Come sopravvive un mito

Se la modernità ha cancellato il mito, nella sua formulazione originaria, cioè come una narrazione sacra investita del compito di spiegare l’origine del mondo o di alcuni suoi aspetti e caratteristiche, il mito sopravvive nella sua estensione di significato che fa essere mito qualunque rappresentazione indimostrata della realtà che viene accolta fideisticamente da una comunità, senza che ciò sia mai dimostrato. La complessità della realtà ci porta a fare degli sconti al nostro razionalismo ed ad accettare narrazioni consolidate come veritiere senza porci grossi dubbi. Se il telegiornale ci racconta po’ di volte di una famiglia investita da un guidatore in stato di ebrezza ci figuriamo che il primo problema della viabilità siano i guidatori ubriachi, se leggiamo più volte di maltrattamenti in un asilo ci figuriamo gli asili come popolati da orchi che brutalizzano i bambini: da un nucleo emozionale iniziale costruiamo il mito, prendendo sistematicamente in considerazione i soli casi che lo confermano e trascurando quelli che lo smentiscono.
juvelupin.jpgAnche il calcio ha i suoi miti, anzi il calcio si nutre di miti, proprio perché non ha nulla di razionale e la pancia vuole miti, non verità. Oggi mi è venuto voglia di parlare del mito per il quale la Juve è la squadra italiana di calcio più “simpatica” al sistema. Diciamola come la vogliamo ma quasi tutti gli appassionati di calcio non juventini pensano, con maggiore o minore convinzione, che un rigore a favore della Juve, un gol annullato ai suoi avversari, uno juventino che non viene squalificato, un qualunque evento in qualunque modo propizio alla squadra torinese, sia in realtà, sottosotto, il frutto di una posizione di privilegio; direi addirittura che questo sia anche il pensiero di molti juventini che pure trovano che in fondo sia giusto così, vista la storia, la tradizione, il fascino della Juve. Come tutti i miti, relativamente pochi si chiedono quanto senso abbia e quale fondamento abbia: è un mito e come tale resiste.
Provo a chiedermi come spiegherei a chi non conosca né il calcio né il nostro paese questo mito. Eh sì, perché la Juventus non è né il Real Madrid, né il Barcellona: non ha sede né nella capitale ammistrativa né in quella economica, è al contrario la squadra di una città come Torino, da molti anni geograficamente, economicamente e politicamente marginale nel nostro paese. E’ vero che è di proprietà della famiglia Agnelli, che è anche proprietaria della principale industria italiana (60 miliardi di fatturato), ma è anche vero che le principali concorrenti della Juventus, Inter e Milan, sono a loro volta di proprietà di gruppi economici con un peso fondamentale nel nostro paese. Dell’Inter sono proprietarie il gruppo Saras e il gruppo Pirelli (che assommano una ventina di miliardi di fatturato), mentre il Milan è di proprietà del gruppo Fininvest (10 miliardi di fatturato). Se poi parliamo di potere politico non possiamo che ricordare che il Milan è presieduto da Berlusconi, più volte capo del governo italiano, mentre l’Inter è presieduto da Massimo Moratti, cognato di Letizia Moratti più volte ministro e a lungo sindaco di Milano. Non possiamo poi dimenticarci quanta capacità di pressione abbia oggi chi detiene i media e che il gruppo Fininvest e Berlusconi sono proprietari del maggiore network televisivo privato, che la redazione della RAI sport ha sede a Milano, che la redazione sportiva di Sky ha sede a Milano, che la stragrande maggioranza dei quotidiani che circolano in Italia sono il prodotto di redazioni che hanno sede a Milano o Roma, ma certamente non a Torino.
