L’attualità di Stakhanov

stakhanov.jpgIl comunismo gode ormai di pessima fama anche tra chi si proclama di sinistra, figuriamoci lo stalinismo. Lo stakanovismo poi è proprio odioso a tutti: unisce il disprezzo degli uni in quanto prodotto culturale di un regime comunista, a quello degli altri in quanto mito di realizzazione dell’uomo attraverso la messa al servizio del proprio corpo e del proprio tempo ad un ideale di superproduttività che stride con i valori della sinistra moderna. Eppure tanti in Italia, ma proprio tanti, forse incosciamente, si ricollegano a quel mito, perché dopo essere andati a sbirciare in casa dei paesi emergenti in cerca di ispirazione, tornano affermandosi certi che il modo per reagire alle bordate che quei paesi sferrano alla nostra economia è utilizzare le loro stesse armi, ovvero, per dirla in modo schietto, farsi un mazzo così. Se senti il Sottosegretario Polillo rinunciando ad una settimana e mezza di ferie recupereremmo un punto di Pil, se senti Marchionne le disavventure di FIAT dipendono dalla scarsa produttività del lavoro in Italia, insomma c’è un problema culturale che noi avremmo e altri no. Polillo e Marchionne non sono che la punta dell’iceberg di una moltitudine di teorici dello sgobbonismo (neologismo che ha sostituito lo stakanovismo), convinti che il problema che noi italiani abbiamo è che lavoriamo poco e chi lavora più di noi riesce poi a produrre a costi minori.
Tuttavia, ogni volta che ci si confronta con i numeri, si scopre che gli italiani già oggi, prima che i sogni di neo-stakanovismo si realizzino, lavorano quantitativamente di più rispetto ai paesi europei con i tassi di sviluppo migliori. Probabilmente però lavorano peggio, se è vero che la produttività in Italia risulta più bassa che in altri paesi in cui si lavora di meno. D’altronde la mia esperienza personale in azienda mi dice che se nell’azienda di telecomunicazioni in cui lavoro, da sempre noto che una bella fetta di persone si fermano in ufficio fino a tardi la sera, mi è invece sempre capitato, in visita ad aziende dello stesso settore del Nord Europa, di essere stupito dalla puntualità con cui i dipendenti lasciano in massa il posto di lavoro in coincidenza del termine dell’orario previsto.
Constatato che, a differenza di quanto molti vorrebbero farci intendere, non vi è affatto un legame così chiaro tra ore o giornate lavorate e produttività, resta da chiedersi poi se cercare (e magari non trovare) la produttività a spese del tempo libero di chi lavora non abbia altri effetti collaterali negativi. Eh sì, perché il problema è mantenere in piedi un sistema che si basa su un circolo virtuoso tra produzione e consumo. Quando ognuno di noi esce dal suo ufficio va a fare cose che in molti casi comportano un consumo: va fuori a cena, va al cinema, gioca con la Play Station, guarda la partita su Sky, tutte cose che consentono ad altri di fornire servizi e quindi di produrre. Se io sto fino alle nove di sera in ufficio o compio un lavoro massacrante con una pausa di soli 15 minuti forse alla sera rinuncerò al cinema, a cenare fuori, magari persino alla partita alla Play Station. Ricordo che in Francia i primi beneficiari della riforma delle 35 ore furono proprio gli operatori turistici perché i francesi, con il Venerdì pomeriggio libero, erano più propensi a caricare la famiglia in macchina e passare il weekend al mare. Insomma è fatale che se lavoro di più consumo di meno: quanto di meno non lo sappiamo stimare (almeno non ho trovato analisi in merito), ma il rischio che i costi di un aumento delle ore lavorate siano per l’economia superiori ai benefici esiste. Non voglio dire che l’equilibrio ottimale tra produzione e consumo non possa cambiare nel tempo, mi accontento di dimostrare che non è affatto scontato che aumentare il tempo di lavoro arrechi vantaggi all’economia.
E allora mi vien da dire che forse potrebbe non essere poi così utile aumentare le ore lavorate, aumentare lo straordinario, ridurre le pause, ridurre le ferie, incollare l’operaio o l’impiegato alla sua postazione, come nelle idee di Marchionne, ma forse è più utile migliorare processi e procedure, rendere più efficiente la tecnologia a supporto: in altre parole non è importante tanto il tempo che si passa al lavoro ma piuttosto come lo si utilizza. Molte delle persone che conosco che lavorano in FIAT sostengono che l’azienda è penalizzata, rispetto alla concorrenza, ben più dall’obsolescenza delle infrastrutture produttive, dalle scelte di risparmio sui materiali utilizzati, che da vincoli sindacali.
Il problema è che quanto sopra evidenziato non passa da trattative sindacali, da decreti legge, da decisioni che vengono dall’alto, ma dalla capacità organizzativa che le aziende sanno darsi, dalla predilezione per l’innovazione e l’efficienza, dalla propensione al rischio, all’investimento incerto, dalla cura della formazione, dalle scelte in termini di ricerca e sviluppo. Come in tanti altri casi quindi, ho proprio l’impressione che la soluzione “sgobbonista” del problema sia la solita scorciatoia italiana verso la soluzione più semplice e, perché no, delegabile a governo e istituzioni e non riconducibile a sé stessi. Vorrei sentire un imprenditore, uno solo, dire: “Siamo quelli che investono di meno in Europa in ricerca, siamo quelli che per riorganizzare un processo o una procedura ci mettono mesi, siamo quelli che per ogni chiodo che si sposta dobbiamo passare mesi a discutere, siamo quelli che spesso per aumentare le vendite riducono i costi scegliendo materiale scadente (tanto quando i consumatori se ne accorgeranno il manager che ha fatto questa scelta lavorerà già altrove…), è colpa nostra: rimbocchiamoci le maniche e proviamo a migliorare.” Ma l’autocritica è sempre uno sport poco praticato e allora ci ritroviamo a sentirci spacciare come l’uovo di Colombo la riduzione di cinque minuti della pausa pranzo, la modifica del trattamento di malattia o altre simili amenità. E nel frattempo la Volskwagen raddoppia gli utili, facendo lavorare i suoi operai dalle 33 alle 35 ore settimanali.

13 Settembre 2012

2 commenti a 'L’attualità di Stakhanov'

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  1. Bruno afferma:

    I partner esteri hanno concluso, nel caso della Grecia e dell’Italia, che chi non ha testa ha gambe, e dato che non riusciamo a lavorare bene, dovremo lavorare molto.

  2. Coloregrano afferma:

    Mah, penso che ai partner europei interessi più che altro che rimettiamo rapidamente in piedi le nostre finanze pubbliche e rilanciamo l’economia. Al di là delle lettere di intenti dell’UE, sta a noi l’ultima parola su come farlo. Il problema è che farlo introducendo orari di lavoro più pesanti è una scorciatoia che rischia di essere poco utile, e per di più non è esente da possibili problemi collaterali (in questo fingo ovviamente di ignorare che la cosa ha anche degli impatti negativi sul nostro benessere individuale)

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