Continassa e tabù

cascina-continassa.jpgCome molti sapranno negli ultimi mesi uno dei temi più dibattuti dal Consiglio Comunale di Torino è stata la vicenda dalla Cascina Continassa e l’accordo di cessione del suo terreno che il Comune sta realizzando con la Juventus. La Continassa è una cascina che si trova a poca distanza dallo stadio della Juventus e che da decenni è in disuso. Fu vagamente ripulita nel 2006 in occasione della rievocazione dell’Assedio di Torino una parte della quale si svolse nel terreno antistante. Da allora è solo un vecchio edificio diroccato. Nel terreno circostante si trova anche la famosa Arena Rock, una spianata predisposta a suo tempo per concerti, e pressoché mai utilizzata, prima di decidere di affittarla ad un soggetto privato che aveva intenzione di predisporvi una pista per gokart.
continassa.jpgMesi fa la Juventus avanzò una proposta per l’acquisizione del cosiddetto “diritto di superficie” del terreno per 99 anni, la stessa formula con la quale aveva acquisito il vicino terreno su cui ha costruito  lo stadio. Obiettivo della Juve era costruire lì sede, campi di allenamento e altre strutture commerciali e residenziali, tra cui un albergo. L’offerta e la domanda si sono incontrate alla fine su 10,5 milioni, nel senso che il Comune ha pubblicato a Luglio un’inserzione su Repubblica pubblicizzando l’offerta della Juventus senza ricevere proposte migliori. Succede poi che a Novembre si scopre che la Juventus ha rivisto il progetto aumentando la percentuale di area residenziale (da 6 a 12 mila metri quadri) rispetto al totale edificato che resta di 33 mila metri quadri. Giustamente qualcuno eccepisce, visto che l’accordo era su un progetto diverso, e viene quindi richiesta una nuova perizia che aumenta il valore di un milione e 200 mila (sulla base di un maggior valore a metro quadro dell’area residenziale stimata in 200 euro). In sintesi un’area inutilizzata viene ceduta ad un soggetto privato: niente di particolare né scandaloso apparentemente, specie in un momento in cui il Comune è alla disperata ricerca di fondi per chiudere un pesante buco di bilancio che i cittadini hanno già pagato nella forma di una stangata IMU. C’è chi però non è d’accordo e ne nasce una campagna portata avanti da una parte dal tifo del Torino, dall’altra dal Movimento 5 Stelle e da alcuni altri consiglieri di opposizione. Si contesta in particolare la cifra ritenuta troppo bassa. Qui e lì si confrontano valutazioni diverse sulla modalità di calcolo del valore di mercato presunto, alcune delle quali anche piuttosto singolari.
continassa_progettojuve.png L’unica comparazione possibile a mio parere è quella con transazioni simili: un esempio è quello del recente acquisto da parte di Auchan dell’area ex-Viberti di Nichelino per edificarvi un nuovo centro commerciale. In questo caso mi risulta che il prezzo di acquisizione sia stato di 40 milioni per un’area più ampia (23o mila contro 180) di quella della Continassa e soprattutto sfruttata molto più intensamente (180 mila metri quadri edificati contro 33 mila). L’impressione è che quindi l’ordine di grandezza sia quello, il fatto poi che nell’area ci siano già supermercati e centri commerciali in abbondanza fa ulteriore differenza e rende poco appetibile quell’area per altri soggetti che vogliano comprarlo per scopi analoghi a quelli di Auchan; certamente quindi parlare di regalo mi pare del tutto fuori luogo.
Al di là però di valutazioni sul prezzo più adeguato, che non possono che essere sempre fatalmente parziali, c’è un punto per me decisivo, ovvero il fatto che, se il prezzo fosse davvero così basso come sostenuto, mi risulta difficile pensare che da Luglio ad oggi nessuno si sarebbe mosso per fare al Comune una controfferta. A questo punto, non essendoci nessun progetto di utilizzo pubblico alternativo, respingere l’offerta della Juventus avrebbe significato per il Comune doversi tenere il terreno e dover rinunciare a 11,7 milioni senza alcuna motivazione concreta: una decisione che non sarebbe facile da spiegare ai cittadini già furenti per l’appesantimento dei tributi locali.