Quando qualcosa non ha spiegazioni è tempo di provare a chiedersi se poi è davvero così e qui entriamo in un territorio accidentato per non dire ostile. Come fare a dimostrare una polarizzazione delle decisioni arbitrali, del giudice sportivo o di qualunque altra autorità? Qualche tentativo è stato fatto (vedi qui e qui); negli anni ‘80 la Juve fece pubblicare un insieme di dati statistici su rigori a favore e contro per smentire ogni polarizzazione; anche recentemente qualcuno ha fatto notare che la Juve, dal 2006 ad oggi, ha avuto la metà dei rigori a favore che ha avuto il Milan, pur avendo segnato di più. In una parola nessuna statistica ha mai dimostrato polarizzazioni pro-Juventus e anzi molte suggeriscono l’esatto contrario. I calciofili però tendono a rimanere freddi di fronte a numeri e statistiche, il tifoso di calcio è convinto che solo l’istinto dà una chiave di lettura affidabile del calcio, e qui torniamo all’importanza del mito e alla scarsa importanza della razionalità.
Un altro elemento di contestazione tipico nei confronti della Juventus è il suo coinvolgimento in molti scandali: fu implicata nel Calcioscomesse del 1980, fu indagata per l’uso disinvolto di farmaci negli anni ‘90, fu addirittura retrocessa per la vicende di Calciopoli, e oggi viene indirettamente coinvolta nel nuovo calcioscommesse dal coinvolgimento di suoi tesserati, pur per fatti antecedenti all’arrivo in bianconero. I tifosi avversi più accesi spiegano questo “fil rouge” con una propensione all’illecito connaturata con l’essere juventino, ma forse perfino in essi, qualche dubbio si muove. Specie quando si scopre che i farmaci in modo disinvolto negli anni ‘90 li assumevano tutti, anche in quantità maggiore di quelli che giravano nell’infermeria bianconera, ma solo la Juve e il Toro (di quest’ultimo pochi si ricordano) furono indagati e processati; oppure quando si scopre che nel 2005 tutti i dirigenti delle maggiori squadre facevano le stesse pressioni e avevano gli stessi rapporti con la classe arbitrale che aveva Moggi, ma solo Moggi è stato radiato e solo la Juve retrocessa in B; o ancora quando si riflette sulla puntualità con cui le dichiarazioni dei pentiti del Calcioscommesse 2012 hanno selezionato, all’interno dei partecipanti alle “partite sospette”, i giocatori o i tesserati che nel frattempo sono approdati alla Juve. Insomma, se la Juve è così superpotente come mai ad uscire con le ossa rotte è sempre lei?
Ma torniamo al mito: ogni mito ha un suo nucleo iniziale, una sua genesi. Qual è il nucleo iniziale del mito della Juve superpotente? Come si è formato? C’è certamente una motivazione storica. Un tempo Torino non era marginale come oggi, la FIAT era davvero centrale nella vita pubblica italiana, i media non erano concentrati come oggi a Milano e Roma, la televisione non aveva una pervasività così accentuata nelle nostre vite e nel nostro modo di pensare ed era davvero credibile che la Juventus fosse la squadra più potente e più protetta, non dico lo fosse, dico che era credibile lo fosse. Da allora però molta acqua è passata sotto i ponti, le cose sono molto cambiate ma il mito è sopravvissuto. Per sopravvivere ha avuto certamente bisogno di conferme: come ha potuto averne se abbiamo visto che non sembra avere più fondamenti concreti da un bel po’ di tempo? La risposta secondo me può essere riassunta in un paio di episodi che corrispondono poi alle ultime due partite ufficiali che la Juventus ha disputato e che provo a ripercorrere.
