Quando il fuoricorso indica la luna, il tecnico guarda il fuoricorso

E’ trascorso ormai un po’ di tempo da quando in Italia uno dei tormentoni più ricorrenti nella contestazione alla politica era la lamentazione contro l’ignoranza dei suoi esponenti. I nostri uomini di stato erano rappresentati spesso come un esercito di dinosauri cresciuti nelle sedi di partito come piante in serra, imbevuti di scienze sociali e di dialettica, ma affetti da profonda ignoranza quando si parla di economia, medicina, istruzione, nuove tecnologie. E via con il fiorire su giornali e Internet di tecnici pronti a fare le pulci alle dichiarazioni e ai provvedimenti dei politici, rimarcandone errori, omissioni, astrazioni fuori luogo, cerchiobottismi. Poi è nato il governo dei tecnici e abbiamo cominciato a scoprire che anche i tecnici dicono delle fesserie, d’altra parte anche loro sono costretti a pronunciarsi su cose che non conoscono perché nessuno è onnisciente e l’economista che deve parlare di Internet dice fesserie, così come l’informatico che deve parlare dello spread, o perfino il docente universitario che deve parlare di scuole elementari.
Tutta questa contestualizzazione per dire che ultimamente ho cominciato a trovare gli articoli di Noise From Amerika, o di fonti simili, assai meno affascinanti di un tempo ed affetti da una visione altrettanto miope, solo più orientata ad una visione atuttiicosti economica, invece che atuttiicosti sociale di ogni problema. In particolare ho trovato affetto da superficialità analitica l’articolo di Giovanni Federico (peraltro non dissimile da altri letti in Rete) riguardo alla recente riforma che permetterà alle università di aumentare le tasse universitarie (ancorché già cresciute vertiginosamente negli ultimi anni), con pesante penalizzazione soprattutto degli studenti fuori corso. Federico plaude sia all’aumento delle tasse universitarie come principio, perché va di pari passo con la riduzione del finanziamento pubblico che Federico considera un’ingiustizia (”le tasse, pagate dai lavoratori dipendenti a reddito medio, pagano gli studi dei figli degli evasori fiscali e dei ricchi“), sia al fatto che si compenseranno i maggiori costi per gli studenti estendendo le opportunità di borse di studio per i meritevoli che abbiano difficoltà economiche, sia infine al fatto che questo aumento penalizzerà soprattutto i fuori corso che in un immaginario abbastanza diffuso, che evidentemente Federico condivide, sono figli di papà sfaccendati che si trastullano anziché studiare. Di seguito provo un po’ ad approfondire questi punti.
noneunpaese.jpgCominciamo dal problema del finanziamento. L’analisi di Federico è tipica della visione dell’università come un servizio qualunque: il servizio ha un costo? Se lo sobbarchi chi ne usufruisce! Il ragionamento potrebbe anche avere un senso, peccato che ci si dimentichi del fatto che in realtà l’Università non è solo un servizio agli utenti ma alla società nel suo complesso, perché la mette nella condizione di avere personale formato a disposizione del mercato del lavoro. Se in Italia non ci fossero ingegneri dell’autoveicolo o ce ne fossero troppo pochi la FIAT dovrebbe assumere personale straniero. Da una parte la cosa avrebbe dei costi per l’azienda che si troverebbe ad affrontare probabilmente un aumento del costo del lavoro, ma la cosa avrebbe anche un costo sociale maggiore perché uno straniero paga meno tasse di un italiano e perché tende a trasferire parte del suo reddito all’estero anziché mantenerlo nel ciclo nell’economia nazionale. Un paese ha quindi un interesse a far sì che l’università produca laureati in quantità e con un livello di qualità accettabile ed è quindi corretto che sostenga questo sforzo con finanziamento pubblico. E’ vero che il Signor Bianchi pur avendo deciso di non mandare all’università i propri figli paga con la sua IRPEF la possibilità per altri di studiare, ma è anche vero che gli studi di costoro consentiranno al sistema economico e sociale di funzionare e il Signor Bianchi se ne gioverà come tutti gli altri. In definitiva non si tratta quindi di stabilire se sia giusto o sbagliato il finanziamento pubblico dell’università, ma piuttosto se sia eccessivo o meno.
