Ti scappa una parola…

428px-elsa_fornero.JPGSarà perché studio Scienza della Comunicazione e faccio un lavoro in cui la comunicazione è importante che trovo sempre curioso come le regole della comunicazione sembrino essere percepite da taluni personaggi pubblici di rilievo come una crudele vessazione, un insostenibile vincolo alla propria libertà espressiva. Ieri Elsa Fornero si è sentita in dovere di ricordare il fatto che, nella veste di ministro, non le venga consentito di farsi scappare nemmeno una parola fuori dalle righe. “Ti scappa una parola ed è quella che fa il titolo dei giornali. E determina dibattiti che durano una settimana, ma questo è uno stato del mondo e quindi e inutile lamentarsi”. Più che uno stato del mondo è uno stato dei mestieri nei quali la comunicazione ha un ruolo fondamentale e certamente il Ministro è uno di quelli. Non è l’unico, anzi vi sono pochi mestieri e pochi contesti in cui una parola sbagliata non possa creare disastri.
Del resto succede a tutti noi di sentire come un’ingiustizia profonda il fatto che una cosa sbagliata detta ad un colloquio di lavoro, durante una presentazione al Direttore Generale, ad un esame universitario, perfino ad un appuntamento amoroso, ne abbia compromesso l’esito vanificando un lungo lavoro di preparazione, le nostre speranze, i nostri sogni. Tutto per colpa di una parola, una piccola parola dal sen fuggita. La ricchezza di concetti che sentiamo di detenere chiusi nella nostra mente è così smisurata che percepiamo come una vessazione il dover convogliare tanta opulenza nello stretto imbuto del messaggio comunicativo. Ma non è che ci sopravvalutiamo un po’? Non è che effettivamente comunichiamo male perché pensiamo male? Non è che la parola sbagliata al colloquio di lavoro esce a noi e non ad altri perché altri sono più bravi di noi o almeno più adatti di noi a lavorare in un’azienda? Se ad appuntamento amoroso diciamo la parola sbagliata forse è perché pensavamo la cosa sbagliata o forse eravamo la persona sbagliata con la persona sbagliata?
Forse la Fornero pensa effettivamente che siamo troppo schizzinosi o “choosy”. E forse ha anche ragione, o meglio avrebbe ragione se fosse una delle tante signore che sul divano in velluto rosso di un caffé del centro discettano su quanto i giovani d’oggi non vogliano fare più certi lavori. Invece è un ministro e un ministro più che lamentarsi di quanto i giovani siano schizzinosi, dovrebbe chiedersi cosa può fare un ministro per rendere i giovani un po’ meno “choosy”. Ad esempio potrebbe suggerire al suo collega Profumo di rendere l’università italiana un po’ meno specialistica ed un po più interdisciplinare. Non è così strano che dopo aver passato cinque anni della tua vita a spaccarti la testa su cellule e microorganismi l’idea di lavorare in un call center ti faccia schifo, o dopo aver approndito per anni il pensiero di Nietzsche e Heidegger imparare ad usare MS Access ti sembri una maledizione. Se nella società di domani le persone dovranno cogliere tutte le opportunità che gli capitano, dovranno essere persone di ampia apertura mentale, che trovino interessante Jung quanto Keynes, Max Weber quanto Heisenberg. Abituarli alla specializzazione può non essere una buona idea in questo senso.
Questo genere di idee un ministro deve proporre, recriminare sul caratteraccio dei giovani pare un modo per non fare il proprio mestiere e non è un approccio adeguato al ruolo che ricopre. Metterci una pezza accusando il modo in cui va il mondo è ancora meno meno adeguato.

7 Novembre 2012

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