A fine Maggio si disputa a Roma la finale di Coppa Italia, diretta dall’arbitro Brighi. Verso la fine del primo tempo, sul punteggio di 0-0 il giocatore della Juventus Marchisio entra in area pronto a concludere a rete, il giocatore del Napoli Aronica cerca di contrarne il tiro ma travolge l’avversario: è il più evidente dei calci di rigore, ma l’arbitro, tra lo stupore degli juventini, fa proseguire. Ci sono proteste veementi, a nessuno piace essere vittima di una svista arbitrale, ma la partita prosegue. Nel secondo tempo c’è un altro fallo, questa volta nell’area della Juve, di Bonucci su Lavezzi. Questa volta l’arbitro concede il rigore al Napoli che vince così la Coppa. Alla fine ci sono polemiche e discussioni ma contenute e senza particolare enfasi, i media applaudono il Napoli vincitore e i tifosi juventini si lamentano sì del rigore, ma soprattutto di una squadra un po’ sottotono rispetto al rendimento di una stagione per il resto esaltante.
Poco più di due mesi dopo ci si ritrova, questa volta per la Supercoppa: la partita è ricca di tensione da subito, ci sono molte discussioni per un rigore non concesso alla Juve e per i troppi falli dei napoletani non puniti con sufficiente severità, secondo gli juventini, dall’arbitro Mazzoleni. A pochi minuti dalla fine però il difensore del Napoli Fernandes entra completamente fuori tempo su Vucinic in piena area di rigore: per carità il terreno è appesantito dalla pioggia abbondante e forse Fernandes scivola, ma il difensore travolge l’avversario, e come lo si guardi è rigore, come poi confermato dalla maggior parte degli organi di stampa. I giocatori del Napoli però non accettano la decisione, ci sono proteste furiose contro l’arbitro e soprattutto l’arbitro di porta Rizzoli che pare aver confermato il fallo all’arbitro che era coperto. Poco dopo Pandev, contagiato evidentemente dalla tensione che animava il Napoli, indirizzava ad un assistente di linea l’epiteto “Pezzo di m…”, come confermato dal labiale immortalato dalle riprese della RAI, venendo ovviamente espulso. Anziché ammettere la fesseria fatta, Pandev giurava di non aver detto nulla, si metteva le mani nei capelli, aumentando ulteriormente la tensione nei suoi compagni di squadra. Negli spogliatoi dirà prima di aver protestato per un fuorigioco, poi di essersi espresso in macedone. ma nel frattempo sul campo la situazione degenerava. Poco dopo l’arbitro sorvolava su un contatto sulla linea laterale tra Vidal e Zuniga provocando la reazione sconsiderata del giocatore del Napoli, che travolto nella spirale emotiva in cui il Napoli si era cacciato, pur essendo già ammonito, mollava una calcione a Giovinco obbligando l’arbitro ad espellerlo. Con il Napoli ridotto assurdamente in nove (e Mazzoleni graziava Britos che era andato a cercarsi anche lui il cartellino rosso) la Juve vinceva la partita, tra le proteste veementi dei partenopei che, fatto senza precedenti in Italia, decidevano di boicottare la premiazione.