Descritto il quadro della vicenda, ho l’impressione che ci siano due problemi di fondo di cui questa polemica è metafora. Il primo è legato specificamente alla Città di Torino, che non riesce a liberarsi di un complesso di persecuzione da cui è afflitta nei confronti della famiglia Agnelli, complesso che porta a vedere complotti pro-Agnelli in ogni atto politico deciso da queste parti. Che gli Agnelli abbiano regnato su questa città e che, come tutte le eccessive concentrazioni di potere, anche quella degli Agnelli non abbia fatto bene alla città è sicuramente vero, così come è vero che, come qualunque altra azienda egemone, anche FIAT ha cercato di influire e ha influito sulla politica torinese. Tuttavia da quando sono nato sento accusare FIAT e gli Agnelli di tutto quanto accade di spiacevole a Torino e sento raffigurare Torino come la corte degli Agnelli e questa rappresentazione francamente mi pare eccessiva e inadeguata. Non stupisce che oggi, quando sempre meno il gruppo FIAT si identifica con Torino, questo complesso di persecuzione si concentri con quella che è l’unica parte del gruppo invece ancora fermamente ancorata a Torino, ovvero la Juventus.
Al di là però di una visione localistica della cosa, c’è un senso e una dimensione più generale che credo di intercettare in questa vicenda. In molti commenti che ho letto alla vicenda si respira infatti, oltre all’anti-agnellismo, un concetto antico e più genericamente italiano di ostilità aprioristica verso il privato, in quella dimensione di pensiero che colloca privato e pubblico in una contrapposizione assiologica che fa del pubblico un contesto controllato e rassicurante e del privato invece un mondo oscuro, inquietante, in cui tutto può succedere. Quindi meglio un terreno incolto e una cascina diroccata ma in mani pubbliche, che cedere il tutto ad un privato, chiunque esso sia e qualunque siano i suoi progetti.
Questa dimensione di pensiero è storicamente patrimonio della sinistra, ma visto che pare che le ideologie non esistano più (ma è poi vero?), tanto vale appropriarsi di pezzi di ideologia altrui ed ecco che anche tra chi di sinistra non è o almeno crede di non esserlo, si diffonde l’idea che privatizzare sia un atto foriero di sventura. Non so bene se questa concezione ci viene da modelli socialisti dell’economia o affonda le radici anche più indietro. In ogni caso questo genere di tabù ideologici, queste idee che ci fanno fermare un passo indietro rispetto ad una oggettiva (per quanto possibile) valutazione di costi e benefici sono qualcosa che incide negativamente sul modo in cui il patrimonio pubblico viene amministrato. Se da una parte gran parte del patrimonio pubblico giace inutilizzato e dall’altra privatizziamo quello che forse varrebbe la pena rimanesse pubblico è anche perché la scelta tra l’un e l’altro approccio viene fatta troppe volte su base ideologica e non su un’analisi razionale di costi e benefici. Intendiamoci, anche nella mia sensibilità la parola “pubblico” ha una connotazione positiva, ma perché mi viene da associare a “pubblico” l’idea di un bene di cui tutti possiamo fruire: un parco pubblico, una scuola pubblica, una spiaggia pubblica, un ospedale pubblico, ma un bene pubblico che non posso usare è come un vestito chiuso da anni in un armadio in soffitta, meglio cederlo a chi lo utilizza.
Alla fine è sconsolante che in un’epoca che si definisce postideologica, in cui crediamo di aver superato le categorie di bene o male, si ragioni e si valuti la realtà ancora e sempre dividendo ciò è buono da ciò che è cattivo sulla base di categorie ampie ed assolutamente eterogenee: i privati sono cattivi, gli imprenditori sono cattivi, le banche sono cattive, gli economisti sono cattivi, la “gente” è buona. Se vogliamo migliorare le nostre vite dobbiamo essere in grado di capire cosa è positivo e cosa è negativo per il nostro benessere e distinguere di conseguenza privato positivo da privato negativo, imprenditore positivo da imprenditore negativo, progetto positivo da progetto negativo. Semplificare e generalizzare è operazione comoda e intellettualmente poco dispendiosa, ma se vogliamo essere buoni cittadini del terzo millennio un po’ di fatica dobbiamo abituarci a farla.

16 Gennaio 2013

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