E l’imperatore urlò: “Arrestate quel bambino!”

vestiti_imperatore.jpegDevo dire che una delle mie fiabe preferite è “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Hans Christian Andersen. La particolarità che ho sempre trovato in Andersen è che le sue fiabe non sembrano voler necessariamente fornire ai suoi lettori i soli primi rudimenti normativi o di orientamento nelle relazioni sociali, come abitualmente negli altri interpreti del genere, ma più spesso appaiono permeate di uno spirito critico nei confronti della società e delle sue contraddizioni. “I vestiti nuovi dell’imperatore” ne è un esempio nella critica al conformismo, all’acquiescenza alla visione altrui, alla paura di esporsi. Ne è un esempio al punto che la celebre frase con cui il bambino smaschera la truffa dei falsi tessitori è andata a confluire nel linguaggio quotidiano sotto l’espressione “Il re è nudo” come l’attacco alle ipocrisie socialmente condivise. Tuttavia il finale della fiaba risente ancora in fondo della vena idealista tipica delle fiabe, perché nella fiaba è sufficiente la frase di un bambino perché tutti improvvisamente prendano coscienza della realtà e della finzione che sta andando in scena. Forse nella vita reale questo non succederebbe e anzi l’imperatore indignato farebbe portar via il bambino impudente in catene, tra il consenso della folla indignata per l’inaccettabile ribellione.
Questo almeno è’ il dubbio che mi è venuto a proposito dell’episodio apparentemente insignificante che ha coinvolto il portiere della Nazionale Buffon durante la scorsa settimana. La storia, per chi non la conosca, è iniziata quando il calciatore, fino ad allora mai coinvolto nella vicenda ha preso posizione sul tema dell’inchiesta del Calcioscommesse. Lo ha fatto difendendo il suo allenatore Conte, coinvolto nell’inchiesta dalle dichiarazioni di un pentito che ha avuto in cambio sostanziosi sconti di pena. Buffon ha sottolineato che l’accusa, che comunque al momento pare non aver trovato alcun riscontro, non si riferisce a eventi correlati alle scommesse ma a due cosiddetti “biscotti”. I “biscotti” in gergo calcistico sono quelle partite nelle quali le due squadre convergono su un risultato che va bene ad entrambe, in genere si tratta di un pareggio, ma può essere anche di vittoria della squadra più debole se quella più forte non ha più particolari motivazioni. Di situazioni simili se ne verificano ad ogni finale di Campionato (non solo italiano ma anche mondiale e europeo) e alcuni anni fa fu curiosissimo un Torino-Genoa che si concluse con i giocatori del Torino che rincorrevano per il campo gli avversari, accusati di “Non essere stati ai patti”. Buffon si è limitato a dire l’ovvio, ovvero che di situazioni del genere se ne verificano a bizzeffe, non sono certo degli esempi di lealtà e correttezza sportiva, ma non si capisce perché improvvisamente eventi simili siano diventati, per la Procura di Cremona, episodi degni di un’incriminazione per associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva. Anziché ammettere la sua ipocrisia il mondo del calcio e dell’informazione è subito insorto contro Buffon con uno stuolo di opinionisti invasati pronti a reclamarne la testa. Poi Buffon ha parlato ancora, ribadendo che ritiene sbagliato accomunare questi episodi a truffe verso gli scommettitori sostenute da organizzazioni criminali - e anche qui è difficile non essere d’accordo. Infine ha criticato la spettacolarizzazione delle indagini - e anche qui ha detto solamente quanto era di fronte agli occhi di tutti noi. I fatto che si arrestino personaggi come Milanetto e Mauri, che erano accusati da verbali che da settimane giravano sul web, pare ad esempio in palese contraddizione con la legge sulla custodia cautelare che la prevede solo in caso di rischio di fuga, inquinamento prove o reiterazione del reato. Che gli inqurenti dispongano la perquisizione della dimora di Conte ad un mese di distanza dalla notizia delle dichiarazioni accusatorie di Carobbio nei suoi confronti (mese in cui Conte avrebbe potuto far sparire anche casa sua con tutto il suo contenuto) pare in effetti non poter avere altri obiettivi che arrivare in cima ai titoli di quotidiani e telegiornali. Che in definitiva il blitz coordinato su vari fronti, non potesse avere come scopo quello di cogliere di sorpresa gli indagati è quantomeno pacifico e allora l’unica spiegazione è che ci si sia voluti fare un po’ di pubblicità: atteggiamento che credo non rientrare nella deontologia professionale di Procura e Polizia e che va tutto a danno dell’immagine di soggetti in diritto di essere considerati innocenti fino a che un processo non proverà eventualmente il contrario.
