Quando la Juve perse il suo stile

Il termine “Stile Juventus” ha un’origine incerta ma molto lontana nel tempo. Giovanni Agnelli (nonno del popolare Avvocato) negli anni venti parlava già di “Eleganza, professionalità e mentalità vincente”. Poi il protocollo è diventato, negli anni successivi, Semplicità, Serietà, Sobrietà. Ma la sostanza dello “Stile Juventus” ha sempre risieduto in un modello di comportamento efficace e operoso, ma con tono sempre sommesso, che è tipico della cultura tradizionale piemontese, dalla figura storica (seppur discretamente romanzata) di Pietro Micca a quella letteraria di Monsù Travet, modello che nell’alta borghesia sabauda si è sempre mescolata ad una certa aria seriosamente altezzosa. Nel passato più recente questo modello fu impersonificato da Gianpiero Boniperti: prima, da giocatore, capitano di lungo corso e recordman di presenze e gol, e poi da Presidente, protagonista di un periodo di grandi successi. Nonostante il suo ruolo da primadonna (che gli valse il nomignolo di Marisa) era poco incline alle interviste, alle esibizioni pubbliche, poco propenso alle polemiche e ai battibecchi, restio ad offrire la squadra ai media come fece negli anni ‘80, vietando ai suoi giocatori la partecipazione al Processo del lunedì antesignano dei talkshow calcistici. Poi arrivarono personaggi meno eleganti, come il duo Moggi e Giraudo, ma l’approccio della casa madre rimaneva simile: poca presenza mediatica, poche polemiche, se l’arbitro ci danneggia meglio mantenere bassi i toni e così via, anche se c’era chi mordeva i freni la famiglia invitava a tenersi in disparte. Però il mondo attorno alla Juventus era cambiato nel frattempo: da una parte la sobrietà e la semplicità non erano più valori particolarmente popolari, dall’altra la famiglia Agnelli non aveva più la centralità nella vita pubblica italiana che aveva avuto. Era diventato sempre più importante apparire, esibirsi, esserci.  Perché se non c’eri erano gli altri a parlare e quello che gli altri dicevano diventava l’unica verità; peraltro, a differenza del passato, nessuno si faceva problemi ad attaccare Casa Agnelli, anche perché protetto da padrini di pari se non maggior peso.
Molti però non si rassegnavano ai tempi, nemmeno le bufere mediatiche sempre più forti e dirompenti li preoccupavano, nella convinzione che alla fine i fatti avrebbero premiato la sobria operosità juventina. Venne poi il 2006 e la retrocessione in Serie B e molti, moltissimi, cominciarono a dubitare. All’inizio ci si autopercosse, si pensò che davvero dovevamo averla fatta grossa, ma poi si diffusero i primi dubbi sull’inchiesta, le prime rivelazioni scomode sulla Calciopoli degli altri, quella di cui nessuno voleva parlare, e allora molti hanno cominciato a convincersi che, se disparità di trattamenti c’era stata, se l’inchiesta era andata in una sola direzione, finendo per scambiare un diffuso malcostume per frode, era anche perché quello scenario assecondava un immaginario collettivo e quell’immaginario collettivo si era creato perché negli anni nessuno si era preoccupato di difendere l’immagine della Juventus. I fatti non potevano bastare più, difendere l’immagine era diventato altrettanto importante, e non difendere la propria immagine era il miglior viatico per il disastro. Se in quel frangente si diffusero le voci di un complotto della famiglia Agnelli volto a spodestare Moggi e Giraudo è anche perché sembrava impensabile che la famiglia Agnelli avesse consentito che tutto ciò accadesse, ma anche qui si comprese che l’Italia del duemila era un Italia in cui la famiglia Agnelli valeva quanto altre. Lo juventino si scoprì insospettabilmente vulnerabile. Vulnerabile perché privo di un sistema mediatico asservito, come le altre rivali, vulnerabile perché privo di un potere politico-economico egemone, ed è quando ti scopri vulnerabile che stile ed eleganza fanno più fatica a sopravvivere.
Era sempre più evidente che l’assenza dai media, il rifiutarsi si ribattere, aveva lasciato campo libero a chi vendeva una verità diversa e aveva propiziato quella caccia alle streghe che aveva portato alla cancellazione della Juventus. C’era però ancora qualche duro e puro che resisteva, che sosteneva che aveva sbagliato Moggi, che la Juve non poteva che essere ancora quella di Boniperti, arrivò alfine la vicenda Conte a togliere gli ultimi dubbi, a convincere anche gli ultimi stoici a scendere dalla montagna e a gettarsi nell’arena a combattere con tutti gli altri.
conte-calcioscommesse_2.jpgEh sì, perché lo stile oggi bisogna poterselo permettere, l’Italia non è più quella in cui la famiglia Agnelli dettava legge, oggi altri gruppi, di pari se non superiore consistenza, contendono agli Agnelli il potere nell’economia come nel calcio, e la battaglia si gioca anche e soprattutto di fronte all’opinione pubblica e non la si può combattere con il fioretto perché, come Bossi prima e Grillo poi ci hanno insegnato, l’Italia di oggi al fioretto preferisce la clava. E allora ecco la Juve cambiare volto, diventare rissosa, polemica, pronta a rispondere colpo su colpo. E anche i tifosi sono cambiati: una volta alla provocazione sugli arbitri rispondevano con indifferenza, rimproverando agli altri di sapersi solo attaccare a questi alibi, oggi reagiscono con i dossier, sciorinando tabelle, statistiche e studi, riempiendo i forum di proteste contro televisioni, stampa e altre fonti ritenute faziose. Insomma lo stile, la sobrietà, i toni sommessi non ci sono più, Giovanni Agnelli si rivolta nella tomba e Boniperti non cela il suo disgusto.
Anche chi scrive non nasconde la sua nostalgia per i tempi in cui bastava fare spallucce, in cui i tifosi bianconeri non avevano bisogno di contrapporre propri alibi agli alibi altrui, ma la verità è che la Juve e, di riflesso, i suoi sostenitori, ci ha messo fin troppo tempo ad adeguarsi ai tempi, ha capito con ritardo che era ora di disfarsi di un complesso di superiorità ormai anacronistico. Intendiamoci, i recenti sviluppi di Milan-Juve dimostrano che c’è sempre una differenza, che in circostanze analoghe la Juve sa ancora essere un passo avanti agli altri, ma oggi quel passo in più lo deve mostrare, lo deve esibire, non basta più esserlo soltanto. Alessio deve sottolineare in tv, come ha giustamente fatto, che se l’errore fosse stato in direzione opposta si sarebbe scatenato il finimondo, lasciando intendere quanto sbilanciata sia l’informazione “mainstream”. Lasciare questa constatazione all’acume del pubblico sarebbe oggi un errore.
E’ la legge della modernità che ci dice che è vero solo ciò che appare o che traspare. Se è vero che stile è differenziarsi, non si può negare che è stile anche apparire, esibirsi, ma con forma e contenuti diversi rispetto agli altri: è solo uno stile diverso da quello di Boniperti. Chi rimpiange lo “Stile Juventus” deve rassegnarsi che è stile anche questo, stile terzo millennio…

1 Dicembre 2012

Non ci sono ancora commenti ma sicuramente tu avrai qualcosa da dire...

Dì la tua

terremoto centro Italia

Ultimi interventi

Archivi

Categorie

Pagine varie

I miei posti preferiti

I miei blog preferiti

Feed su RSS

Meta

Technorati

FB NetworkedBlogs