Sul secondo punto sfaterei il mito dei “più meritevoli”, per il quale far pagare l’università quanto serve (anche se dovessero essere cifre non accessibili ai più) per salvare i “più meritevoli” attraverso borse di studio legate ai risultati scolastici. Anche qui stiamo parlando di un modello diverso, non necessariamente migliore o peggiore di quello a cui siamo abituati, semplicemente diverso. Una cosa è il modello di università “inclusivo” che permette a tutti, indipendentemente del reddito della propria famiglia, di accedere all’università; un’altra è il modello “esclusivo” che permetta di accedere liberamente all’università ai soli studenti che abbiano la disponibilità economica per farlo, gli altri per accedere devono per forza primeggiare. Gli svantaggi di un modello esclusivo sono rappresentati da due punti, il primo, più diretto, è legato alla riduzione del numero complessivo di laureati (vi sarà chi non ha la disponibilità economica per pagare le tasse e non ha le capacità per primeggiare che dovrà abbandonare), il secondo, indiretto, è legato alla riduzione della mobilità sociale (chi abbia umili origini avrà più difficoltà che nel passato ad uscire dalla propria condizione). Anche qui la sicurezza con la quale ci si pronuncia a favore di un modello “esclusivo” sembra trascurare i fattori sociali connessi ai due svantaggi di cui sopra.
Infine il tema dei fuoricorso. Federico considera giusto mirare soprattutto ai fuori corso, sempre in un’ottica di servizio. Ti offro un servizio e tu non lo utilizzi quanto potresti? Te lo faccio pagare di più così magari ti impegni di più. Qui la logica è addirittura ingenua, perché dà per scontato qualcosa che non lo è affatto: ovvero che gli studenti vadano fuori corso solo perché scarsamente motivati alla laurea, sono degli sfaccendati, degli sfigati come ebbe a dire il sottosegretario Martone. Tutto è possibile ma secondo le statistiche del MIUR gli studenti fuori corso erano il 36% nel 2005  e sono arrivati al 57% nel 2009. Cosa è successo? Un improvviso attacco di pigrizia collettiva? Ho l’impressione in realtà che gli studenti vadano fuori corso non per pigrizia, ma perché non riescono fisicamente a trovare un compromesso tra impegno universitario, costo degli studi e necessità quindi di mantenersi agli studi lavorando. Quest’impressione mi nasce non solo dalla mia frequentazione universitaria ma dai dati statistici in merito. Non ho trovato dei dati che incrociassero lo status di fuoricorso con l’impegno lavorativo ma noto che negli ultimi anni sono cresciute vertiginosamente sia la percentuale di studenti fuoricorso (come detto) che la percentuale di studenti lavoratori. Se leggo che l’83% degli studenti con più di 27 anni lavora l’impressione che i due trend siano strettamente correlate si rafforza. Visto che la mia esperienza e quella di coloro con i quali mi sono confrontato, mi dicono che le tasse sono progressivamente aumentate nelle università e si sono ridotti progressivamente gli appelli di esame, non mi stupisce che ci siano sempre più studenti che devono lavorare per mantenersi agli studi e che però dedicando magari otto ore al giorno al lavoro non riescono poi a rimanere in pari con gli esami. Per esperienza personale vi dico che dare tre esami nello spazio di due settimane quando puoi studiare solo la sera e nei finesettimana è un’impresa davvero eroica, altro che sfigato…