gogna.jpgE qui viene la parte più allarmante di questa vicenda, ovvero come abbia a quel punto reagito il sistema, le cui vergogne Buffon aveva additato. L’insurrezione di fronte alle sue prime dichiarazioni è diventato linciaggio mediatico senza esclusione di colpi nei confronti del giocatore. Si parte subito con Fulvio Bianchi che su Repubblica, usando un linguaggio da malavitoso, invita il Presidente federale Abete a rampognare Buffon che non deve “immischiarsi in questioni che non lo riguardano“. Passano poche ore e salta fuori con tempismo incredibile un’informativa che la Procura di Torino aveva inviato a quella di Cremona circa un anno fa a proposito di movimenti ingenti di denaro dal conto di Buffon a quello di un signore di Parma che è anche proprietario di una tabaccheria convenzionata con Lottomatica. L’informativa ipotizzava che il denaro (complessivi 1,5 milioni) potesse essere andato a scommesse sportive: tuttavia già nell’informativa si riportava quanto dichiarato dall’avvocato di Buffon che aveva attribuito il movimento di denaro a investimenti finanziari fatti per conto del calciatore e ulteriori indagini non hanno accertato particolari movimenti di scommesse in corrispondenza dei bonifici. Uno dei bonifici presentava tra l’altro la causale “Rata orologi” attribuita all’acquisto di orologi Rolex che Buffon sostiene essere ancora nella sua disponibilità. Il sistema mediatico però di tutto questo se ne infischia e Repubblica sentenzia immediatamente Le scommesse di Buffon: puntati un milione e mezzo di euro e naturalmente nemmeno un più accurato esame delle informazioni porterà poi il quotidiano a rivedere il titolo dell’articolo, almeno nella versione online. Quando poi Buffon precisa ancora che quei soldi erano destinati ad investimenti che nulla hanno a che fare con le scommesse e aggiunge: “Scusate ma dei miei soldi faccio ciò che voglio” Sky ne approfitta per manipolare ben bene la sua dichiarazione e proporre ai suoi ascoltatori un sondaggio dal titolo appena appena tendenzioso: ‘Buffon: scommesse milionarie. “Dei miei soldi faccio ciò che voglio”. Ha ragione?‘. Si unisce al coro anche Travaglio che scrive su il Fatto un articolo dal titolo “Mistero Buffon” che è una sfilata di notizie false o inesatte. In definitiva per alcuni giorni sui media italici Buffon viene sputtanato ben bene e chiude infine la questione con un’altra dichiarazione assolutamente condivisibile: “Me lo dovevo aspettare. Sono io che me la sono cercata: quando dico certe cose, me ne assumo la responsabilità. Ma certe cose non mi sono mai piaciute, e continuano a non piacermi“.
Lo so che molti penseranno che questo è un pezzo scritto da uno juventino per difendere un giocatore della Juventus e in parte avete ragione. Tuttavia provo ad andare oltre alla diatriba tifosa e ad ipotizzare che se la macchina del fango, che solitamente trova i suoi obiettivi in più autorevoli rappresentanti istituzionali o giornalisti, è giunta a colpire anche un calciatore, vuol dire che ormai è diventata una fionda sempre pronta a colpire chiunque dica o faccia la cosa sbagliata e credo sia un meccanismo che alla lunga fa male a tutti, non solo a quelli che non ci piacciono.
Sapere che se in Italia dici la cosa sbagliata qualcuno andrà a frugare nella tua vita per cercare qualche appiglio per sputtanarti e soprattutto che non una fonte di informazione imparziale (una sì, dai, bisogna darne atto a Il Post) verrà in difesa della verità dei fatti, trovo sia francamente avvilente, non solo per una questione di garantismo, ma anche solo per una questione di mera difesa della libertà di espressione.

7 Giugno 2012

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