Quando si vuole ignorare il problema

sospensione-partita.jpgPer descrivere quanto accaduto a Genova Domenica scorsa, in occasione dell’incontro Genoa-Siena, sono andati in fumo quintali di carta e miriadi di bit, in gran parte a mio avviso sprecati, perché l’episodio mi pare sia stato trattato in gran parte in modo superficiale, classificandolo come la solita espressione dello spadroneggiare degli ultrà (vedi per tutte la ricostruzione che ne fa Ilvo Diamanti). La narrazione mediatica ha sottolineato l’evento associandolo ad eventi quali la reazione all’uccisione di Gabriele Sandri, la sospensione del derby di Roma del 2004 per la falsa voce della morte di un bambino o gli scontri che portarono alla morte del poliziotto Filippo Raciti. In questo caso invece mi pare di poter dire che quello che ha funestato la giornata di Genova sia stata la manifestazione, certamente violenta o comunque minacciosa da parte di quella frangia dei tifosi che così è solita esprimersi, di una indignazione in realtà condivisa da buona parte della tifoseria genoana che è poi la manifestazione del conflitto in atto in tutto il calcio odierno sulla reale appartenenza di una squadra di calcio.
Nella fattispecie l’indignazione dei tifosi mi pare fosse diretta contro la società nel suo complesso, dai giocatori ai dirigenti, percepiti come poco sensibili alla grande passione che tradizionalmente i tifosi del Genoa riversano nella loro squadra. L’obiettivo della contestazione di Domenica sono stati i giocatori ma il vero obiettivo pare essere stato il Presidente Preziosi.
Enrico Preziosi è Presidente del Genoa dal 2003. Durante la sua gestione il Genoa ha avuto alterne vicende che l’hanno portato prima in Serie C1 per illecito sportivo, per poi risalire, sotto la guida dell’allenatore Gasperini, fino in Serie A, addirittura a ridosso della Champions League. Mister Gasperini però, mai troppo in sintonia con il Presidente, alla prima annata negativa è stato mandato a casa e la società è ripiombata in bassa classifica, con pesanti rischi di retrocedere. Preziosi non ha mai dato l’impressione di essere, soprattutto nei rapporti con i grandi club, un gran negoziatore: nel 2009 cedette a prezzi da svendita Thiago Motta e Milito all’Inter, propiziandone una stagione irripetibile; più recentemente ha ceduto al Milan il fuoriclasse Boateng in due tranche (prima la comproprietà poi il cartellino complessivo) per complessivi solo 8 milioni di Euro. Solitamente nel mondo del calcio queste cessioni a prezzi fuori mercato si verificano allorquando chi la concede ritiene di potere avere contropartite in altra forma, magari riguardanti interessi estranei al calcio. La cosa è ovviamente perfettamente lecita: si tratta di una normalissima strategia da parte di un uomo d’affari che ha la proprietà di più società e che mira a far tornare i conti complessivi del suo business, senza preoccuparsi troppo degli interessi specifici della società calcistica. Naturalmente questa ricostruzione è costituita da una serie di ipotesi e illazioni, ma la cosa importante è che questa sia diffusa tra la tifoseria genoana e che tale visione mal si concilia con la centralità che per ogni tifoso riveste la propria squadra di club. Per dare un’idea a chi mi legge della visuale tipica di un tifoso di calcio, posso ricordare essermi capitato più di una volta di parlare con tifosi juventini irritati dalla scarsa propensione di FIAT a finanziare la società, trovando a cercare inutilmente di convincerli che sarebbe strano (ed è stato strano in occasione dell’ultimo aumento di capitale) vedere FIAT chiudere gli stabilimenti da una parte e ripianare il passivo della Juve dall’altra.
Preziosi non è certo uno dei personaggi più specchiati del calcio italiano ma in questo caso non mi sento di biasimarlo, semplicemente è il ruolo che ricopre il problema. La realtà è che, come già sottolineato nel passato su questo blog, la società di calcio come semplice società d’affari, proprietà esclusivamente di chi se la compra, mal si adatta con il mondo del calcio, ma più in generale con il mondo di oggi, nel quale il mecenatismo è pratica sempre meno diffusa e sempre più la configurazione migliore per sostenere attività di pubblico interesse è quella cooperativa. Se l’arbitro italiano Tagliavento non avesse pesantemente penalizzato il Benfica nel quarto con il Chelsea, le quattro semifinaliste di Champions League, avrebbero coinciso quest’anno anche le quattro squadre europee più celebri tra quante sono sostenute dall’azionariato popolare (oltre al Benfica: Real Madrid, Barcelona e Bayern). Sarebbe il caso di riflettere su questo anziché profondersi nei soliti pistolotti sulla violenza negli stadi che sento da trent’anni senza alcun risultato.

28 Aprile 2012

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