Non entro nel merito del singolo episodio che è sempre difficile da giudicare e da confrontare ma certo che l’errore di Brighi nella finale di Coppa Italia era decisamente più macroscopico di eventuali eccessi di severità di Mazzoleni a Pechino. Se rimaniamo a quello che è accaduto in campo mi sentirei già molto generoso nei confronti del Napoli a dire che gli errori in favore dell’una e dell’altra nelle due partite si sono compensati. Fuori dal campo però quello che è successo è stato diametralmente opposto, a Roma proteste ferme ma moderate della Juve, nessuna contestazione alla buon fede dell’arbitro, alla Federazione, nessun riferimento a disegni di potere; a Pechino invece furenti accuse del Napoli a tutto e tutti, all’arbitro, agli avversari, alla federazione. Che conseguenze ha avuto tutto ciò? Direi la conseguenza di lasciare che nella memoria delle persone non rimanga traccia del rigore di Roma, ma rimanga una traccia ben marcata e sottolineata delle proteste del Napoli: badate delle proteste più che degli episodi, perché alla fine le proteste, fondate o meno che siano, colpiscono di più degli episodi stessi. Tra un anno nessuno si ricorderà più che il rigore concesso alla Juve era netto, che Pandev ha davvero insultato un assistente, che Zuniga strameritava la seconda ammonizione, tutti si ricorderanno delle proteste, della contestazione, delle dichiarazioni deliranti di Mazzarri e penseranno che qualche motivo ce l’avranno pure per protestare. Allo stesso modo già adesso tutti si ricordano ancora del gol di Muntari, e pochi si ricordano che nell’anno passato i rigori a favore del Milan si sono sprecati mentre quelli per la Juve sono arrivati col contagocce, e tutto questo grazie alla costanza con cui Allegri e Galliani hanno fatto ripassare agli appassionati mille volte l’episodio, magari con toni più sfumati di quelli usati dal Napoli, ma con la stessa strategia comunicativa. L’arbitro Mazzoleni arbitrò l’anno passato la Juve a Parma, nel pieno della lotta per lo scudetto contro il Milan, venendo contestato dai bianconeri, per la mancata concessione di tre rigori reclamati dalla Juve. Esser stato premiato con la direzione di Pechino è un segno che quelle contestazioni non hanno avuto conseguenze, mentre è probabile che quelle del Napoli di conseguenze ne avranno per il direttore di gara: anche questa differenza non è priva di effetti.
Il circo mediatico è così: basta sapere imbonire il pubblico con la sufficiente forza e costanza e poi puoi spacciare un asino per cavallo. Andrea Agnelli, a differenza di molti suoi predecessori, sembra esserne conscio e sembra essere conscio che stare alla finestra, rifiutarsi di scendere nell’arena mediatica in nome di una propria superiorità, produce solo un progressivo deterioramento dell’immagine della Società che non è esente da ricadute negative sportive e finanziarie. C’è però il rovescio della medaglia: cercare sempre scuse, trovare sempre un caprio espiatorio ai propri insuccessi come altri sono soliti fare, non aiuta a costruire una mentalità vincente. Oggi Agnelli cerca, come altri, di occupare la scena, ma parlare non basta: ci vuole, alle spalle, un esercito di giornalisti-alfieri che sappiano tessere la tela quotidiana dell’informazione, proponendo un’immagine al posto di un’altra, un filmato al posto di un altro, un episodio al posto di un altro. La Juventus non ha nulla di tutto ciò, anzi deve fare i conti con un sistema mediatico che simpatizza per le sue principali concorrenti (o è addirittura di loro proprietà). E poi c’è un problema culturale: il tifoso juventino è troppo abituato a guardare in casa propria, a trovare in sé è non all’esterno le ragioni di un insuccesso, ad avere, con lessico psicologico, un “locus of control” interno; abituato da anni di “No comment”, di “Noi pensiamo a vincere” dalla Juventus che rispondeva alle direttiva di Gianni Agnelli, è un po’ disorientato dalle parole forti a cui spesso la dirigenza attuale fa ricorso. Non sempre quindi un atteggiamento vittimistico trova l’adesione entusiastica degli juventini.
In definiva ho l’impressione che sarà sempre così, che la Juve continuerà a vincere proprio grazie a questa sua eterna necessità di dimostrare più degli altri di meritare le vittorie che ottiene, di dover dimostrare più e prima degli altri correttezza e pulizia, di non potere permettersi furbate e intrallazzi che ad altri sono consentiti, di vincere con la metà dei rigori degli altri e con l’allenatore confinato in tribuna e che parallelamente, nonostante tutto, il mito della Juve sempre aiutata e favorita resisterà. Resisterà almeno finché l’Italia sarà l’Italia e sbraitare, esibirsi, cooptare giornalisti e mezzi di informazione sarà l’unico modo per essere ascoltati, e Torino sarà Torino e da queste parti sbraitare sarà considerato, forse a ragione, atteggiamento disturbante e controproducente.

26 Agosto 2012

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