L’altra casta

Da anni una delle più delle più comuni letture della vita pubblica italiana è quella della “Casta” ovvero la rappresentazione della classe politica come di un gruppo intento prima di tutto a difendere i propri privilegi e, solo secondariamente, a svolgere il proprio ruolo. Le stesse caratteristiche però le possiamo trovare in realtà in molti altri contesti e altre professioni. Da un po’ di tempo noto tuttavia che in pochi casi tale fenomenologia sia così sviluppata come nell’ambito della professione giornalistica.
L’opinione pubblica non manca di indignarsi (giustamente) quando scopre che, di fronte ad una richiesta di autorizzazione a procedere per un deputato, di fronte ad un’inchiesta sulla politica, si crea spesso un fronte difensivo trasversale di esponenti dei diversi partiti pronti a brandire lo scudo dell’immunità o a sfruttare tutta la propria visibilità mediatica per attaccare la “magistratura politicizzata”, questo indipendentemente dall’appartenenza politica o da ogni analisi del caso specifico. Eppure anche quando in questi giorni è stata resa definitiva la condanna del direttore de Il Giornale Sallusti a 14 mesi di reclusione, lo stesso fenomeno si è manifestato all’interno del mondo della stampa: un’adesione trasversale alle ragioni del giornalista, in nome della libertà di stampa, caratterizzata da un’analisi molto superficiale, per non dire nulla dei fatti.
I fatti sono i seguenti: il 17 Febbraio del 2007 il quotidiano “La Stampa” pubblica, con scarsissima professionalità, un articolo (scritto tra l’altro abbastanza male) nel quale si parla di una ragazza che era stata ricoverata all’ospedale Regina Margherita di Torino in stato di shock a causa dell’aborto impostogli, apparentemente contro la sua volontà, dai genitori e dal giudice del Tribunale dei Minori. La giornalista Grazia Longo raccoglie il parere, probabilmente un po’ avventato, del primario, insieme agli sfoghi della ragazzina e lo riporta come fosse una notizia. Pressata dalle rettifiche pubblicate dall’ANSA, La Stampa già il giorno dopo rettificava indicando che, contrariamente a quanto sostenuto, la ragazza aveva dato il suo consenso all’aborto, e che nessuna costrizione era venuta dal giudice, interpellato solo per aggirare la necessità del consenso del padre, tenuto all’oscuro della vicenda. Il presidente del Tribunale di Torino, Mario Barbato, invierà poi una lettera al quotidiano torinese in cui chiarirà ulteriormente la situazione.
Successivi approfondimenti rivelavano contorni certamente molto complessi, i genitori (in realtà adottivi) erano separati, la ragazza aveva dei problemi caratteriali pregressi e il trauma dell’aborto li ha solo accentuati. Insomma una vicenda talmente complessa e drammatica, che il solo pronunciarsi sulla stessa (in qualunque modo) può essere dimostrazione di scarsa sensibilità. Nel frattempo però Il Giornale aveva pubblicato il pezzo di un anonimo Dreyfus (poi rivelatosi essere il famigerato Renato Farina) il quale, dando per certe le prime notizie, si scagliava contro giudice e genitori invocando per costoro niente meno che la pena di morte. Si può pensare quello che si vuole del contenuto dell’articolo e della maledizione scagliata verso i malcapitati, ma alla base dell’articolo c’era una notizia innegabilmente falsa. Come reagiva allora la redazione de Il Giornale? Scuse? Giammai… Rettifiche? Nemmeno quelle… Alla fine Sallusti, quale Direttore Responsabile, si beccava una bella denuncia per diffamazione ma anche lì, nemmeno una scusa, un “mi dispiace” di aver contribuito a mettere in croce chi di croci ne aveva già abbastanza. Alla fine di questa aberrante storia arrivava quindi una condanna che ha determinato una levata di scudi della stampa italiana.
sallusti-340x483.jpg Sallusti non è propriamente un galantuomo e non credo stia simpaticissimo a quelli che non condividono le sue aderenze politiche, eppure anche un giornalista decisamente a lui non vicino come Ezio Mauro parla di “sentenza scandalosa” e aggiunge “Non si può andare in galera per un’opinione, anzi per il mancato controllo su un’opinione altrui“. Se ragioniamo in termini di contrapposizione politica tenderemmo quasi a fidarci di Mauro e a prendere per buona la sua versione. Purtroppo per Mauro e per quelli che, come lui, sono corsi al capezzale del collega condannato, la sentenza non ha nulla a che vedere con l’espressione di un’opinione e il mancato controllo non è stato su un’opinione ma su una notizia. L’invettiva contro i presunti rei (questa sì un’opinione per quanto aberrante) avrebbe potuto semmai configurare l’istigazione alla violenza o apologia di reato ma non certo la diffamazione che è invece oggetto della condanna. Il reato di diffamazione, per il quale Sallusti è stato condannato, è scattato invece a causa della diffusione di una notizia falsa e della mancata rettifica successiva. Si tratta semplicemente di un’evidente violazione della più elementare deontologia professionale. Sarebbe come se un ingegnere che ha firmato il progetto di uno stabile poi crollato consideri il reato che gli viene contestato come un reato d’opinione, perché lui aveva espresso l’”opinione” che lo stabile era ben progettato. Mi dispiace per Sallusti e per i giornalisti che gli tengono bordone ma chi scriva su un giornale ha una responsabilità enorme e quanto scrive può fare danni paragonabili a quelli che può fare un ingegnere civile malaccorto. E allora è giusto, anzi doveroso, che quando quei danni sono legati ad una manchevolezza nell’espletamento del proprio dovere professionale, il giornalista ne risponda penalmente. Qui per di più la manchevolezza è talmente reiterata da far pensare che sia intenzionale e studiata, per affermare una condizione di intangibilità che, da cittadino, non mi sento di accettare.
Quello che però più mi colpisce non
è la difesa scomposta di Sallusti, ma la rivolta corporativa. Mi pare inverosimile che ognuno dei tanti giornalisti tutt’altro che vicini a Sallusti che si è ribellato alla sentenza e che ha chiamato in causa un presunto “reato d’opinione” fosse non informato sui fatti. Ho piuttosto l’impressione che la maggioranza di costoro siano spinti (scientemente o forse inconsciamente, chissà…) a violentare la realtà dei fatti in nome di un superiore interesse corporativo sentito come talmente primario da far perdere di vista i contorni e i vincoli che la professione di giornalista comporta. Anche qui l’analogia con l’autodifesa che spesso la politica mette in atto, invocando valori supremi, per difendere meri privilegi, risulta immediata. L’unica differenza, preoccupante, è che se il corporativismo della politica è un malcostume che spesso viene denunciato dal sistema dell’informazione, mi vien da chiedermi chi denuncerà il corporativismo dell’informazione. Bella domanda…

9 Ottobre 2012

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