I due regolamenti

E’ ben noto che l’italiano presenta una relazione sempre problematica con le regole. Uno dei rimedi che spesso adotta per farsi una ragione del fatto che esista il concetto di regola è crearne due diverse: una che vale per sé stesso e una che vale per gli altri. Così l’italiano riesce a trovare accettabile passare con il rosso ma strombazzerà e svillanerà chi gli tagli la strada quando ha il verde, troverà accettabile lasciare che il proprio cane si liberi sul marciapiede, ma maledirà il padrone del cane il cui bisogno ha pestato, proprio con le scarpe nuove. Siccome l’italiano medio è anche appassionato di calcio non mancherà di applicare questo approccio alla sua passione per il pallone, spesso introducendo ai primi due regolamenti (quello per la propria squadra e quello per le altre) un terzo regolamento, quello per la squadra antipatica, la rivale cittadina o comunque l’avversario diretto.
conte-segue-i-suoi-in-tribuna.jpgMi sucscita tutto questo ragionare l’acceso dibattito calcistico di questo periodo circa il posizionamento dell’allenatore della Juventus Conte, squalificato dalla giustizia sportiva per dieci mesi, per omessa denuncia, in circostanze di cui questo blog ha già parlato. Da che calcio è calcio la squalifica dell’allenatore ha in realtà poca rilevanza, questo proprio perché la giurisdizione della Federazione è limitata al cosiddetto “recinto di gioco”, ovvero al campo e alla zona, larga qualche metro, che circonda il campo e che è delimitata solitamente da un recinto nei campi dilettantistici o dagli spalti negli stadi (zona dove infatti possono accedere solo i tesserati abilitati a farlo). La Federazione non ha giurisdizione su quanto accade sugli spalti e tantomeno accade durante la settimana nei campi di allenamento delle varie squadre, mentre il ruolo dell’allenatore si esplica soprattutto negli allenamenti in settimana, nel preparare tecnicamente la partita, molto di meno durante lo svolgimento del gioco. Così stando le cose non c’è nessuna regola federale che possa impedire ad un allenatore squalificato di osservare la partita dalle tribune né tantomeno di partecipare agli allenamenti o addirittura dirigerli, né così è mai stato nel passato. Al contrario c’è chi nel passato non ha cercato comunque di dirigere la squadra in campo, nonostante la squalifica, tramite messaggi alla panchina (comportamento invece vietato), ricevendo in qualche caso una sanzione in altri no, nella logica dei figli e figliastri abituale per la Federazione Gioco Calcio.
Nessuno però si era mai sognato sinora di invocare l’inibizione ad un allenatore di andare in tribuna, né si era ribellato alla possibilità che allenasse la squadra in settimana. Il panico in cui a fuoriuscita, dopo sei anni, dello scudetto dalla cerchia dei Navigli ha gettato il mondo dell’informazione ha però indotto molti commentatori ad assumere, nei confronti di Conte, il terzo regolamento di cui sopra ed ecco cominciare a diffondersi un po’ di maretta sul tema. Zeman, che quando si tratta di fare il protagonista a spese altrui non si tira mai indietro, è partito subito all’attacco sostenendo che Conte non dovrebbe potere allenare la Juve nemmeno in settimana. Se qualcuno ha preso le distanze dal boemo molti non l’hanno fatto e così l’indignazione a comando si è propagata a valanga nel mondo del calcio ed ha portato un gruppo di tifosi fiorentini, alla vigilia del match con la Juve, a scrivere una lettera aperta alla Federazione invocando un intervento della stessa per reprimere il comportamento “furbesco” di Conte, senza nemmeno rendersi conto che tale comportamento è quello che ogni allenatore squalificato attua e invocare un trattamento diverso significa invocare per Conte una regolamento diverso da quello applicato a chiunque altro. Siccome però la sfrontatezza non ha limiti mi è capitato Sabato Sera su Radio Uno di sentire i tre commentatori del programma Sabato Sport Marco Tardelli, Filippo Grassia e Emanuele Dotto concordare sul fatto che “Se esiste una regola questava rispettata e quindi Conte non può allenare la Juve in settimana“. Ed ecco come per magia sorgere dal nulla il simulacro di una regola mai esistita, il tutto da commentatori nientedimeno che della RAI.
Come sempre ci sarebbe da ridacchiare, da riflettere con sarcastica serenità sulla natura umana e su quella italiana. Si potrebbe fare tutto ciò, non fosse che questi signori elaborano le loro regole creative mentre sono profutamente stipendiati da denaro pubblico, compreso quello del canone televisivo. Ovvero, come tanti altri, sentono un mandato pubblico non come un’occasione per rendere un servizio alla collettività, da interpretarsi con la massima serietà e zelo, ma come un’occasione da non farsi sfuggire per spassarsela pagati dalla collettività. Quello francamente fa meno ridacchiare e dà meno serenità.

28 Settembre 2012

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