Un’analisi (quasi) solo politica

crisieuropa.jpgSembra strano ma mi sento di spezzare una lancia a favore della Merkel e della linea che il suo governo sta tenendo in Europa. Avrà tutti i secondi fini del mondo per metterla in questi termini, però il suo ragionamento mi pare piuttosto chiaro. Che senso ha emettere dei titoli di stato di uno Stato che non esiste? Ne ho già scritto su questo blog mesi fa ma disgraziatamente nulla è cambiato, anzi è cambiato che Hollande è salito alla Presidenza della Repubblica in Francia ma non sembra aver cambiato in questo di un millimetro la linea di Sarkozy: di cessione di sovranità per il momento non si parla. Quello che invece è cambiato in questi mesi è che nelle sue esitazioni e nel suo immobilismo l’Europa ha dimostrato ancora una volta di più la sua cronica debolezza, che è la debolezza di un aggregato di Stati che vorrebbe essere Europa Unita ma che dell’unione vorrebbero avere la moglie ubriaca della solidità economica, ma conservare la botte della sovranità intatta. E invece no, caro Hollande e cari altri capi di governo, che volete continuare ad essere capi di governo sovrani ma che poi state attaccati alle gonne dell’Europa quando fa freddo. Se c’è davvero una cosa che la crisi ci ha spiegato è che una moneta unica deve avere alle spalle un governo unico dell’economia (non solo della finanza). Non so bene se gli Eurobond saranno la panacea ma ho la franca impressione che quello che i mercati si aspettano dall’Europa non sono gli Eurobond, ma proprio ciò che l’Europa oggi si sta dimostrando ogni giorno incapace di dare, cioè un timone che indichi con chiarezza la rotta verso cui l’Europa può o vuole andare, qualunque essa sia. E non è solo un timone economico ma deve essere un timone politico in termini complessivi.
Leggo la lunga intervista di Mario Monti su La Stampa che dimostra certamente di non essere un Tremonti o un Pomicino e di sapere quello di cui parla, ma dimostra anche di essere quello che è: un economista, non certo un uomo di governo che sappia avere una visione complessiva di un paese; un paese che, lo ricordo, non è solo economia, ma è cultura, è “società”, è politica, con tutto quello di emotivo e non numerico che ruota attorno a questi concetti astratti. Mi pare in effetti che ciò che manchi a quest’uomo è una prospettiva politica che, quando lui dice “integrazione europea”, gli faccia pensare a gente che, non dico parli la stessa lingua, ma che almeno si senta rappresentanta dalla stessa bandiera, dallo stesso capo dello Stato, dagli stessi confini geografici, che si riconosca in qualunque genere di identità comune e invece, come dimostra poche parole dopo, Monti pensa all’Euro: “Una prospettiva di medio termine di rafforzamento dell’integrazione, in modo che tutti gli europei sappiano dove vanno e i mercati possano convincersi che c’è e sarà rafforzata con ulteriori passi la volontà di rendere la moneta unica indissolubile e irrevocabile.”.
Tutto invece mi lascia pensare che il processo sia esattamente quello contrario: le pulsioni centrifughe verso l’Euro nascono sì dalla crisi ma anche dall’assenza di alcun senso di identità europea che le freni e l’identità può nascere solo dalla fiducia in un sistema istituzionale che invece, nel caso dell’Europa, continuiamo a vedere come incomprensibile e quindi superfluo. Siamo in definitiva in un circolo vizioso che ci rende incapaci di completare il guado verso l’unità politica, ma allo stesso tempo siamo impossibilitati a tornare indietro nella consapevolezza che ciò ci voterebbe ad un’irrilevanza nello scacchiere internazionale.
Il problema è che, a forza di sentir parlare di spread, di debito, di mutui subprime, ci siamo convinti un po’ tutti che sia l’economia che governa il nostro destino e invece l’economia è solo uno delle componenti della nostra società ed il fatto che sia stato il sistema finanziario ad innescare questa crisi non significa necessariamente che sarà la finanza a risolverla, anzi potrebbe essere esattamente vero il contrario. A guarire l’Europa potrebbe essere il prendere coscienza di sè stessa, del ruolo che potrebbe acquisire se vincesse le sue divisioni e parlasse con una sola voce, di quale rilevanza avrebbe un Governo in grado di parlare a nome di tutta l’Europa, senza che ci sia una Merkel, un Hollande o un Rajoy pronti a smentirlo e quale forza avrebbero i cittadini europei che eleggessero un Parlamento Europeo incaricato di controllare tale Governo. Per farlo però i politici nazionali dovrebbero avere l’umiltà di mettere da parte i propri angusti orticelli nazionali ed essere disposti a concorrere sullo scacchiere continentale: fare quindi, i politici, esattamente ciò che con l’Unione economica e monetaria è stato imposto ad imprese e ai cittadini.
E allora chi si candidi a guidare il nostro paese nei prossimi anni dovrebbe farci chiaramente capire se è disposto a farlo, se è disposto ad auto ridurre il proprio potere attribuendolo ad organi di governo europeo. Mi aspetto che Bersani, Renzi o chi altro si accinga a proporsi per questo ruolo, abbandoni formule come “siamo per l’integrazione politica” che dopo vent’anni che se ne parla non vogliono dire più nulla e che stabiliscano un piano concreto di progressiva cessione di sovranità ad istituzioni politiche europee democraticamente elette e rappresentative dell’intero continente, piano che obblighi la Merkel da una parte e Hollande dall’altra a palesarsi come oppositori o sostenitori dell’integrazione europea. Se non lo faranno si prenderà la pesante responsabilità di aver votato il suo paese e l’Europa tutta ad un declino che potrebbe diventare irreversibile.

25 Giugno 2012

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