Ma che scuola vuoi?

La situazione della scuola italiana, vista dall’esterno, è un ribollire di conflitti più o meno armati, una guerra non dichiarata tra il Ministro in carica e il personale scolastico, con scontri, incontri, accordi e colpi bassi.
Gli ultimi round si sono combattuti nelle ultime settimane sulle ore di lezione degli insegnanti di scuola media, che il Ministro Profumo aveva proposto di aumentare da 18 a 24. Considerando che più ore di lezione significano più classi, quindi più compiti da correggere, più colloqui con i genitori, più riunioni eccetera, l’aumento di orario effettivo poteva realisticamente essere ben maggiore di 6 ore. Anche il più inflessibile negriero stenterebbe a proporre ai suoi schiavi un aumento di un terzo dell’orario di lavoro senza nemmeno una fetta di pane in più nel rancio, ma Profumo non è sembrato in un primo tempo porsi il problema; poi però ci ha ripensato e ha deciso di soprassedere per il momento. Alla fine l’aumento di orario è saltato, questo soprattutto per bloccare lo sciopero della scuola previsto per il 24 Novembre. Oltre all’aumento il governo si è giocato, per fermare i sindacati, un’apertura sugli scatti di anzianità per gli insegnanti, lo sblocco però al momento pare destinato a gravare per la maggior parte sui fondi di istituto, ovvero il denaro necessario per le attività scolastiche, quindi l’insegnante rischia di avere più soldi in tasca ma di non avere gli strumenti per insegnare. Insomma la guerriglia continua.
Come per molte guerre che si trascinano da anni la domanda che viene da farsi è “Perché?”, ovvero qual è l’obiettivo finale di questo lavoro ai fianchi che il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca sta compiendo da anni sugli insegnanti.
Che il Ministro precedente, Mariastella Gelmini, fosse stata messa lì solo come curatore fallimentare di una Scuola la cui utilità il capo di quel Governo non aveva chiara, è evidente e non mi sorprende quindi che non ci fosse un piano che non fosse di sottrarre alla scuola progressivamente risorse. Stento a credere invece che un personaggio come Profumo non abbia un piano: magari il suo piano non lo condividerei, ma sarebbe già consolante ne avesse. Possibile invece che non abbia in testa un’idea di come dovrebbe essere la Scuola italiana del terzo millennio? Se ce l’ha certamente non l’ha lasciata trasparire nei mesi in cui ha ricoperto il dicastero.
Di idee se ne possono proporre tante: iniziamo con il dire che la scuola di oggi è diversa da quella di vent’anni fa, non c’è crescita demografica da molti anni e il reclutamento di insegnanti deve essere certamente ripensato. Ho l’impressione che in un mondo dove le informazioni sono facilmente reperibili, la funzione di semplice trasmissione delle informazioni è irrilevante e l’insegnante deve diventare soprattutto un attivatore delle attitudini dei ragazzi e un controllore dei loro progressi. L’insegnante che recita la lezione leggendo dal libro non era un bello spettacolo ai tempi dei miei studi, oggi diventa davvero un anacronismo. A proposito di insegnanti qualcosa di cui si parla da anni è il premio al merito, ma verso questa idea sono stati fatti davvero pochissimi passi e non si capisce anche qui quale sia il punto di arrivo: un pagellino per ogni insegnante? E redatto da chi? Dal dirigente di riferimento? Da una commissione super-partes? O dal risultato dall’immancabile test a crocette? E in quest’ultimo caso il test va somministrato all’insegnante o ai suoi studenti? La risposta a queste domande fa molta differenza ovviamente: il test a crocette come sempre è difficilmente contestualizzabile (gli stessi risultati possono essere un miracolo in una scuola di una periferia disagiata e un fallimento in una scuola di una zona residenziale abbiente) e per controllarne eventuali abusi è necessario comunque un controllo (altrimenti, come oggi per il Test Invalsi, faccio circolare le risposte esatte e nella mia scuola o classe risultano essere tutti dei geni). Però se ci vuole invece un controllo bisogna tener presente che la commissione super-partes costa e che il giudizio del dirigente presuppone una struttura dirigenziale della scuola diversa da quella attuale, nella quale i dirigenti spadroneggiano sul proprio orticello come dei piccoli Gauleiter, con potere assoluto su tutto e tutti. Per trasformare tali personaggi in appassionati del merito occorre una struttura di controllo che premi le scuole che funzionano meglio, anche questo costa, ma d’altronde anche una scuola inefficiente costa: una scuola in cui insegnanti ignoranti e sfaccendati fanno danni e altri bravi e competenti rimangono nel precariato è una scuola che costa alla collettività.
