ci si sarà messi nella condizione di valutare giorno per giorno l’effettiva qualità della didattica. Valutare la qualità di un servizio solo dal metodo di selezione di chi lo eroga è illusione tecnocratica che trovo rasenti francamente il patologico.

22 Dicembre 2012

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