Siamo tutti garanti della Costituzione col sedere degli altri

Giorgio Napolitano and Sir George Martin at EncaeniaIl caso dell’estate, magari un po’ attutito dai fumi della calura, è quello della possibile intercettazione di Napolitano. Cosa è mai successo? Dalle pieghe dell’inchiesta della Procura di Palermo sulla trattativa tra Stato e Mafia è trapelata l’indiscrezione di una telefonata intercettata tra l’ex Ministro Mancino e Napolitano. Nonostante la Procura si sia affrettata ad affermare che la telefonata (intercettata in quanto l’utenza di Mancino era intercettata) non è penalmente rilevante per Napolitano e quindi, a norma di legge, può essere liberamente utilizzata, Napolitano non l’ha presa affatto bene. Poche ore dopo la diffusione della notizia la Presidenza della Repubblica ha annunciato di aver dato mandato all’Avvocatura dello Stato di portare di fronte alla Corte Costituzionale la questione, nella quale ritiene che siano state lese le prerogative costituzionali del Presidente. La cosa ha suscitato un acceso dibattito: chi dice che ha ragione Napolitano, chi dice che ha ragione la Procura di Palermo.
Se devo essere sincero trovo i sostenitori della tesi sostenuta dalla Procura di Palermo abissalmente più convincenti di chi sostiene invece la posizione della Presidenza della Repubblica, che reclama la distruzione della conversazione in questione. Mi dichiaro profano, ma da profano dico che troverei molto curioso che tra le pieghe di una Costituzione che prevede l’immunità del Presidente per i soli “atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni” e che quindi lo considera pienamente indagabile per qualunque altra condotta illecita, senza espliciti limiti rispetto ad ogni altro cittadino, si trovasse un cavillo per sostenere che non solo non si può mettere sotto intercettazione il Presidente, ma non si possono nemmeno usare processualmente, nei confronti di terzi, conversazioni telefoniche a cui incidentalmente il Capo dello Stato partecipi.
Lascio però ad altri gli approfondimenti sul tema giuridico e mi concentrerei su qualche aspetto più “socio-culturale” della questione. Intanto mi diverte il parallelo di questa vicenda con molti conflitti tra Berlusconi e le Procure (vedi vicenda Ruby). Anche lì si eccepiva spesso sull’uso di conversazioni di varie utenze, intercettate mentre parlavano con Berlusconi, tenendo conto che Berlusconi è parlamentare e quindi si sarebbe dovuto chiedere l’autorizzazione al Parlamento per usare quelle intercettazioni. La Procura dribblò allora l’accusa sostenendo di non aver usato quelle intercettazioni come elemento accusatorio nei confronti di Berlusconi e quindi di non aver bisogno di richiedere un’autorizzazione. Quello che è strano è che in questo caso, pur in assenza di ogni capo d’accusa nei confronti di Napolitano e di procedure di autorizzazione da richiedere e non richieste, la Procura non si trovi a doversi difendere solo da Libero e il Giornale ma anche da molti altre fonti. Spero che non dovremo trovarci a scoprire che molti che in questi anni hanno difeso le procure contro le bordate della politica, l’hanno fatto solo per convenienza di parte e non per amore dello Stato di Diritto.
Un’altra riflessione interessante è quella che mi ha suscitato il pubblico dibattito su Repubblica tra l’ex-presidente della Consulta Zagrebelksi e l’ex-direttore Eugenio Scalfari. Il primo ha scritto una lunga lettera in cui, nella sostanza, accusava Napolitano (sintetizzo molto ma solo per linearità di ragionamento) di aver sconsideratamente aperto un grave conflitto istituzionale dall’estrema pericolosità, il secondo ribatteva con un articolo contenente molte cose, tra cui una serie di affermazioni tese a screditare la Procura di Palermo tra le quali alcune considerazioni, in parte anche condivisibili, su questa e altre inchieste sui rapporti tra politica e Mafia, spesso approdate ad un bel nulla. Il punto però è che a nessuno dei due sembra interessare più di tanto il merito della diatriba, ma ne fanno entrambi una questione di opportunità, (Vale la pena di sollevare il conflitto? Vale la pena di indagare sui rapporti tra politica e Mafia?) nella tipica mentalità italiota per la quale il diritto e la giustizia si piegano sempre e necessariamente all’opportunità e all’esigenze di stabilità ed equilibrio, quando non a personalismi e tatticismi.
E qui veniamo al vero merito della questione che, a mio modo di vedere, è solo marginalmente giuridica, ma soprattutto mediatica. Dico mediatica perché ho l’impressione che quello di cui Napolitano, come a suo tempo Berlusconi, ha paura non è infatti che quelle intercettazioni possano essere usate contro di lui dalla Procura ma che piuttosto, dai tabulati della Procura, finiscano su qualche giornale e che il contenuto di quelle frasi, magari poco istituzionali, divenga un colpo per la credibilità del Presidente. Sono convinto che nelle intenzioni di Napolitano ci sia, rispetto a Berlusconi, molto meno narcisismo e più preoccupazione per il danno istituzionale ma è l’approccio al problema che trovo inaccettabile. Non è accettabile infatti, almeno nel mio modo di vedere le cose, che un principio di diritto venga piegato alle esigenze dell’individuo, ma nemmeno alla cosiddetta ragion di Stato. Non è che la ragion di Stato sia un concetto necessariamente superato, ma deve essere considerato con estrema cautela e solo quando davvero i fondamenti dello Stato siano in pericolo. Qualunque cosa Napolitano abbia detto in quella telefonata nel mio modo di pensare, egli rimane solo un umile servitore dello Stato e non è accettabile che si cerchi di piegare la Costituzione alle esigenze di difesa dell’immagine del Presidente. Abbiamo avuto 11 Presidenti della Repubblica, uno dei quali, Leone dovette dimettersi per accuse che poi decaddero miseramente; la Costituzione è rimasta e lo Stato di Diritto che essa preserva pure. Se anche Napolitano avesse detto delle cose così gravi da pregiudicare la sua immagine istituzionale, anziché andare all’attacco della Procura di Palermo, si dimetta come fece Leone. L’Italia saprà trovare un suo sostituto. Altrimenti il parallelo con la smania berlusconiana di rimanere al suo posto nonostante il discredito che gettava sulle istituzioni mi viene spontaneo e mi fa pensare che la responsabilità istituzionale sia un valore che reclamiamo solo per gli altri e la tendenza a piegare il Diritto alle esigenze del momento un costume molto più diffuso di quanto credevamo.
La realtà è che quello che purtroppo non solo a Napolitano ma a gran parte dell’Italia di oggi continua a mancare è la capacità di abbandonare personalismi e narcisismi, di diventare il paese in cui regole e leggi si rispettano indipendentemente da opportunità individuali o politiche, di fare a meno dei suoi segreti e dei suoi omissis; in sostanza di aprirsi al terzo millennio, che avrà tanti difetti ma che ha certamente nella difficoltà di mantenere nascoste le trame occulte una delle sue peculiarità tutto sommato meno negative.

22 Agosto 2012

Un solo commento. a 'Siamo tutti garanti della Costituzione col sedere degli altri'

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  1. ALE 73 afferma:

    Ancora una volta hai centrato perfettamente il tiro: il fulcro vero della questione è che molto probabilmente la pubblicazione di quelle intercettazioni ci renderebbe un’immagine del Presidente molto meno “rispettabile” di quanto, fino ad oggi, lo stesso sia riuscito a costruirsela. Di lacci, lacciuoli e garanzie si fa scudo solo chi ha scheletri nell’armadio.

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