Rimane poi il fatto che anche il dirigente con le migliori intenzioni non può che reclutare i suoi insegnanti in base alle graduatorie e non è inutile chiedersi se le graduatorie riflettono davvero il merito. Al di là infatti dell’impossibilità pratica di misurare, in un qualunque genere di test, le capacità effettive di insegnamento, cosa che obbliga il ministero a misurare gli insegnanti sulla base delle competenze teoriche, c’è l’annoso problema dei concorsi fasulli, delle raccomandazioni, di quelli che copiano senza che nessuno li sanzioni. Anche qui forse servirebbero controlli più capillari, commissioni più numerose e variegate, tutte cose che costano naturalmente. L’alternativa potrebbe essere il prendere atto del fallimento delle graduatorie e dei concorsi nazionali e indirizzare la scuola verso una svolta in senso cooptativo, ovvero una modalità selettiva per la quale le nomine sarebbero effettuate dal dirigente scolastico selezionando soggettivamente l’insegnante che ritiene più adatto per il posto vacante. E’ un meccanismo che vige in ogni azienda e se vige è perché evidentemente funziona abbastanza bene, però presuppone un apparato di dirigenti scolastici con un certo approccio rispetto al merito, altrimenti ci ritroveremmo scuole ridotte a corti di insegnanti incapaci ma conniventi con un dirigente che fa i comodi propri, e qui torniamo al tema del controllo sui risultati dei dirigenti.
Un altro tema sulla scuola che spesso è dibattuto è l’indirizzo di studi. Se ci sono esponenti del governo che credono opportuno ricordare agli studenti che non devono aspettarsi necessariamente di poter lavorare su ciò che hanno studiato, a qualcuno potrebbe venire il dubbio che questa illusione sia instillata negli studenti da un sistema scolastico che tende, in ogni campo del sapere, a specializzare fortemente gli studenti, a partire dalle molteplici scuole secondarie superiori, per non parlare delle infinite specializzazioni universitarie. E’ legittimo chiedersi perché un sistema scolastico ti porta alla più esasperata delle specializzazioni per poi gettarti in un mondo del lavoro in cui dovrai fare la prima cosa che ti capita. Il sottoscritto si è laureato in ingegneria elettronica una ventina di anni fa e ha da allora, pur lavorando sempre in ambito tecnico, sfruttato una parte davvero minima di quanto appreso, facendo invece corsi su corsi di comunicazione, psicologia del lavoro e dell’organizzazione, economia; questo con buona pace di personaggi che da anni farneticano sull’inutilità di taluni corsi di laurea e l’indispensabilità di talaltri. E allora forse può essere il caso di domandarsi se non sia il caso di avere una formazione più interdisciplinare, nella quel ogni laureato ha una infarinatura di diverse discipline, tale da essere indotto a non trovare poi così disdicevole fare cose diverse dalla propria specializzazione.
491px-pier_luigi_bersani.JPGNon voglio qui disegnare la scuola del futuro. Non ho la competenza né l’esperienza per farlo ma mi aspetto che chi ce l’ha si sia posto alcuni se non tutti gli interrogativi sopra esposti. Perché allora non è in grado di formulare un progetto complessivo di riforma della scuola, che non sia solo una sequenza infinita di tagli ai costi? Forse proprio perché ristrutturare la scuola avrebbe dei costi, che forse sarebbero recuperati nel tempo, ma che in primis richiederebbe un’esposizione economica e oggi nessuno ha voglia di impegnarsi a farlo.
Lasciamo perdere il passato (Gelmini e suoi predecessori) e il presente (Profumo, minsitro di un Governo ormai dimissionario) e guardiamo al futuro. Chi oggi annuncia la sua candidatura per governare il nostro paese, candidature che presumibilmente verrà accettata dagli italiani, deve dirci che scuola ha in mente.
La scuola è uno dei capitoli più importanti della vita di ognuno di noi e, come elettore, mi è difficile pensare di votare per chi lasci un punto interrogativo su quest’area, come colpevolmente è stato fatto alle primarie PD. Di qui a Marzo, se si voterà a Marzo, come elettore mi aspetto che chi cerchi il mio voto mi spieghi come rispondere alle suggestioni che ho posto sopra e che idea ha della scuola del futuro. Chi pensi alla scuola che formerà mia figlia come ad un limone, nel quale forse c’è ancora qualcosa da spremere, si scordi di avere il mio consenso.

11 Dicembre 2012

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