La valle dell’Eden

john-steinbeck.jpgSe non avessi dovuto preparare un autore americano a scelta per l’esame di Letteratura Anglo-Americano e non mi fossi reso conto di non aver mai letto nulla di Steinbeck magari sarei rimasto ancora a lungo a digiuno di questo scrittore e se il riferimento al mito dell’America come giardino dell’Eden non fosse stato frequente nel programma d’esame magari avrei scelto testi più gettonati dalla critica: “Furore” o “Uomini e topi”. E invece la scelta è caduta proprio su La Valle dell’Eden, nonostante avessi trovato anni fa tutt’altro che esaltante il film omonimo di Elia Kazan. Raramente scelta così poco consapevole è stata più azzeccata: devo dire infatti che ho trovato  il libro assolutamente delizioso. Splendido l’intreccio in cui il bene e il male sono sistematicamente rappresentati come due facce della stessa medaglia che alla fine si mescolano e si confondono. Indimenticabili i personaggi, a partire dalla splendida Cathy, donna inerosabilmente e gelidamente crudele e per la quale pure Steinbeck finisce per instillare nel lettore un’insospettabile empatia, smitizzando una volta in più la contrapposizione tra bene e male e riconducendo il mostro a fattezze umanissime. Indimenticabili però ho trovato  soprattutto due personaggi tra tutti: il contadino irlandese Samuel Hamilton e il cameriere cinese Lee (non a caso nel suo film Kazan li aveva ignorati). E’ già affascinante la stessa idea che i due personaggi più positivi dell’opera siano due uomini socialmente e moralmente umili, e questo dice tanto su Steinbeck e sulla sua scala di valori sociali. Non dimentichiamoci del resto che l’autore californiano abbandonò una prestigiosa carriera universitaria a Stanford per andare a lavorare in fabbrica. Soprattutto però quello che emerge dai tratti che l’autore assegna ai due personaggi è una concezione della cultura per nulla scontata. Mettere tanta curiosità intellettuale, tanto entusiasmo per la conoscenza, in due uomini di umile estrazione e di umile collocazione sociale trasmette un’idea della cultura ben diversa da quella che spesso ci figuriamo. Leggendo le parole di Samuel Hamilton o di Lee capiamo che la cultura può non essere un accumulo utilitaristico di nozioni, né uno strumento di crescita sociale, né ancora uno sfoggio narcisistico di conoscenze fine a sé stesse, ma può essere conoscenza del mondo raccolta per proteggere sé stesso e i propri cari dal medesimo, finalizzata a saper fronteggiare le proprie e le altrui sventure, a poter navigare nel mare dell’esistenza proteggendo la propria chiglia dalle ondate più devastanti. Conoscere significa capire e interpretare, e ciò ci permette di interagire con noi stessi e con gli altri, magari non di avere successo, denaro e fama, ma di poter vivere bene, di essere felici e rendere felice chi ci circonda. Questo è il messaggio che “La Valle dell’Eden” mi lascia ed è un messaggio di quelli che ti lasciano una sensazione estremamente piacevole.

10 Gennaio 2013

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