Sempre riguardo ai fuori corso sono piuttosto perplesso di fronte a quanti ci spiegano che la presenza dei fuori corso ha un costro rilevante per lo Stato (8000 Euro all’anno a studente). Non vorrei che semplicemente si fossero divisi i costi complessivi della didattica per studente iscritto e moltiplicati per il numero di fuori corso. Lo dico perché ho l’impressione che i costi per l’università di uno studente fuori corso siano in realtà piuttosto bassi soprattutto se si tratta di studenti lavoratori: non frequentano i corsi, utilizzano raramente le strutture dell’università, si limitano a preparare a casa e con i propri tempi gli esami e a venire a darli. I costi maggiori mi paiono quelli amministrativi ma non credo siano così’ ingenti. I veri costi sono in realtà più per il mercato del lavoro che disporrebbe di personale qualificato, già pronto per essere produttivo, che però deve ancora perder tempo alle prese con la cronica improvvisazione e disorganizzazione dell’università italiana, inseguendo siti web che non funzionano, professori che si dimenticano degli orari di ricevimento, sessioni di esame annullate all’ultimo momento e tanto altro. Questo è il problema e non lo risolve semplicemente aumentando le tasse perché ciò non induce gli studenti fuoricorso a laurearsi più rapidamente ma al limite ad abbandonare, diminuendo ulteriormente il numero di laureati dell’università italiana già ben sotto alla media europea.
studiare.jpgE qui vengo al punto fondamentale perché in definitiva ho l’impressione che sulla questione dei fuoricorso come su tante si consideri erronamente un problema (i tanti fuoricorso) quello che in realtà è l’indicatore del problema vero (un’università che non funziona) come nel celebre proverbio cinese che richiamo nel titolo. Varrebbe la pena di chiedersi perché l’università italiana produce così pochi laureati (appena il 20% dei trentenni in Italia sono laureati contro il 34% medio in Europa).  Magari potremmo addirittura scoprire che non sia per genetica pigrizia della stirpe italica, ma perché la selettività degli atenei è troppo elevata in rapporto ad un servizio didattico scarso, e si badi che per selettività non intendo solo quella legata al merito ma soprattutto quella legata a burocrazia e disorganizzazione, che mette gli studenti di fronte alle code in segreteria, ai moltissimi esami, forse non tutti utili, alle micro o macro isterie dei docenti: ostacoli tra i quali solo pochi riescono a destreggiarsi. Purtroppo l’approccio da economista (che peraltro Federico non mi pare sia), o per meglio dire da controllore finanziario, è quello di guardare il bilancio, scoprire qual è la voce che non va ed eliminarla, senza farsi troppe domande ulteriori e invece spesso sono le domande ulteriori quelle più illuminanti.
In quest’ottica, tornando al finanziamento dell’università, diventa difficile sostenere che i finanziamenti all’università sono eccessivi, visto che il sistema così foraggiato non riesce nemmeno a produrre una quantità sufficienti di laureati. Si dirà che oggi spesso ci si laurea in fisica nucleare per poi andare a lavorare in call center e che quindi la laurea diventa inutile, ma la realtà è che la scarsità di laureati non aiuta la competitività della nostra economia e favorisce la migrazione delle professioni ad alto profilo verso altri paesi.
Non se la prenda nessuno se accosto nel titolo il “tecnico” allo sciocco della versione originale del proverbio. Non si tratta di essere uno sciocco, ma di vedere solo un aspetto della questione, di fare semplificazioni fuori luogo che stravolgono i dati del problema. Non è affatto facile vederli tutti gli aspetti, sia per limiti alla nostra conoscenza, sia per forma mentis che tende a cristallizzare le nostre opinioni su schemi semplici e facilmente riutilizzabili. Smettiamo solo di pensare che ci sia una visione settoriale migliore di altre, che avere al governo un economista ci dia maggiori sicurezze che avere uno scienziato sociale: per analizzare un problema occorre vederne tutti i lati, non solo uno preferenziale.

2 Agosto 2012

Un solo commento. a 'Quando il fuoricorso indica la luna, il tecnico guarda il fuoricorso'

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  1. carlo afferma:

    ottimo articolo. Io ho la triennale in ing. gestionale e faccio fatica a trovare lavoro. Il legislatore ha introdotto il sistema 3+2 ma sembra che le aziende non tengano in considerazione i laureati triennali. Ma cosa l’hanno fatto a fare allora il sistema 3+2?

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